Martedì 13 Novembre 2018 - 2:29

Salvini: «Con dl sicurezza migranti non faranno i furbetti»

"Sarà più difficile fare i furbetti per gli immigrati che arrivano in Italia. Se fai domanda d'asilo e prendi a pugni un giornalista o un poliziotto, la domanda d'asilo te la strappo e torni nel tuo Paese". Così il ministro dell'Interno Matteo Salvini oggi a Genova, parlando dell'approdo lunedì in Cdm del decreto Sicurezza. Sui suoi contenuti, ha aggiunto il vicepremier: "Penso che rispetti costituzione, buon senso, trattati e diritti umani. Togliamo alcune furbate che regalavano alcuni permessi a migliaia di immigrati".

"Questa mattina a Palazzo Chigi - ha aggiunto il ministro, reduce dalla riunione di governo di questa mattina a Palazzo Chigi - ho preso un gradevolissimo caffè col presidente del Consiglio per limare alcuni passaggi del Decreto Sicurezza. Finalmente dopo mesi di lavoro, lunedì ore 10, tornato Di Maio, tornato Conte, arriverà in consiglio dei ministri".

"Nessuna polemica - ha poi sottolineato -, mi sembra che non ci siano ostacoli né del Quirinale né da M5S. Ci sono alcune correzioni tecniche che ci hanno chiesto di fare, è un decreto con chiara impronta del 'prima gli italiani'".

"Abbiamo aperto il portafogli e il cuore: Genova e l'Italia non cercano vendetta ma giustizia. L'importante è ricostruire il ponte bene, seriamente e velocemente", ha poi affermato il ministro rispondendo ai giornalisti e commentando l'iter di revoca della concessione ad Autostrade. "Ora - ha aggiunto - ci sarà un commissario, che non invidio e che dovrà essere bravo, veloce fortunato e competente per fare quello che tutta Italia si aspetta. Non fatemi dare nomi prima che vengano condivisi con gli enti locali".

Rai, Cda vota ancora Foa presidente

Via libera dal Cda della Rai al Foa bis. Il consiglio d'amministrazione riunitosi a Viale Mazzini ha votato la nomina di Marcello Foa, con 4 voti a favore, un voto contrario e un astenuto. Ora, per diventare effettiva, la nomina del presidente dovrà ottenere il parere favorevole di una maggioranza qualificata (almeno i due terzi) della commissione di Vigilanza. A votare contro nella seduta del Cda di oggi è stato il consigliere d'amministrazione Rita Borioni mentre ad astenersi è stato il consigliere Riccardo Laganà. Foa non ha partecipato al voto per ovvi motivi di opportunità. Mentre i quattro voti favorevoli sono stati espressi da Igor De Biasio, Giampaolo Rossi, Beatrice Coletti e dall'ad Fabrizio Salini. Lo stesso schema di voto che si era verificato circa un mese e mezzo fa.

È la seconda volta infatti che Foa viene votato per la presidenza dalla maggioranza del Cda. Era già accaduto il 31 luglio scorso (sempre con voto a maggioranza) ma poi il primo agosto la nomina non aveva ottenuto il placet della Vigilanza, dove sia Pd che Leu e Forza Italia non avevano votato.

La nomina di oggi segue l'approvazione, avvenuta mercoledì scorso, di una risoluzione della stessa Vigilanza che invitava il Cda di Viale Mazzini a procedere alla nomina del presidente dell'azienda entro mercoledì prossimo, senza escludere la candidatura di Marcello Foa. La risoluzione, approvata con i voti a favore di Lega, M5S e Fratelli d'Italia, l'opposizione di Pd e Leu e l'astensione di Forza Italia, invitava anche il presidente in pectore a presentarsi in audizione a San Macuto prima del nuovo voto che dovrà rendere effettiva la nomina. Questa volta dovrebbero essere i voti di Forza Italia a permettere l'approvazione del parere positivo su Foa con una maggioranza dei due terzi della commissione.

Lo 'schema' del voto di oggi viene confermato anche nella nota ufficiale diffusa dall'azienda, dove si legge: "Il Consiglio di amministrazione della Rai si è riunito questa mattina a Viale Mazzini coordinato dal Consigliere anziano Marcello Foa e alla presenza dell’Amministratore delegato Fabrizio Salini. Il Cda, anche a seguito dell’atto di indirizzo della Commissione di Vigilanza Rai, ha proceduto alla nomina di Marcello Foa come presidente del Cda. Il consiglio ha eletto a maggioranza il Presidente con il voto contrario del consigliere Rita Borioni e l’astensione del consigliere Riccardo Laganà. Marcello Foa ha lasciato la Sala del Consiglio al momento della votazione. La nomina per divenire efficace dovrà essere confermata con il voto a maggioranza qualificata dei due terzi da parte della Commissione Parlamentare di Vigilanza", conclude la Rai.

