Martedì 22 Gennaio 2019 - 8:38

Il Governo vuole far chiudere centinaia di giornali, il Presidente della Repubblica impedisca questo colpo di spugna

Una pagina intera su quotidiani e periodici nazionali e locali, pubblicata anche dal "Roma", per rivolgere un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Federazione italiana liberi editori scende in campo in difesa della libertà di stampa con una iniziativa lanciata oggi e che proseguirà nei prossimi giorni. Nel mirino un emendamento del capogruppo del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli, segnalato dal Governo e quindi fatto proprio dalla maggioranza, alla legge di Bilancio in discussione in questi giorni al Senato. L'emendamento prevede l'abolizione dei contributi pubblici all'editoria. ''Il Governo vuole far chiudere centinaia di giornali, il Presidente della Repubblica impedisca questo colpo di spugna'', è il titolo della lettera-appello della File. ''Il sostegno pubblico all'editoria e la trasparenza dei mezzi di finanziamento sono previsti dall'articolo 21 della Costituzione e interventi legislativi su argomenti del genere richiederebbero, in un sistema democratico, un confronto civile, sociale e parlamentare. Tutto, invece, verrà risolto con un maxiemendamento e qualche tweet, e a partire dal 2019, cioè a dire tra due settimane'', si legge ancora nell'appello. La File afferma che ''molti giornali editi da cooperative no profit o da enti morali chiuderanno a breve, o saranno costretti a operare drastici tagli; perché ridurre o azzerare i contributi pubblici senza aver prima provveduto ad una riforma organica del settore significa, semplicemente, chiudere i giornali''. Nella lettera aperta pubblicata oggi si ricorda come ''il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, più volte negli ultimi giorni ha richiamato il Governo sull'esigenza di tutelare i giornali, i giornalisti e tutte le minoranze, linguistiche, culturali, politiche e sociali che ancora animano il pluralismo nel Paese. Pluralismo che è un servizio pubblico essenziale e il cui costo di breve termine non è mai superiore al beneficio in termini di democrazia nel medio periodo''. Per concludere con un appello al Quirinale: ''Chiediamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di intervenire per chiedere al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, di sottoporre misure di rilievo costituzionale ad un confronto civile e democratico che non può avvenire in poche ore con un maxiemendamento ad una legge di bilancio''.

Lega cancella l'ecotassa

Abolire la tassa sulle auto inquinanti. È una delle proposte di modifica al ddl bilancio segnalate dalla Lega in commissione Bilancio al Senato. La misura, fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle, è stata introdotta nel primo passaggio parlamentare del provvedimento ed è stata da subito fortemente criticata. Con l'emendamento, firmato da tutto il gruppo, si chiede di sopprimere la norma. La modifica ha un costo di 156 milioni di euro l'anno per il periodo 2019-2021.

''Come governo diciamo no a qualsiasi tassa sulle auto, come su altro - afferma il sottosegretario al ministero dell'Economia, Massimo Garavaglia -. Se gli amici del Movimento 5 stelle trovano altre coperture per gli incentivi, siamo ben contenti''.

E sul bonus per le auto elettriche e ibride interviene anche il sottosegretario al ministero delle Infrastrutture, Michele Dell'Orco, che definisce "imprescindibile" una riformulazione del governo''. Le risorse per le coperture ''da qualche parte ci dovranno essere'" spiega l'esponente del Movimento 5 stelle. Anche se il malus, secondo Dell'Orco ''non è una nuova tassa'', si sta cercando di rivedere la misura. ''La nostra intenzione è quella di non toccare le utilitarie'', spiega il sottosegretario.

