Venerdì 16 Novembre 2018 - 1:00

È il lunedì del grande crollo: Piazza Affari perde il 6%

MILANO. Lunedì nerissimo sui mercati mondiali, che "riassaporano" il panico provato l'ultima volta nel 2011 e nel 2008, nel pieno della crisi finanziaria globale. All'origine della débacle, questa volta c'è la Cina e, ormai da qualche tempo, i timori che il rallentamento della sua economia sia peggiore del previsto. A Milano il Ftse Mib torna ai livelli di febbraio, chiudendo a 20.450 punti (-5,96%) e vicina ai minimi di seduta, mentre gli indici di Wall Street limano le perdite dopo un avvio shock, con mille punti persi in pochi minuti (-6,5%) rispetto alla seduta precedente. Il Dow Jones alle 17.30 segna -2,38% a 16.063 punti; il Nasdaq perde il 2,89% a 4,570 punti.

Andando con ordine, i forti ribassi per gli indici europei sono iniziati dall'avvio, dopo l'ennesimo crollo della piazze finanziarie cinesi: a nulla sono valse le operazioni del weekend della Banca centrale cinese per fermare l'emorragia degli investitori dalle Borse del Dragone e immettere nuova liquidità sul mercato. L'indice guida Shanghai Composite ha chiuso a 3.209 punti, in calo dell'8,49%, il declino giornaliero maggiore dal 27 febbraio del 2007.

Sul fronte delle materie prime, poco dopo l'avvio in forte ribasso del Nyse, il petrolio è scivolato sotto i 39 dollari al barile (38,9) per poi risalire a 39,18 dollari. A Londra, il Brent ha rispecchiato l'andamento del Wti e ha toccato il minimo infraday di 42,5 dollari per poi risalire a 43,5 dollari. L'Euro invece si rafforza sul dollaro (+2%) e supera 1,158 dollari, tornando ai massimi da gennaio.

In questo scenario, dove il timore sul rallentamento dell'economia cinese non si spegne e la fuga di capitali continua a spaventare i mercati, Atene è la Borsa peggiore del Vecchio Continente: l'indice Athens General cede il 10,5%. Tra le piazze finanziarie peggiori, quelle che perdono oltre il 5% ci sono Lisbona (-5,8%), Parigi (-5,35%), Amsterdam (-5,2%) e Madrid (-5,01%). La Borsa di Londra cede a fine seduta il 4,67%, quella di Francoforte il 4,7%.

Sul paniere principale della Borsa di Milano la maglia nera è Tenaris, che sfiora un crollo del 10%, fermandosi a -9,6% a 9,97 euro. Il forte ribasso riguarda anche gli altri titoli petroliferi: Eni cede il 7,98%, Saipem il 6,27%. Sul Ftse Mib, non c'è un titolo in verde. Quelli che contengono maggiormente le perdite sono Wdf (-0,20%), Italcementi (-0,35%) e Pirelli (-0,67%), le società protagoniste degli ultimi tempi per offerte di pubblico acquisto a livello internazionale.

Tra i titoli più venduti ci sono nuovamente quelli del lusso e quelli delle auto, il comparto più esposto in Cina e sui mercati di Asia e Pacifico. Luxottica perde il 7%, Salvatore Ferragamo il 6,44%, Yoox il 6,82%. Tod's e Moncler cedono 'solo' il 4% circa. Fca chiude la giornata con una perdita del 7,76%.

Tra le più colpite del comparto bancario c'è Mps (-7,07%). A seguire Intesa Sp (-6,14%), Bper (-6,08%), Mediobanca (-5,7%) e Banco Popolare (-5,67%). Da segnalare, alcuni tra i titoli che resistono di più al sell off globale: Ovs (+3,6%), Seat Pg (+2,56%) e Parmalat (+1,25%).

Stamani la Borsa di Schangai ha chiuso con un crollo dell'8,5%, scatenando un sell-off su tutti i mercati dell'area (Tokyo ha perso il 4,6%, Hong Kong oltre il 5%), mentre gli investitori guardano preoccupati al rallentamento dell'economia cinese, la seconda del mondo dopo gli Usa. Pesa la debolezza delle materie prime, che colpisce le valute correlate, come il rublo, ma sono tutti i mercati emergenti a soffrire (lam rupia indiana è caduta ai minimi da due anni sul dollaro). Resta inoltre l'incertezza sulle prossime mosse della Fed.

