Martedì 19 Febbraio 2019 - 13:06

Stati Uniti sospendono trattato nucleare con Russia

"La Russia ha messo a rischio gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti, non possiamo più essere limitati da un trattato che la Russia viola in maniera spudorata". Mike Pompeo, segretario di Stato americano, si esprime così nella giornata in cui gli Stati Uniti formalizzano l'inizio dell'iter per uscire dal Trattato Inf, relativo ai missili a medio raggio. Secondo Washington, Mosca ha violato l'accordo in oltre 30 occasioni. Se la Russia non torna a rispettare i termini entro 6 mesi, dice Pompeo, "il trattato verrà terminato". "Gli Stati Uniti -aggiunge il numero della diplomazia a stelle e strisce- sperano di riportare le relazioni con la Russia su un binario migliore, ma spetta alla Russia cambiare rotta rispetto ad un modello di attività destabilizzante non solo su questo tema ma anche su molti altri".

All'inizio dello scorso dicembre l'amministrazione Trump aveva detto che avrebbe abbandonato il trattato bilaterale se la Russia non avesse iniziato a rispettarlo, fissando così una sorta di ultimatum che scade domani, 2 febbraio. L'annuncio avvierà comunque un nuovo periodo, di 180 giorni, per renderlo definitivo a meno che la Russia non ritorni a rispettare l'accordo firmato nel 1987.

Gli Stati Uniti accusano la Russia di violare il trattato con i missili balistici tattici 9M729 perché la loro gittata supera i limiti posti dall'Inf e chiedono a Mosca di distruggerli.

L'annuncio ha creato preoccupazione riguardo la possibilità dell'avvio di una nuova corsa al riarmo con Mosca. Gli alleati degli Usa nella Nato, intanto, hanno fatto sapere, tramite il Consiglio del Nord Atlantico, di "sostenere pienamente" la decisione dell'Amministrazione americana di "sospendere i propri obblighi ai sensi del trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces), in risposta alle violazioni materiali" dello stesso da parte della Russia.

 

Brexit, Bruxelles gela Londra

L'accordo per la Brexit già negoziato con il Regno Unito resta "l'unico e il migliore accordo possibile". Così il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nel suo intervento nell'aula del Parlamento europeo a Bruxelles, riguardo alla richiesta del Regno Unito di riaprire il negoziato con la Ue.

Il voto alla Camera dei Comuni "ha aumentato il rischio di un'uscita non ordinata del Regno Unito dalla Ue" ha detto, aggiungendo che "occorre fare tutto il possibile per preparaci a tutti gli scenari possibili, anche il peggiore". Juncker si è comunque detto "ottimista" e convinto che "si potrà trovare un accordo con il Regno Unito". 

Inoltre, la questione del backstop non riguarda solo l'Irlanda, ma tutta l'Europa, ha detto il presidente della Commissione, sottolineando che "la frontiera irlandese è una frontiera dell'Unione europea.

Resti aereo in Normandia, forse è quello di Sala

Pezzi di velivolo su una spiaggia, scattano le indagini. Le autorità britanniche hanno infatti annunciato che sono stati ritrovati i resti di un aereo, precisamente un due sedili, su una spiaggia della Normandia.

Resti che, ha fatto sapere in una nota l'Air Investigation Branch (AAIB) - l'agenzia investigativa per gli incidenti aerei del Regno Unito -, potrebbero essere quelli dell'aereo sul quale viaggiavano l'attaccante argentino del Cardiff, Emiliano Sala, e il pilota David Ibbotson, scomparso dai radar lo scorso 21 gennaio all'altezza del Canale della Manica tra Francia e Inghilterra.

Maduro apre al dialogo

Nicolas Maduro apre al dialogo ma rifiuta la richiesta di elezioni presidenziali anticipate. In un'intervista all'agenzia russia Ria Novosti, il presidente venezuelano si è detto pronto a sedere a un tavolo negoziale con l'opposizione e ha aperto alla possibilità di una mediazione di paesi terzi. "Sono pronto a sedere ad un tavolo negoziale con l'opposizione in modo da poter parlare a beneficio del Venezuela, la pace e il suo futuro", ha dichiarato all'agenzia. Tuttavia, l'erede di Chavez tira dritto e rifiuta di anticipare le elezioni presidenziali, come richiesto dall'autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò, che ha denunciato frodi e brogli in occasione dell'elezione di Maduro che, marciando con i soldati a Fuerte Tiuna, li ha arringati dicendo: "Siamo dal lato giusto della storia, nessuno dubiti".