 

Editoria, Meloni: senza fondi il pluralismo scomparirà

«Caro direttore, è uno snodo che viene colpevolmente sottaciuto, in questi giorni isterici che vedono la manovra economica cambiare di ora in ora, eppure coinvolge la qualità della nostra democrazia. Mi riferisco alla paventata eliminazione del contributo pubblico all’editoria, una norma fortemente voluta dal Movimento Cinque Stelle, in un primo tempo inserita nel maxi-emendamento alla legge di bilancio presentato alla Camera, poi ritirata ma con la promessa (o meglio la minaccia) di riproporla al Senato. Nel caso di Fratelli d’Italia si opporrà duramente e darà battaglia parlamentare su questo tema, a nostro giudizio cruciale. Anzitutto, segnalo che forme di sostegno pubblico all’editoria sono presenti quasi in tutta Europa e in quasi tutto il mondo avanzato, Stati Uniti compresi». Così in un editoriale sul Tempo Giorgia Meloni, Presidente Nazionale di Fratelli d'Italia. «Inoltre, noto che la legge tagliola messa a punto dai grillini cade in flagrante contraddizione con la loro retorica sul dibattito monopolizzato dai cosiddetti “giornaloni”. A essere colpiti pesantemente, e in molti casi irreversibilmente, dal taglio selvaggio sarebbero infatti i piccoli giornali locali, le testate no profit, le cooperative senza scopo di lucro, i giornali delle diocesi. Tutte realtà distanti anni luce da quella grande dei grandi gruppi editoriali, i quali non beneficiano di alcun contributo diretto da parte dello Stato ma invece di sgravi assai consistenti che non verrebbero minimamente intaccati dallo scellerato provvedimento», ha aggiunto. «Mi viene provocatoriamente da sintetizzare: Di Maio viene attaccato da uno di questi “giornaloni” e come reagisce? Cancella tutto uno straordinario patrimonio informativo e culturale italiano, regalando così copie e pubblicità proprio a coloro contro cui ha indetto una sconclusionata crociata. Mi pare una un capolavoro all’incontrario, aggravato dai numeri: la filiera occupazionale che viene essa così seriamente a rischio consta di diecimila posti di lavoro. Per un ministro dello sviluppo Economico, si tratta di doppio harakiri - spiega Meloni - Non solo, ad oggi il finanziato elargito viene calcolato sulla base delle retribuzioni pagate, delle copie venute e dei contributi versati. Quelle che ne beneficiano sono quindi aziende virtuose, che pagano secondo contratto molti giornalisti a tempo indeterminato, proprio quella fora di rapporto che Di Maio sostiene di voler incentivare. La cancellazione del contributo avrebbe l’effetto immediato di precarizzare altre migliaia di lavoratori. Certamente tra i giornali che ricevono contributi ve ne sono alcuni di cui Fratelli d’Italia condivide alcune battaglie, come ad esempio quella in difesa della vita a sostegno della famiglia condotte da “Avvenire”, e ce ne sono tanti altri che consideriamo distanti, primi fra tutti il “Manifesto”. Ma noi, a differenza di altri, difendiamo il pluralismo e la libertà di espressione di tutti. Ci auguriamo che anche La Lega abbia lo stesso approccio e che non faccia prevalere il solito furore ideologico del Movimento Cinque Stelle».

«Razzismo contro il Sud», bufera su Giorgetti

"Lui rappresenta l'Italia che non piace a nessuno". Scoppia la bufera sui social contro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, reo secondo alcuni di aver insultato i meridionali con il suo "razzismo contro il Sud". A sollevare il polverone di polemiche sul web quanto detto ieri dall'esponente leghista nel corso di un dibattito con Giorgia Meloni su sovranismo e populismo. "Il programma elettorale del M5S al Sud ha registrato larghi consensi probabilmente anche perché era previsto il reddito di cittadinanza - ha sostenuto Giorgetti - Credo che abbia orientato pochissimi elettori delle mie zone. Magari è l'Italia che non ci piace ma con cui dobbiamo confrontarci e governare". Parole che sono suonate come un'offesa, o per lo meno una provocazione, nei confronti di elettori M5S e abitanti del Mezzogiorno. Da qui la reazione stizzita del popolo della rete.