Asia, Borse nel panico: Shanghai crolla a -8,5%

MILANO. Avvio pesante oggi per la Borsa di Milano, con il Ftse Mib a 20.966 punti (-3,71%) e poi recupera al -2%.. Apertura negativa per Londra, con l'indice guida Ftse a 6.044 punti (-2,34%) dopo i primi scambi mentre a Francoforte l'indice guida Dax è a 9.776 punti (-3,41%). In rosso anche la Borsa di Parigi, con l'indice guida Cac a 4.492 punti (-2,99%).

Colano a picco le Borse cinesi, con l'indice guida Shanghai Composite che chiude a 3.209,91 punti, in calo dell'8,49%, il declino giornaliero maggiore dal 27 febbraio del 2007. L'indice principale della Borsa di Shenzhen, il Component, ha chiuso in calo del 7,83% a 10.970 punti. L'indice Chinext, che comprende aziende hi-tech ad alto tasso di crescita, ha ceduto l'8,08% a 2.152,61 punti. Quasi 2.200 titoli hanno perso oggi il 10%, limite massimo di variazione giornaliera.

Chiusura in profondo rosso per la Borsa di Hong Kong, con l'indice guida Hang Seng a 21.251,57 punti, in calo del 5,17%. Scambi per un controvalore di 138,97 mld di dollari di Hong Kong (17,93 mld di dollari Usa). Le vendite colpiscono i mercati di tutta l'Asia-Pacifico: a Manila, nelle Filippine, la Borsa ha chiuso in calo del 6,7%, con gli investitori che hanno venduto sulla scia delle pesanti perdite sugli altri mercati asiatici e internazionali. L'indice Pse ha ceduto 487,97 punti, chiudendo a 6.791 punti. Scambi per 12,62 miliardi di pesos (296,7 milioni di dollari) di controvalore. I titoli in calo sono stati 212, contro 13 in rialzo e 20 invariati.

Chiusura in forte calo per le Borse giapponesi, sulla scia delle perdite dei mercati cinesi oggi ed europei e americani venerdì scorso. Pesa anche il rafforzamento dello yen nel cambio con il dollaro, che penalizza le esportazioni nipponiche. L'indice principale Nikkei ha lasciato sul parterre il 4,61% o 895.15 punti, a quota 18.540,68, minimo di chiusura da circa sei mesi. L'indice Topix ha ceduto il 5,86% a 1.480,87 punti. In calo banche, immobiliare, acciaio e ferro. Scambi per 4.107,5 mld di yen di controvalore (33,94 mld di dollari).

In forte calo anche per la Borsa di Taiwan, in arretramento del 4,8%. L'indice ponderato della Borsa di Taipei ha chiuso a 7.410,34 punti, perdendone 376,58, ha riportato l'agenzia statale Cna. L'indice è arrivato a perdere il 7,5% durante gli scambi, prima di recuperare parzialmente. Liang Kuo-Yuan, presidente dell'istituto di ricerca Yuanta-Polaris, ha affermato che la caduta è da attribuire al rallentamento dell'economia cinese, riporta la Cna.

Chiude in forte calo inoltre la Borsa australiana, che ha perso quasi il 4% azzerando due anni di guadagni. Minerari, energetici e finanziari sono stati i titoli più colpiti dai timori provocati dal continuo calo delle Borse cinesi. Agosto si sta profilando come il peggior mese per gli investitori australiani dall'ottobre 2008, uno dei picchi della crisi finanziaria, riporta l'Australian Finance Review. L'indice principale Asx 200 ha toccato il minimo da due anni oggi in chiusura, in calo di 194 punti o il 3,9%. Il dollaro australiano è calato ai minimi da aprile 2009, raggiungendo 0,7225 sul dollaro Usa.