"Le elezioni presidenziali in Venezuela si sono tenute e se gli imperialisti vogliono un nuovo voto lasciamoli aspettare fino al 2025", ha affermato Maduro, alludendo evidentemente a Washington. Nell'intervista in cui apre alla possibilità di colloqui con l'opposizione e la mediazione di terzi, Maduro - per il quale non c'è dubbio che Trumo abbia ordinato la sua morte - lascia però aperta la possibilità di elezioni parlamentari anticipate,ossia di un voto per il rinnovo dell'Assemblea Nazionale, presieduta dal suo rivale politico Guaidò: "Sarebbe ottimo svolgere elezioni parlamentari anticipate, sarebbe una buona forma di discussione politica". Quanto alla possibilità di una mediazione, Maduro ha risposto: "Ci sono diversi governi, organizzazioni a livello globale, che stanno dimostrando la loro sincera preoccupazione su ciò che sta accadendo in Venezuela, hanno fatto appelli a favore del dialogo".

Ai soldati, in un lungo discorso nel quale più volte fa riferimento all'aggressione "imperialista ordita da Donald Trump" e invita i militari a mantenere "nervi d'acciaio", Maduro ha detto: "In questo mondo nessuno rispetta i deboli, i codardi e i traditori. In questo mondo vengono rispettati i forti. Davanti alla minaccia imperialista, servono nervi d'acciaio". "Se vogliamo pace, se vogliamo armonia, se vogliamo fare progressi, se vogliamo prosperità, dobbiamo avere una forza armata unita, che protegga il popolo e pronta alla difesa", dice.

Ieri, intanto, il procuratore generale del Venezuela Tareck William Saab ha chiesto al Tribunale Supremo di Giustizia di vietare l'espatrio dell'autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò e di congelare i suoi conti bancari. Il procuratore ha spiegato di aver aperto un'indagine preliminare contro Guaidò a causa dei "violenti eventi" avvenuti nel Paese e delle dichiarazioni di Stati stranieri contro il governo del Venezuela.

 

Afghanistan, Farnesina: mai informati su ritiro

La Farnesina conferma di non essere mai stata messa al corrente delle intenzioni della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, prima delle sue dichiarazioni alla stampa relative alla decisione di ritirare il contingente militare italiano dall'Afghanistan. E' quanto si legge in una nota del ministero degli Esteri.

M5S: CRITICHE A TRENTA INCOMPRENSIBILI - I senatori M5S della Commissione Difesa di Palazzo Madama, che puntano il dito contro "le scomposte reazioni delle opposizioni alla storica notizia del disimpegno italiano", spiegano che "non ci ritiriamo con disonore perché abbiamo perso una guerra, ma che si torna a casa perché finalmente - ci auguriamo - la guerra finisce grazie a un accordo di pace che garantisce gli obiettivi di sicurezza dell'Occidente". "Le critiche al ministro della Difesa Elisabetta Trenta risultano incomprensibili - dichiarano i parlamentari M5S delle Commissioni Difesa di Camera e Senato - perché sarebbe stato gravemente irresponsabile da parte sua, una volta informata della svolta politico-militare in corso, non attivare subito le procedure formali interne - per le quali, va detto, non c'è bisogno di informare la Farnesina - che sono necessarie per iniziare a preparare il piano di rientro delle nostre truppe dall'Afghanistan: quasi mille soldati, centinaia di mezzi e tonnellate di attrezzature che non si riportano a casa dalla sera alla mattina".

GENERALE DEL VECCHIO - Il rientro del contingente italiano dall'Afghanistan "è un'operazione delicata, che ha bisogno di tempo per essere organizzata, in cui bisogna garantire la sicurezza del personale e dei mezzi" afferma in un'intervista all'Adnkronos il generale Mauro Del Vecchio, comandante delle forze Nato in Afghanistan nell'ambito dell'operazione Isaf dal 2005 al 2006. "L'annuncio del presidente Trump di ritirare i soldati statunitensi non consente una via di uscita diversa alle altre nazioni dell'alleanza - chiarisce - L'impegno statunitense nella missione è molto più forte di quello delle altre nazioni coinvolte e nessuna può farsi carico da sola sia dell'impegno del personale che delle risorse finanziarie. Però, se questo era l'intendimento degli Usa, sarebbe stato opportuno concordarlo con gli altri Paesi".