"Ha espresso il pensiero del suo partito, che non è mai cambiato: i meridionali fanno schifo, a prescindere dal reddito di cittadinanza", tuona un utente su Twitter, augurandosi che l'intervento di Giorgetti "abbia dato la sveglia a tutti quei cittadini del sud Italia che hanno votato per la Lega Nord". Le sue parole, infatti, secondo un altro utente, rappresenterebbero "un bel promemoria per tutti quelli che sotto il Po abboccano al leghismo su cosa sia e resti la Lega". D'altronde "#Giorgetti è il vero volto della Lega", osserva un altro, e "ha detto solo quello che per la Lega è vangelo da anni: razzismo contro il Sud e contro i poveri".

E ancora, c'è chi pensa che forse Giorgetti abbia dimenticato che "anche molti votanti della Lega sono in attesa di una boccata di ossigeno" mentre qualcuno, rivolgendosi direttamente a "tutti i meridionali che hanno votato #Lega", lancia un avvertimento: "Se non lo avete capito, l'Italia che non piace a #Giorgetti siete voi, i voti che piacciono a #Giorgetti invece sono i vostri. Pensateci prima di partecipare alla prossima 'manifestazione' della #Lega". "Se dovessimo tornare al voto ricordiamocelo!!!", gli fa eco un altro, sostenendo che per i leghisti "meglio dare il reddito di cittadinanza agli industriali, agli amici banchieri che dare la possibilità di sopravvivenza alle persone in difficoltà".

"L'Italia che ci piace paga i debiti, subito, non spalmati in secoli perché sono al governo", sottolinea invece un altro utente, facendo riferimento ai 49 milioni di euro di rimborsi elettorali dovuti dal Carroccio. C'è anche chi liquida tutta la questione con una battuta: "Carissimo sottosegretario, i voti del sud, a lei e alla Lega però piacciono o mi sbaglio?" E qualcuno che si appella alla dietrologia, ipotizzando che quanto detto da Giorgetti rappresenti "un messaggio subliminale della #Lega a #Berlusconi: pronti a liberarci del #M5s?".

Non manca però anche chi prende le difese dell'esponente leghista. "#Giorgetti ha detto quello che pensa oltre la metà degli italiani, compreso me! - si legge in un tweet - Il #RedditoDiCittadinanza non ha i piedi per camminare, né coperture, né finalità di crescita". Secondo qualcuno "#Giorgetti ha fatto un inciso, molto veloce, parlando di altro" ma "i giornali lo hanno trasformato in un attacco della #Lega al #M5s" mentre c'è chi sostiene che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio "ha ragione" augurandosi spassionato la fine dell'alleanza giallo-verde: "Spero #Salvini 'rinsavisca' presto, mandi l'Italia alle urne, per avere finalmente un governo di #centrodestra".

Di Maio: «Nessuna tassa su auto»

"Non ci sarà nessuna tassa sull'auto delle famiglie degli italiani, né nuove né in uso. Sarà solo un ecobonus sulle auto elettriche, ibride e a metano, perché ci sono città ostaggio dell'inquinamento". Così il vicepremier Luigi Di Maio nel corso dell'intervista a 'Mattino Cinque' chiarisce gli estremi dell'eco-tassa inserita nella manovra economica.

"Dobbiamo iniziare rivoluzione della mobilità in Italia" ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico.

Sul tema è intervenuto anche Francesco Starace, amministratore delegato di Enel, per il quale "le tasse non servono più" per lo sviluppo delle rinnovabili, mentre "quello che servirebbe è semplificare il modo di diffusione di queste nuove tecnologie". 
 

Conte: «Deficit al 2,04%»

"Buoni progressi". L'incontro a Bruxelles sulla manovra economica tra il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, registra dei passi avanti. Juncker, riferisce un portavoce della Commissione, "ha ascoltato attentamente il primo ministro Giuseppe Conte e gli argomenti che ha presentato. Sono stati fatti buoni progressi, la Commissione ora valuterà le proposte ricevute questo pomeriggio. Il lavoro continuerà nei prossimi giorni".