Paura di altre tasse: risparmi bancari +80 miliardi

ROMA. L'austerity fiscale continua a frenare l'economia italiana, spingendo i cittadini che possono permetterselo a mettere fieno in cascina. Il timore di nuove tasse e la paura della recessione fanno crescere i depositi bancari, in salita di oltre 80 miliardi (+5%) da giugno 2014 a giugno 2015. Ma i consumi restano al palo, gli investimenti sono fermi e la ripresa fatica. È «il paradosso del risparmio», fotografato dall'analisi del Centro studi di Unimpresa sull'andamento delle riserve italiane da giugno 2014 a giugno 2015. I salvadanai degli italiani sono passati, complessivamente, da 1.477 miliardi di euro a 1.558 miliardi (+5%). Per le famiglie l'incremento dei tesoretti è pari a 15 miliardi (+1,7%) e per le aziende a 14 miliardi (+7%).

Il comparto relativo alle assicurazioni e ai fondi pensione è l'unico che ha fatto registrare una diminuzione: le riserve sono calate di 3,4 miliardi (-15,51%).

Particolarmente rilevante, inoltre, il dato relativo al settore bancario: nonostante la liquidità delle banche, infatti, sia cresciuta di quasi 52 miliardi (+16%), il totale dei finanziamenti al settore privato continua a diminuire, con i prestiti che registrano un calo di oltre 7 miliardi.

«È uno degli effetti perversi del rigore e dell'austerity», commenta Paolo Longobardi, presidente Unimpresa. «Le famiglie non spendono più e preferiscono lasciare i soldi in banca: anche se i soldi ci sono non circolano, i consumi ristagnano e la ripresa fatica a crescere».

Tasse, salasso rifiuti: fino a +25% tra 2010 e 2015

ROMA. Caro rifiuti negli ultimi 5 anni. Tra il 2010 e il 2015 una famiglia con 4 componenti che vive in un casa da 120 mq ha subito un aumento del prelievo relativo all'asporto rifiuti del 25,5 per cento, pari - in termini assoluti - ad un aggravio di ben 75 euro. E' quanto emerge da un'analisi dell’Ufficio studi della Cgia, che sottolinea come questo tipo di famiglia quest’anno dovrà versare al proprio Comune 368 euro di Tari.

Appena leggermente inferiore l'aggravio per una famiglia di 3 componenti che abita in un appartamento da 100 mq, con un aumento del 23,5 per cento (+57 euro) e un onere per il 2015 di quasi 300 euro. Infine un nucleo di 3 persone che risiede in un’abitazione da 80 mq, invece, ha dovuto pagare il 18,2 per cento in più (+35 euro). In questo caso l’importo complessivo che dovrà pagare per i rifiuti sarà pari a poco più di 227 euro.

Per le attività economiche, aggiunge la Cgia, le cose sono andate anche peggio. Nonostante la forte riduzione del giro d’affari, ristoranti, pizzerie e pub con una superficie di 200 mq hanno subito un incremento medio del prelievo del 47,4 per cento, pari, in termini assoluti, a +1.414 euro. Un negozio di ortofrutta di 70 mq, invece, ha registrato un incremento del 42 per cento (+ 560 euro), mentre un bar di 60 mq ha dovuto versare il 35,2 per cento in più, pari ad un aggravio di 272 euro. Più contenuto, ma altrettanto pesante, l’aumento subito dal titolare di un negozio di parrucchiere (+23,2 per cento), dai proprietari degli alberghi (+17 per cento) e da un carrozziere (+15,8 per cento).

Nel corso degli ultimi anni - ricorda la Cgia - sono state numerose le novità che hanno riguardato il prelievo sui rifiuti con il passaggio da Tarsu e Tia alla Tares e infine nel 2014 alla Tari (Tassa sui rifiuti). Ma i benefici per i contribuenti, sottolinea Paolo Zabeo della Cgia, sono stati ridotti visto che le aziende di raccolta e smaltimento rifiuti «di fatto, operano in condizioni di monopolio, con dei costi spesso fuori mercato che famiglie e imprese, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la qualità del servizio offerto non sia migliorata, sono chiamate a coprire con importi che in molti casi sono del tutto ingiustificati».