"Quando mi chiedevano quanto tempo saremmo rimasti - racconta Del Vecchio - dicevo che non saremmo potuti tornare prima del 2015-16 perché la situazione era difficile". Ora, spiega, "gli accordi che sembra siano stati raggiunti dal governo statunitense con i talebani sono un punto molto importante. Se verranno mantenuti consentiranno di arrivare al risultato iniziale della missione che era quello di evitare che quel Paese diventasse rifugio del terrorismo internazionale come lo stava diventando". Rimane ancora da raggiungere, chiarisce, "l'altro obiettivo iniziale, quello di aiutare un Paese in difficoltà cercando di avviarlo verso una strada di progresso e di diritti. Se da una parte gli accordi Usa con i talebani sembrano rispondere a un primo obiettivo il secondo non è stato raggiunto".

Sul fatto che la ministra della Difesa Elisabetta Trenta avrebbe dato disposizioni al Coi di valutare l'avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan, il generale Del Vecchio rileva che "il ministro della Difesa non parla con il Coi ma con il capo di Stato Maggiore della Difesa che, a sua volta, parla con il comandante del Coi. Se si fosse effettivamente rivolto direttamente al Coi, allora sarebbe un comportamento stridente. Tra l'altro - osserva Del Vecchio - una decisione importante come quella di terminare una operazione così complessa andava rappresentata anche in Parlamento".

L'abbraccio social a Julen

"Fai buon viaggio angelo, ci mancherai". E ancora: "è stato straziante seguire i soccorsi....un piccolo cuore che ha tenuto unito tante persone". I social si uniscono al dolore della famiglia del piccolo Julen, il bambino di due anni caduto in un pozzo a Totalàn (Malaga) e trovato morto dopo 13 giorni di ricerche disperate. Dopo la notizia tantissimi utenti si sono riversati sui social lanciando l'hashtag #DepJulen (riposa in pace, Julen) ricordando il piccolo attraverso vignette, messaggi di cordoglio e disegni.

Come quello, diventato già il simbolo di questa tragedia, che mostra due braccia lunghe che abbracciano il piccolo mentre dorme in fondo al pozzo. Tra i tanti a condividerlo anche Laura Pausini che in un tweet in spagnolo scrive: "Non posso crederci, #DepJulen, sto pregando molto per la tua famiglia". Messaggi di condoglianze e solidarietà stanno arrivando da tutto il mondo.

In Spagna, tra i primi a unirsi al dolore anche la casa reale spagnola che via Twitter esprime "il nostro più profondo e le più sentite condoglianze alla famiglia di Julen". "Il nostro riconoscimento va a tutte le persone che, senza stancarsi, hanno mostrato una solidarietà senza limiti", si legge ancora nel tweet con il ringraziamento ai soccorritori. Anche il premier Pedro Sanchez twitta che "tutta la Spagna si unisce alla tristezza infinita della famiglia di Julen. Saremo sempre grati per gli sforzi instancabili di chi ha cercato per tutti questi giorni".

Dall'Italia tantissimi sui social stanno commentando la vicenda, esprimendo profondo cordoglio: "Ho sperato fino all'ultimo in un finale felice anche se mi si stringeva il cuore, al solo pensiero che potessi essere lì giù da solo, al freddo" scrive un utente. "Stamattina la notizia che mai avrei voluto leggere. Fai buon viaggio piccolo angelo, ci mancherai" gli fa eco un altro. E anche Caterina Balivo twitta sulla morte del piccolo: "Da solo in quel pozzo, al freddo, lacerato dalla fame e senza la mano della mamma a proteggerti. Tutti noi abbiamo sperato fino all’ultimo in un miracolo... Riposa in pace Julen, piccolo angelo" scrive.

 

L'Europa sta con Guaidò

Se Nicolas Maduro non convocherà elezioni "trasparenti" nei prossimi otto giorni, la Spagna riconoscerà il presidente dell'Assemblea nazionale, Juan Guaidò come presidente ad interim del Venezuela. È quanto ha annunciato oggi Pedrò Sanchez con una dichiarazione dalla Moncloa durante la quale ha lodato "il coraggio" del giovane leader dell'opposizione venezuelana. "Non vogliamo instaurare o rimuovere governi, vogliamo la democrazia ed elezioni libere in Venezuela", ha dichiarato ancora il premier spagnolo. 
Sanchez non è l'unico leader europeo a essersi schierato con Guaidò. "Il popolo venezuelano deve poter decidere liberamente il suo futuro", scrive il presidente francese Emmanuel Macron aggiungendo: "Se non saranno annunciate elezioni entro 8 giorni, saremo pronti a riconoscere Guaidò come 'presidente in carica' del Venezuela per avviare un processo politico". A questo "stiamo lavorando insieme ai nostri alleati europei, ha concluso". "Senza elezioni annunciate da qui ad otto giorni, noi saremo pronti a riconoscere Juan Gauidò come presidente ad interim". Sulla stessa linea anche la Germania. "A meno che non vengano annunciate elezioni entro i prossimi otto giorni, siamo pronti a riconoscere Juan Guaidò come presidente a interim", ha fatto eco la portavoce del governo tedesco, Martina Fietz.