BORIONI: "PRESENTATA FORMALE DIFFIDA A PROCEDERE" - "All’inizio della seduta odierna del Cda, ho presentato formale diffida a procedere all’elezione di Marcello Foa, visti i chiarissimi profili di illegittimità della stessa. Nonostante ciò, il Cda ha deciso di procedere ugualmente. A questo punto mi riservo qualsiasi azione a tutela dell’azienda stessa". Lo dichiara il consigliere d'amministrazione della Rai Rita Borioni a proposito della nomina di Foa, sulla quale ha espresso voto contrario. "La Rai - dice ancora Borioni - non dovrebbe forzare regole e procedure consolidate per sottostare ai diktat di alcune fazioni politiche".

PROTESTE USIGRAI - "E così il CdA della Rai ha eseguito ancora una volta gli ordini arrivati da fuori". Inizia così la nota congiunta di Fnsi e Usigrai sulla nuova nomina di Marcello Foa.

"Prima - sottolineano le due organizzazioni sindacali - ha accettato l'illegittimo diktat governativo, poi ha piegato gli interessi aziendali lasciando l'azienda in stallo per oltre un mese e mezzo, e infine - come nel gioco dell'oca - è tornato al punto di partenza nominando la persona prescelta dal governo e ora santificata sull'altare del conflitto di interessi".

"Dunque, ancora una volta, dopo le promesse di una Rai libera e autonoma dai partiti, ci troviamo di fronte a una Rai con vertici scelti dal governo, in alleanza con il partito del conflitto di interessi", concludono Fnsi e Usigrai.

Fico: «Non posso più vivere in una città con le stese»

VICO EQUENSE. «Non posso vivere in una città dove si spara, dove ci sono gang che girano in moto e fanno le “stese" e un cittadino innocente ci rimane sotto come la signora che due settimane fa stava affacciata al balcone». Così il presidente della Camera Roberto Fico a Vico Equense per intitolare a Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, la piazza del Comune. «Questo - ha continuato - è inaccettabile, o tutto lo Stato si mette a contrastare il fenomeno al cento per cento, dandosi anche un tempo, o non saremo mai una nazione né una città libera».

Comunali, Fdi contro Lega: appoggia ex assessore Pd a Marano

NAPOLI. «Mentre Matteo Salvini dichiara come la Lega sia ancorata al centrodestra, in provincia di Napoli, Marano, comune che andrà al voto il 21 ottobre prossimo, il responsabile provinciale del Carroccio Biagio Sequino affonda la coalizione sostenendo come candidato sindaco Rosario Pezzella, un ex assessore del Pd». Lo dichiara Nello Savoia, segretario provinciale di Napoli di Fratelli d'Italia. «Manovre spericolate, accelerazioni, scelta di un candidato a sindaco estratto dal centrosinistra, tentativi e inviti alla perequazione sulle future elezioni amministrative, millantate armate elettorali, personalismi esagerati, interessi di bottega - prosegue Savoia - hanno al momento buttato al vento la possibilità di mettere in campo una sana e libera coalizione di centrodestra che sicuramente avrebbe avuto la possibilità di guidare la città di Marano per i prossimi 5 anni». Il coordinatore provinciale di Fdi di Napoli lancia un appello a Gianluca Cantalamessa, deputato e segretario regionale in Campania della Lega: «Auspico un suo intervento per frenare una follia e aderire alla proposta di Fratelli d'Italia che vede Teresa Giaccio candidata sindaco. Un profilo autorevole e competente che da sempre interpreta e rappresenta i valori del vero ed unico centrodestra maranese», conclude Savoia. 

"Scusati", l'Africa contro Salvini

L'Africa vuole le scuse di Matteo Salvini. L'Unione Africana (Ua) si è sentita offesa dalle dichiarazioni del vicepremier durante l'intervento alla Conferenza di Vienna in cui "ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi" e chiede al leader della Lega di ritirare quanto detto. Dal canto suo, Salvini, che già nei giorni scorsi aveva chiarito il senso delle sue esternazioni, ha replicato: "Mi limiterò a rimandare il comunicato di tre giorni fa, in cui ho smentito qualsiasi equiparazione tra immigrati e schiavi".