«Proprio per evitare che il costo delle inefficienze gestionali vengano scaricate sui cittadini - ricorda Zabeo - la legge di Stabilità del 2014 ha ancorato, dal 2016, la determinazione delle tariffe ai fabbisogni standard. Grazie all’applicazione di questa nuova modalità, è probabile che dall’anno prossimo la tassa sui rifiuti diminuisca».

Sebbene in questi ultimi anni il costo economico sulle famiglie sia decisamente aumentato, ricorda la Cgia - dall’inizio della crisi ad oggi la produzione dei rifiuti urbani ha subito una forte contrazione. Se nel 2007 ogni cittadino italiano ne 'produceva' quasi 557 kg, nel 2013 (ultimo dato disponibile) la quantità è scesa a poco più di 491 Kg per abitante. «In buona sostanza – conclude Zabeo - nonostante abbiamo prodotto meno rifiuti, la raccolta e lo smaltimento degli stessi ci sono costati di più».

Crollano le Borse cinesi, perdite oltre il 6%

PECHINO. Chiusura in forte perdita per le Borse di Shanghai e Shenzhen, in Cina. L'indice Shanghai Composite archivia gli scambi cedendo il 6,15% a 3.748 punti, mentre lo Shenzhen Component perde il 6,56% a 12.684 punti.

 
Le Borse europee sono in rosso a poco più di un'ora dall'avvio degli scambi. Dopo le perdite registrate ieri e una partenza caratterizzata da un andamento incerto tra alti e bassi, le principali piazze finanziarie subiscono ora il crollo delle Borse cinesi: Amsterdam e Bruxelles cedono lo 0,11%, Parigi segna -0,40%, Francoforte -0,27%, Londra -0,23%, Lisbona -0,29%, Madrid -0,22% e Zurigo -0,19%.

Piazza Affari è in linea con le consorelle: l'indice Ftse Mib cede lo 0,28% a 23.341 punti e l'All Share segna -0,25% a 25.040 punti. A perdere terreno sono in particolare i titoli petroliferi, con Saipem che cede l'1,30% e Tenaris che perde l'1,26%. Male anche Finmeccanica che segna -1,10%.

Sulla giornata di oggi incombe anche l'attesa per il voto che il Bundestag è chiamato ad esprimere sul piano di aiuti da 86 miliardi alla Grecia, previsto per domani.

Toh, gli industriali si svegliano: «Non c'è ripresa»

ROMA. Dopo mesi trascorsi a fare previsioni di crescita rosee per l'economia, anche Confindustria si accorge che la ripresa non c'è. Commentando gli ultimi, deludenti dati del Pil, che nel secondo trimestre  2015 è aumentato appena dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, intervistato da Affaritaliani.it, dice: «È quello che ci aspettavamo. Purtroppo è la conferma che non c'è una ripartenza vera». La seconda parte dell'anno andrà meglio? «Speriamo, lo speriamo fortemente. Altrimenti sono guai».

Il Pil resta inchiodato: +0,2%

ROMA. Nel secondo trimestre del 2015 il Pil dell'Italia è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% nel confronto con il secondo trimestre del 2014. Lo comunica l'Istat. La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, di un aumento nei servizi, e di una variazione nulla nell’insieme dell’industria (industria in senso stretto e costruzioni). Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta. Il dato conferma quanto atteso dagli analisti, come spiega lo stesso Mef.

IL MINISTERO DELL'ECONOMIA. Il Pil del secondo trimestre si conferma «come da attese»; inoltre «dopo 13 trimestri consecutivi di calo tendenziale» il paese ha «due trimestri di crescita», osservano fonti del ministero dell'Economia e delle Finanze rilevando che «la programmazione di finanza pubblica è basata su stime corrette». Ma aggiungono: «Il paese può e deve fare di meglio: riforme strutturali e la politica economica favoriranno l'accelerazione».