Nella manovra così come presentata alla Commissione Europea oggi, dice il premier Giuseppe Conte, annunciando a Bruxelles un rapporto tra deficit e Pil per il 2019 al "2,04%" e non come originariamente previsto al 2,4%. "Dal 2,4%, il saldo finale, siamo potuti scendere al 2,04%: è questo il saldo di cui alla proposta anticipata. E questo ci consente di condurre questo negoziato con la Commissione, che ha giudicato già in questa prima valutazione, l'ha giudicata significativa e molto importante". "Le relazioni tecniche - afferma - ci hanno consentito un margine di negoziazione, perché abbiamo recuperato alcune risorse finanziarie. Eravamo stati molto prudenti. E queste risorse finanziarie le stiamo usando adesso per questa negoziazione in corso con la Commissione". Il premier garantisce comunque il rispetto degli "impegni presi, con particolare riguardo alle misure di riforma che hanno un maggiore impatto sociale: reddito di cittadinanza e quota 100, perché rispettiamo sia la platea dei destinatari che avevamo preannunciato sia gli importi di cui beneficeranno i destinatari". "Qualche ora fa abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles e si è svolto appena adesso ed è terminato l'incontro con il presidente Jean-Claude Juncker, il commissario Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis. Abbiamo illustrato la nostra proposta, che mi consente di dire che non tradiamo affatto la fiducia degli italiani", continua. "Nel momento in cui se ne è offerta la possibilità, abbiamo messo sul tavolo della negoziazione una proposta seria, ragionevole e confidiamo che questo negoziato possa concludersi nell'interesse di tutti e in particolare dei cittadini italiani, con una soluzione positiva pienamente condivisa". Sulla manovra economica "la maggioranza è assolutamente compatta", nel negoziato con la Commissione Europea. Stasera a Roma "dovremmo fare una riunione" con i due vicepremier Di Maio e Salvini, "ma per gli emendamenti". "Devo tornare a Roma perché fa un po' freddo" a Bruxelles, aggiunge.

"Non spetta a me prevedere la reazione conclusiva della Commissione Europea. Sicuramente" la proposta "è stata giudicata importante e significativa: nelle prossime ore continueremo a lavorare e confido in una soluzione positiva". Reddito di cittadinanza e quota 100 "entreranno in vigore come è stato preannunciato: gli importi, la platea, non rinunciamo a nulla", ripete Conte, che sta rientrando a Roma. Stasera "dovremmo fare una riunione" con i due vicepremier Di Maio e Salvini, "ma per gli emendamenti". "Devo tornare a Roma perché fa un po' freddo" a Bruxelles, aggiunge. Giovedì tornerà a Bruxelles per il Consiglio Europeo, durante il quale non si parlerà della manovra italiana, né di quella francese. Ma a margine del Consiglio sono sempre possibili incontri bilaterali.

Da parte della Commissione Europea, precisa il ministro dell'Economia Giovanni Tria, "non ci sono" due pesi e due misure nel trattamento riservato all'Italia e alla Francia.

Intanto, il governo ha posto la fiducia alla Camera sul decreto fiscale. L'annuncio è stato dato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta Riccardo Fraccaro. La votazione per appello nominale del ddl di conversione del decreto fiscale (già approvato dal Senato e in scadenza il prossimo 22 dicembre), avrà inizio domani alle 11.30, con dichiarazioni di voto dei rappresentanti dei gruppi a partire dalle 10. Seguiranno l'esame degli ordini del giorno e il voto finale sul provvedimento entro la serata.

«Da Ue richieste impossibili», infrazione a un passo

«Grande preoccupazione», nonostante da Palazzo Chigi, a Cdm in corso, sia stata fatta trapelare la voce di un clima di grande ottimismo in vista del vertice - decisivo - tra Giuseppe Conte e Jean Claude Juncker. In realtà, spiegano uomini vicini al presidente del Consiglio, «è durissima evitare l'infrazione». I saldi della manovra, in queste ore messi nero su bianco, sono cambiati, ma «non al punto di accontentare le richieste dell'Europa, che vorrebbero scendessimo sull'1,8%». Per il governo gialloverde si tratta di una richiesta «impossibile» da accettare.