"Anzi - aggiunge il ministro dell'Interno - le mie dichiarazioni e a Vienna erano esattamente in difesa dei profughi e degli immigrati che qualcuno qua in Europa usa come 'schiavi'. Ho affermato che non c'è bisogno di importare nuovi schiavi - che è questa l'immigrazione di massa - in difesa dell'identità, del diritto al lavoro, della salute di milioni di cittadini africani".

"Non ho niente di cui scusarmi - tuona Salvini - anzi evidentemente c'è qualcuno che non è stato in grado di leggere o di ascoltare quello che c'era da leggere e ascoltare". Al vicepremier "resta il dubbio" che è possibile "ci sia stato un difetto di traduzione in francese arrivato a questo organismo".

I 4 nodi della manovra

Sono alcuni dei punti cardine della politica fiscale dell'esecutivo. E con la manovra alla porte sono diventate le misure con le quali il governo giocherà la sua partita più importante. Parliamo di flat tax, reddito di cittadinanza, pace fiscale e pensioni, quattro nodi che dovranno essere sciogli presto, soprattutto sul fronte delle coperture. Mentre il titolare del Tesoro Giovanni Tria rassicura i mercati, il vicepremier Di Maio lo avverte: "deve trovare le risorse".

FLAT TAX - Tra i nodi da sciogliere c'è la flat tax per cittadini e imprese, cavallo di battaglia dei leghisti. Una misura che prevede due regimi semplificati. La prima aliquota al 15%, - ha spiegato all'AdnKronos il sottosegretario all'Economia, Massimo Bitonci - potrebbe riguardare "chi ha ricavi fino a 65mila euro, senza contabilità e Iva" mentre si pensa "a un 5% in più, quindi flat al 20%, fino al tetto da 100mila euro di redditi". Tra le novità possibili anche una mini flat tax con un'aliquota al 5%, per tre-cinque anni, per le start up di giovani under 35, con ricavi fino a 65mila euro.

Sul tavolo del governo anche l'opzione di un taglio delle accise, la cedolare secca sulla locazione degli immobili commerciali, l'Ires al 15% per le società che reinvestono gli utili e un possibile taglio dell'Irpef, dal 23 all 22%. Ma è possibile comunque che la riduzione slitti al 2020. I Cinquestelle non sono contrari alla misura ma a condizione che non aiuti i ricchi. "Sono d'accordo ad abbassare le tasse e la condizione che abbiamo posto alla Lega è che non deve aiutare i ricchi, ma la classe media, le persone più disagiate che pagano le tasse da una vita e che in tutti questi anni hanno finanziato sprechi e privilegi con le proprie tasse" ha detto Di Maio.

REDDITO CITTADINANZA - Misura portante del programma Cinquestelle, il reddito di cittadinanza è un altro dei nodi da sciogliere. Per finanziare il reddito di cittadinanza, servirebbero almeno 10 miliardi di euro, dei quali 2 mld solo per potenziare i centri per l’impiego. Salvini ha rimarcato che "l'importante è che non sia un reddito per stare a casa sul divano a guardare la televisione". Di Maio ha precisato che "insieme alle infrastrutture" è "la prima misura per il Sud". "Ma non significa dare soldi alle persone per stare sul divano - ha chiarito - perché noi che siamo del Sud ce li ricordiamo i soldi dati alle persone per starsene sul divano in cambio di voti. Per questo vogliamo fare una misura totalmente diversa".

PACE FISCALE - Il governo studia anche diverse declinazioni di pace fiscale: sul fronte leghista si punta a un intervento di più ampio respiro, sul fronte M5S si opta per introdurre uno sconto molto vantaggioso per erodere l'enorme mole di cartelle di difficile riscossione. La pace fiscale "è imprescindibile" ha detto il premier Giuseppe Conte in un'intervista a 'La verità'. Ma guai a parlare di condono fiscale. "Il Movimento 5 Stelle non è disponibile a votare nessun condono - ha sottolineato Di Maio -. Se stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio siamo d'accordo, ma se parliamo di condoni non siamo d'accordo".

PENSIONI - Sul fronte previdenziale, il governo lavora su due fronti: la quota 100 promessa da Salvini e le pensioni di cittadinanza volute dai Cinquestelle. Sul primo versante si stanno valutando i ritocchi alla Fornero riducendo l'età di ritiro dal lavoro con l'introduzione di quota 100. Il vicepremier leghista punta a 62 anni di età e 38 di contributi, mentre al Tesoro si lavora su 64 anni e 36 di contributi. La seconda misura consiste nell'allineamento graduale dell'assegno dei pensionati indigenti (in totale 4,5 milioni) a quota 780 euro mensili, valore che l'Istat considera come soglia di povertà.