La spaccatura internazionale di fronte alla crisi venezuelana è evidente. Gli Stati Uniti, il Canada e oltre una mezza dozzina di Paesi latino americani si sono schierati con Guaidò, mentre un altro blocco di Paesi che comprende Russia, Iran, Turchia, Cuba, Bolivia e Nicaragua sostengono Nicolas Maduro.

Nel frattempo la grave crisi politica del Venezuela arriva oggi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che si riunisce per una seduta d'emergenza richiesta dagli Stati Uniti. Alla riunione parteciperanno il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il ministro degli Esteri venezuelano, Jorge Arreaza. Gli Stati Uniti, insieme a diverse altre nazioni dell'America Latina, hanno dichiarato il loro sostegno a Juan Gauido, il presidente dell'Assemblea nazionale e capo dell'opposizione, che mercoledì si è dichiarato presidente ad interim del Venezuela. Altri Paesi, tra i quali la Russia, l'Iran, la Turchia e l'Iran, invece sostengono Maduro, eletto lo scorso maggio in elezioni dichiarate non democratiche ad un secondo mandato che ha iniziato a dicembre nonostante le richieste internazionali di sue dimissioni.

In risposta alla mossa di Washington, Maduro ha tagliato le relazioni diplomatiche con Washington ed ordinato ai diplomatici Usa di lasciare il Paese entro domani. L'amministrazione Trump ha richiamato il personale diplomatico non essenziale ma ha confermato che l'ambasciata rimarrà aperta dal momento che non riconosce più l'autorità di Maduro.

 

Trovato morto nel pozzo, addio a Julen

Non c'è stato niente da fare per Julen, il bambino di due anni caduto in un pozzo a Totalán (Málaga). Il piccolo è stato trovato morto dopo 13 giorni di agonia e una ricerca disperata e senza precedenti che ha mobilitato tutta la Spagna. Julen è caduto nel pozzo il pomeriggio di domenica 13 gennaio. A raccontare la dinamica dell'incidente, qualche giorno fa, è stato José Roselló, il papà del piccolo: «Io e mia moglie avevamo deciso di trascorrere un pomeriggio in campagna con la cugina e il suo fidanzato su un terreno di loro proprietà, dove stavano per iniziare dei lavori - ha spiegato l'uomo intervistato da 'Diario Sur' -. Con noi c'erano anche Julen e la loro bambina che ha due anni e mezzo (la stessa età di nostro figlio)».

Al gruppo si uniscono altri due cugini e un paio di amici. «Stavamo preparando una paella - ha raccontato il papà di Julen -. Io stavo gettando la legna sul fuoco e mia moglie aveva preso il telefono per avvertire che non sarebbe andata a lavorare (in un fast food di La Cala). Era con Julen e mi ha chiesto di tenerlo d'occhio mentre telefonava». Il bambino si trovava a quattro/cinque metri di distanza. Ma poi inizia ad allontanarsi. Il padre non se ne accorge ed è solo quando ormai si trova a 10-15 metri di distanza che una cugina inizia a gridare: «Il bambino, il bambino» temendo che potesse inciampare.

Insieme corrono verso di lui ma è troppo tardi: lo vedono precipitare nel pozzo che era stato fatto scavare dai cugini a dicembre per cercare acqua nel terreno. La cugina guarda Julen mentre precipita con le braccia alzate. «Io sono arrivato subito dopo - ha spiegato il papà del piccolo -. Ho tirato via come ho potuto le pietre che si trovavano lì attorno e che erano state precedentemente utilizzate per tappare il buco. Ho infilato il braccio fino alla spalla, appoggiando la testa contro il terreno per raggiungerlo, perché non sapevo quando fosse profondo il pozzo. Credevo che Julen fosse più vicino».