In merito ai nuovi saldi al 2% della legge di bilancio anticipati da Bloomberg, Palazzo Chigi non conferma. Perché, spiegano le fonti di governo, «deve ancora iniziare una trattativa» con la Ue, «quindi non ha senso anticipare numeri».

Fondi Lega, M5S contro Salvini: «Non minimizzi»

Il caso Centemero scuote il governo gialloverde. "Non replichiamo ai Cinque Stelle, no comment", ha detto Riccardo Molinari, capogruppo della Lega a Montecitorio all'AdnKronos, dopo le prese di posizione del M5S, che per bocca del suo leader Di Maio e poi dei capigruppo D'Uva e Patuanelli, ha chiesto chiarimenti sulla vicenda dei presunti finanziamenti all'associazione 'Più Voci', su cui gli inquirenti indagano per finanziamento illecito dei partiti, con l'ipotesi di contributi finiti nelle casse della Lega, di cui è tesoriere Giulio Centemero.

Il vicepremier Luigi Di Maio si è detto certo che "Salvini non minimizzerà" nel momento in cui gli chiederà chiarimenti. Ne sono sicuri anche Francesco D'Uva e Stefano Patuanelli, capigruppo M5S di Camera e Senato, i quali però sottolineano: "Una cosa è doverosa dirla: da sempre ci battiamo contro i finanziamenti 'illeciti' ai partiti, perché in un Paese civile non devono esserci interessi esterni a influenzare l'attività delle forze politiche presenti in Parlamento", aggiungono. "E per quanto riguarda le fondazioni legate ai partiti vogliamo quella trasparenza che per troppo tempo è mancata in Italia. Per questo motivo nello Spazzacorrotti, che approveremo nelle prossime settimane, prevediamo norme che garantiranno assoluta trasparenza sui finanziamenti di cui beneficeranno partiti, movimenti e fondazioni collegate'', concludono. "Ognuno faccia il suo lavoro. Non c'è nulla da trovare e da cercare. Spero facciano in fretta", aveva detto ieri Salvini.

Tav, Salvini lancia ipotesi referendum

Il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini lancia l'ipotesi di un referendum sulla Tav. In occasione di un incontro a porte chiuse con gli industriali lombardi a Milano, "aspettiamo il rapporto costi/benefici, ma visto che riguarda soprattutto torinesi e piemontesi e gran parte della penisola italiana, se non si arrivasse a una decisione, chiedere ai cittadini cosa ne pensano potrebbe essere una strada" chiarisce. A chi chiede se pensa dunque a un referendum? "Perché no?" risponde Salvini.

"L'unica cosa che non può succedere è che si vada avanti ancora per settimane o mesi a discutere. Quindi serve su Tav "una risposta nelle prossime settimane, dei sì o dei no", sottolinea Salvini che per parte sua assicura: "io tifo sì". E "se i tecnici ci dicessero 'no' o 'forse', si possono ascoltare i cittadini" conclude il vicepremier.

«Datemi mandato a trattare con Ue», la sfida di Salvini

"Ho poche certezze, ma abbiamo cominciato una lunga marcia che nessuno può arrestare. Datemi un mandato per trattare con la Ue, non a nome del governo, non come ministro, ma a nome di 60 milioni di italiani". Firmato Matteo Salvini. Destinatari gli 80mila di piazza del Popolo, quelli che lui chiamerà "l'avanguardia del cambiamento". Nel discorso del ministro dell'Interno da piazza del Popolo non sono mancate le citazioni, una sopra tutte: quella di Giovanni Paolo II, il 'visionario' che ha sconfitto il comunismo. Ma quello che resterà della piazza del Valadier, affollata dai leghisti di tutta Italia per questo 8 dicembre 2018 è - soprattutto - l'avvio della nuova sfida all'Europa, in vista del voto di maggio: perché "l'obiettivo è tornare a un'Europa culla delle civiltà". Il giorno dell'Immacolata, infatti è il giorno in cui il vicepremier e ministro dell'Interno, fa sapere di essere pronto a cambiare l'Europa, dopo aver preso atto di essere la prima forza del Paese: "Mai avrei pensato che gli italiani ci chiedessero di guidare la rinascita di questo paese", ha detto quasi commosso il leader del Carroccio.