Per avviare l'intervento si ragiona sul taglio delle pensioni d'oro, quelle superiori ai 4mila euro non giustificati dai versamenti contributivi, che porterebbero però una cifra esigua, circa qualche centinaio di milioni di euro. Ieri Di Maio ha assicurato: mai più pensioni minime inferiori ai 780 euro. Dal 1 gennaio 2019, ha promesso il vicepremier, scatterà l'aumento. "Avere una pensione per sopravvivere un intero mese è un principio di civiltà", ha ribadito.

Di Maio all'attacco, Tria non molla

L'affondo arriva poco prima di mettere piede sull'aereo che lo porterà in Cina. Per la manovra, spiega il vicepremier Luigi Di Maio, Tria deve trovare le risorse. Quando mancano pochi giorni per avviare l'iter della legge di bilancio, gli azionisti dell'esecutivo M5S-Lega scalpitano per inserire nella manovra i propri cavalli di battaglia, ossia reddito di cittadinanza e flat tax. E il nervosismo è palpabile. Dalla Lega, parla Alberto Bagnai, senatore e presidente della Commissione Finanze di Palazzo Madama. "L'esigenza che il vicepremier solleva è un'esigenza sacrosanta dopo 10 anni di crisi - dice ospite a Porta a Porta -. Bisogna cominciare a dare respiro alle famiglie con reddito più basso". "Il ministro Tria - scandisce Bagnai- sta facendo una mediazione tecnica tra posizioni politiche. Ci sta che a volte queste posizioni siano accese".

Ma più che accesi, durante la giornata i toni sembrano farsi infuocati. A quanto apprende l'Adnkronos da autorevoli fonti M5S, l'offerta avanzata al vertice sulla manovra dal ministro del Tesoro Giovanni Tria è quella di rifinanziare il reddito di inclusione voluto da Matteo Renzi. Ritoccandolo al rialzo: un miliardo in più. Una proposta, quella del responsabile del Tesoro, che avrebbe mandato su tutte le furie il vicepremier Di Maio, surriscaldando l'incontro a palazzo Chigi.

Dopo il vertice di governo e la riunione notturna con i suoi, il vicepremier è tornato a battere cassa: Tria deve trovare le risorse. Di Maio è deciso a puntare i piedi per portare a casa il reddito di cittadinanza senza apportare modifiche rispetto alla proposta del M5S: 780 euro per i 5 milioni che, stando ai dati Istat, rappresentano la Popolazione in condizioni di povertà assoluta. E in serata, parlando a Dimartedì, su La7, Di Maio assicura: "Manterremo gli impegni, i soldi ci sono. Non sono uno di quei ministri che in campagna elettorale prometteva una cosa e poi al governo ne dice un'altra". La legge di bilancio "manterrà le promesse".

Tra le proposte avanzate durante il vertice a Palazzo Chigi dai 5 Stelle, a quanto apprende l'Adnkronos da autorevoli fonti pentastellate, c'è quella di tagliare i vitalizi agli ex consiglieri regionali. In caso di mancate 'sforbiciate', le regioni vedrebbero arrivare meno risorse dal governo centrale, con un vero e proprio taglio dei fondi corrisposti. Un nuovo vertice di governo per fare il punto sulla manovra e iniziare a mettere nero su bianco cifre precise per dare sostanza alla legge di bilancio potrebbe tenersi al rientro di Di Maio dalla Cina. Un'occasione per sedare le voci critiche che si alzano dal gruppo parlamentare grillino ma anche dal territorio.

Dal canto suo, Tria non molla. E non commenta le esternazioni del vicepremier Di Maio. Da Milano, per il Bloomberg European Capital Markets Forum, il titolare di via XX Settembre rassicura la platea di analisti, banchieri e imprenditori sui futuri "sforzi per ridurre il debito pubblico" delineando un piano per l'Irpef che "va ben oltre" la flat tax. Sul reddito di cittadinanza l'accenno è quasi di circostanza ("dobbiamo risolvere i problemi sociali alla base di questa necessità"), mentre sulla riduzione delle tasse l'apertura è netta. Ma tra i pilastri della legge di bilancio 2019 non mancherà spazio per investimenti pubblici, che il ministro vorrebbe riportare "almeno al 3% del pil" e per la lotta alla povertà, accentuata negli ultimi anni dall'impatto dell'evoluzione digitale, che "ha distrutto vecchi lavori creandone di nuovi".