In realtà il pozzo - largo appena 25 centimetri - era profondo oltre 100 metri. «Ho sentito piangere mio figlio. Avrei potuto dirgli: “Zitto, papà è qui e il fratellino (Óliver, che è morto nel 2017, all'età di tre anni, per una morte improvvisa) ci aiuterà». Dopo la prima reazione istintiva, José inizia a tirare via le pietre per paura che possano cadere nel pozzo e ferire suo figlio. Poi chiede ai cugini di andare a cercare aiuto. Un paio di escursionisti arrivano in pochi secondi, aiutandoli a chiamare subito i soccorsi. Quanto al pozzo, José ha detto che non era mai stato sigillato ma ricoperto da sassi. «È chiaro che non erano ben posizionati e Julen ci è scivolato facilmente. È magro, pesa 11 chili» ha aggiunto.

«So di essere un buon padre. Ho vissuto per i miei figli, ho dedicato la mia vita a loro» ha detto ancora José, che ha solo 29 anni, la stessa età di sua moglie Victoria, che racconta di aver conosciuto l'11 settembre 2001 nel quartiere di El Palo a Malaga. «Ricorderemo sempre quel giorno, come dimenticarlo? Era il giorno dell'attacco alle Torri gemelle. Eravamo solo bambini, siamo stati insieme per tutta la vita". José e Victoria nel 2017 hanno perso un altro figlio, Óliver, morto improvvisamente a 3 anni mentre camminava lungo la spiaggia con i suoi genitori. 

La Macedonia cambia nome

Il parlamento greco ha approvato l'accordo sul cambiamento di nome della Macedonia. Su 300 deputati, 153 hanno votato a favore e 146 contro, approvando così l'intesa di Prespa sul nome di Macedonia del Nord.

"Aspettando i prossimi passi procedurali che porteranno verso la piena attuazione dell'accordo" sul nuovo nome della Macedonia, "possiamo già dire che Atene e Skopje hanno scritto, insieme, una nuova pagina del nostro comune destino europeo" hanno dichiarato il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, la vicepresidente e Alto Rappresentante Federica Mogherini e il commissario all'Allargamento Johannes Hahn.

Russiagate, arrestato consigliere Trump

L'Fbi ha arrestato oggi in Florida Roger Stone, grande alleato del presidente Donald Trump. Lo riportano i media americani sottolineando che allo stratega politico vengono contestati sette capi di imputazione, tra i quali intralcio all'attività di un pubblico ufficiale, falsa testimonianza e subornazione di testimoni, nell'ambito dell'inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller. Secondo quanto hanno reso noto gli avvocati di Stone, agenti federali armati sono si sono presentati alle sei del mattino nella casa del consulente politico a Fort Lauderdale. E' prevista in giornata la prima udienza di fronte ai giudici del tribunale della città della Florida.

Nel mirino da mesi del procuratore che sta indagando sulla possibile collusione tra i russi e la campagna di Trump, Stone ha ammesso di aver scambiato messaggi con Guccifer 2.0, lo pseudonimo su Twitter dietro al quale, secondo l'intelligence Usa, operavano agenti dei servizi militari russi che partecipato all'attacco hacker ai democratici. Stone, che è stato consigliere ufficiale della campagna nel 2015 e poi ha continuato in modo informale a consigliare il presidente, su Twitter ha poi festeggiato quando Wikileaks ha pubblicato le mail democratiche poco prima del voto, rivendicando di essere in contatto con fondatore del sito Julian Assange, chiamandolo "il mio eroe".

LE ACCUSE - Roger Stone contattò Wikileaks per ottenere altro materiale rubato negli attacchi hacker ai democratici che potesse danneggiare Hillary Clinton. E' quanto si legge nell'incriminazione del grand jury che ha portato oggi all'arresto. Nell'incriminazione si sottolinea che Stone agiva su indicazione di "un alto funzionario della campagne di Trump" che a sua volta rispondeva ad "un ordine". Se i contatti tra Stone e Jiulian Assange sono noti da tempo, è la prima volta che i procuratori del team di Robert Mueller affermano che altre persone vicine al presidente lavorarono con Stone mentre questi entrava in contatto con il fondatore di Wikileaks.

"Dopo la pubblicazione del 22 luglio 2016 delle mail rubate ai democratici da parte dell'Organizzazione 1 - si legge in uno stralcio dell'incriminazione pubblicata dalla Cnn in cui si fa riferimento in questo modo a Wikileaks - ad un alto funzionario della campagna di Trump fu ordinato di contattare Stone per chiedergli se vi sarebbero state altre pubblicazioni e se l'Organizzazione 1 avesse altre informazioni in grado di danneggiare la campagna di Clinton. Stone quindi - si conclude - disse alla campagna di possibili future pubblicazioni di questo materiale da parte dell'Organizzazione 1".

 

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