Sulle note di 'nessun dorma' della Turandot, il Capitano prende la parola alle 12.20, sotto il sole romano, dopo una pioggia mattutina, con le mani sul cuore e con il maglioncino che ha preso il posto della felpa rossa della Polizia, tra cori da stadio e trombette dei presenti, attacca a parlare con i ringraziamenti. "Non è facile parlare davanti a una piazza come questa, dal cuore ringraziamo a nome di 60 milioni di italiani, siete l'avanguardia del cambiamento". Premette che la festa però non potrà essere quella prevista, perché ci sono da piangere i morti di Ancona. Un minuto di silenzio, con la promessa di fare giustizia: “Chi sbaglia paga, da Genova ad Ancona". Poi il ministro lancia i suoi messaggi: il primo, quello che dà il segno della giornata, è all'Europa, "chiedo alla piazza di starmi vicino, di essere uniti e avere fiducia sul fatto che abbiamo idee chiare per l'Europa, non perdiamo tempo a fare polemiche". Gli avversari sono noti: quelli come il banchiere "Soros che ci vogliono tutti uguali in un mercato unico mondiale e con una lingua unica mondiale". Loro vogliono "consumatori schiavi che vanno al centro commerciale, da precari, non per comprare qualcosa ma per sognare di comprare qualcosa che è stato prodotto in Cina". Ma ribatte: "Non siamo consumatori e non siamo tutti uguali, il buon Dio per fortuna ci ha fatti tutti diversi. Viva le differenze che non vuole dire essere peggiori o migliori".

Quindi passa a rassicurare i partner di governo: "Dureremo cinque anni". "Quanto fatto in questi sei mesi - scandisce - è figlio dei lavori di tutti, ringrazio Luigi e coloro che credono in progetto ambizioso, rifarei tutto con impegno". "Ultima cosa che serve sono nuove tasse. Non ci saranno nuove tasse", dici a quel punto a scanso di equivoci, con la folla che applaude. Ma poi è di nuovo conciliante: "Non farò mai saltare un governo per un sondaggio". Di Berlusconi, suo alleato nel centrodestra, e ora all'opposizione invece Salvini non fa il nome, ma quando dice di essere uno "con i piedi in terra" e che "ne abbiamo visto troppi di unti dal Signore" in tanti pensano a una stoccata al Cavaliere. C'è spazio anche per rispedire al mittente chi lo critica di sovraesposizione sui social. "Dicono 'il ministro dell'Interno non può pubblicare la foto del piatto di spaghetti che ha mangiato', il ministro è una persona normale, diffidate di quei politici che stanno sempre nei palazzi e di cui non sapete niente".

Quindi "evviva gli spaghetti col ragù", scherza il titolare del Viminale, riferendosi alla foto del suo pranzo postata su Facebook alcuni giorni fa. Tanti applausi arrivano anche a questo punto, da una folla che non smette di scattare selfie e si compiace del suo leader. Leader che alle 13.10, dopo quasi un'ora, saluta tutti, trovando il tempo di tornare a parlare del "santo rosario che io tengo in tasca che nessuno potrà dire che non deve più avere asilo in Italia". E di lanciare l'appello finale: "A voi chiedo il mandato di trattare con la Ue non a nome del governo, non come ministro, ma a nome di 60 milioni di italiani", perché "se c'è vostro mandato, non abbiamo paura di niente e di nessuno". Così scende dal palco e si concede ai suoi fan. In tanti lo abbracciano, anche i bambini, tra le note diffuse dagli altoparlanti: con le canzoni di Vasco Rossi, Rino Gaetano e Edoardo Bennato e Povia a chiudere la kermesse. Poi un ultimo passaggio, per un saluto finale con i disabili, con cui riprendono foto e carezze. Scortato dalle forze dell'ordine, infine lascia la piazza, che sta iniziando a svuotarsi.

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