E tra le ricette per crescere che sforna Tria vengono annoverati gli investimenti, in infrastrutture e non solo. "Il livello degli investimenti pubblici è sceso del 30 per cento negli ultimi anni - afferma Tria -. Devono tornare almeno al 3% del Pil: il 2% è troppo basso perché l’Italia competa e colmi il gap con il resto del mondo". Gli investimenti pubblici "sostengono lo sviluppo dell’economia nel medio e lungo periodo". In questo caso, "stanziare risorse è necessario, ma non è una condizione sufficiente per realizzarli: quello che vogliamo fare è rafforzare la capacità delle nostre amministrazioni di implementare i progetti".

Fondi Lega, il Carroccio verserà 600mila euro all'anno

Fondi Lega, intesa raggiunta. La procura di Genova ha trovato l'accordo con i legali della Lega Nord sulle modalità di esecuzione del sequestro della cifra di 49 milioni di euro, che il partito di Salvini deve restituire, a seguito della truffa sui rimborsi elettorali, relativi al biennio 2008-2010. Secondo quanto concordato saranno oggetto di sequestro centomila euro a bimestre, per un totale di 600mila euro l'anno, che verranno prelevati da un "conto di garanzia", attivo fino all'estinzione dei gradi di giudizio.

Calenda: «Al Pd serve uno psichiatra»

La cena per ritrovarsi, per accordare una strategia di opposizione, è saltata. E l'organizzatore, Carlo Calenda, non nasconde l'amarezza e, a tratti, la rabbia per come sono andate le cose. Fino a dire, in diretta a Circo Massimo su Radio Capital, che ai dirigenti del Pd "non importerà" di perdere le prossime elezioni europee e regionali: "Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l'unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell'associazione di psichiatria".

"Sono convinto che alle prossime europee il Pd non ci debba essere", dice. Per l'ex ministro "serve un fronte repubblicano, progressista, che recuperi la parte di classe dirigente locale e nazionale capace, ma che spazzi via un partito che ha come unico obiettivo quello di spartirsi una torta sempre più piccola tra dirigenti che sono usurati, che pensano solo a questo dalla mattina alla sera".

"Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente. Nel Pd c'è un'entità, che si chiama Renzi - sottolinea -, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un po' singolare. È stato un presidente del Consiglio che all'inizio aveva veramente voglia di cambiare l'Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato". "L'unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento - analizza l'ex ministro - è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l'opposizione si fa in ordine sparso".

Nessun pentimento, però, sull'aver preso la tessera del Pd: "È l'unico modo, finché non ci sarà qualcos'altro, per dare un contributo. Mi sono iscritto, ho fatto proposte, e non è servito a nulla. Non sento il segretario del Pd da due mesi, quando è andato a Taranto non ha fatto neanche un colpo di telefono".

"In tutta la storia politica ci si incontra, nei partiti, fra persone che la pensano allo stesso modo - incalza Calenda - Renzi per anni ha detto di essere contro ai caminetti, ma con lui c'era un caminettino: lui, Lotti e la Boschi. Uno degli invitati alla cena, Gentiloni, appoggia Zingaretti. Quindi non era una cena contro Zingaretti. Il focus della cena era come fare opposizione, non un congresso". "Il quadro - per l'ex ministro - è drammatico, ed è drammatico perché nessuno parla con nessuno, non ci si fida di nessuno, qualunque iniziativa viene presa come un'aggressione contro altri. Basti pensare che Gentiloni e Renzi non si parlano dal 4 marzo. Ma se rispetto alla situazione generale la reazione del partito di opposizione è questa - si chiede Calenda - come facciamo a stupirci che stiamo al 16%?".

M5S: «Berlusconi non metterà le mani sulla Rai»

All’indomani del vertice ad Arcore tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, nei vertici M5S “forte è l’irritazione per il fatto che si parli di garanzie a Berlusconi”. Dall’entourage del vicepremier e capo politico del M5S Luigi Di Maio, spiegano all’Adnkronos che “Berlusconi non potrà mettere le mani sulla Rai in alcun modo. Salini -viene inoltre rimarcato - lo abbiamo individuato noi del M5S proprio per questo: liberare la Rai da queste dinamiche”, è il messaggio che arriva. Dai vertici del M5S sottolineano anche che il 'piano Crimi' va avanti.

La partita appare ancora aperta alla vigilia della vigilanza Rai che dovrebbe dare il via libera alla risoluzione Lega-M5S per la nomina di Marcello Foa alla presidenza. Dall'entourage di Di Maio spiegano infatti all'Adnkronos che ''su Foa il tempo scade questa settimana, non si accettano altre perdite di tempo. Se non si può mettere Foa, ce ne faremo una ragione'', ragionano i vertici pentastellati lasciando intendere di essere pronti anche alla nomina di un altro profilo pur di sbloccare la partita di viale Mazzini.

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