GUERRA DI STIME. La crescita dell’Eurozona «continua a un passo moderato» e, per l'Italia, «la crescita media annua 2015 si dovrebbe collocare allo 0,6%», senza compromettere «la possibilità di conseguire una variazione media annua di 0,7%, come ipotizzato dal governo», per Luca Mezzomo, responsabile analisi macroeconomica Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. «Con questa crescita, inferiore alla previsione dei principali analisti, che stimavano un +0,3% e inferiore a quella del trimestre precedente (+0,3%), la previsione del governo di raggiungere per fine anno un +0,7% resta sempre più un miraggio». Lo afferma Massimiliano Dona, segretario dell'Unione nazionale consumatori. «La realtà è che l'Italia, dopo la Grecia, continua ad essere la malata d'Europa, il fanalino di coda».

IL PIL IN EUROPA. Nello stesso periodo, rileva l'Istat, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% negli Stati Uniti e dello 0,7% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti e del 2,6% nel Regno Unito.

GERMANIA E FRANCIA SOTTO LE ATTESE. L'economia tedesca nel secondo trimestre dell'anno cresce dello 0,4%. Gli analisti si aspettavano che il valore per il Pil tedesco registrasse un incremento di 0,5%. Crescita zero in Francia nel secondo trimestre. Secondo la stima preliminare diffusa dall'Istituto statistico nazionale francese, il pil francese ha registrato una variazione nulla rispetto alla crescita dello 0,6% registrata nel trimestre precedente e contro un aumento dello 0,2% stimato dagli analisti. Ieri la Grecia ha annunciato una crescita del Pil dello 0,8%.

Lavoro, tasso attività al Nord +17,7% rispetto al Sud

ROMA. Ben 17,7 punti percentuali dividono il Nord dal Sud, quando si confronta il tasso di attività tra le due aree geografiche dello Stivale: infatti se al Settentrione si arriva al 70,5%, il Sud si ferma al 52,8%. In altri termini il numero delle persone che lavora o cerca lavoro nel Settentrione supera di 17,7 punti il dato del Mezzogiorno. È quanto emerge dai dati contenuti nel dossier dell'Istat 'Italia in cifre' 2015, riferiti allo scorso anno, elaborati dall'Adnkronos. Il confronto tra donne e uomini che vivono nelle due aree geografiche evidenzia una differenza pari, rispettivamente, a 23,4 punti e 11,8 punti.

Al centro il tasso di attività arriva al 68,9% della popolazione, che sale al 76,6% per gli uomini e scende fino al 61,4% per le donne. Il tasso di attività, a livello nazionale, si colloca al 63,9% della popolazione di riferimento, con l'indice che scende al 54,4% per le donne e sale al 73,6% per gli uomini.

Differenze notevoli tra le aree geografiche si registrano anche quando si passa a esaminare il tasso di occupazione, che al Nord raggiunge il 64,3% mentre al Sud si ferma al 41,8%, con una differenza di ben 22,5 punti percentuali. Un gap enorme divide le due aree dello Stivale anche quando si passa ai dati sulla disoccupazione: è pari all'8,6% al nord, mentre raggiunge il 20,7% nel Mezzogiorno con una distanza di 12,1 punti percentuali.

L'Istituto di statistica, nel dossier, osserva che il Sud si distanzia in modo rilevante anche dal Centro, dove il tasso di occupazione arriva al 60,9% e la disoccupazione all'11,4%. Notevole, di conseguenza, è la distanza rispetto al dato nazionale per entrambi gli indicatori; il tasso di occupazione lo scorso anno è arrivato al 55,7% mentre la disoccupazione è arrivata al 12,7%. I collaboratori coordinati e continuativi e a progetto vengono utilizzati soprattutto al Nord, dove si concentra il 49,8% dei soggetti. Mentre il 27,1% lavora al centro e il restante 23,1% al Sud.

Spesa pubblica senza freni: per carta, benzina e bollette +11,7%

ROMA. Cresce la spesa del settore pubblico per l'acquisto di carta, benzina e bollette negli ultimi tre anni, passando da 121,1 miliardi del 2011 a 135,3 miliardi del 2014. In termini assoluti si tratta di un incremento di 14,2 miliardi (+11,7%). A lievitare sono state soprattutto le spese di beni e servizi delle aziende sanitarie, arrivate a 78,5 miliardi (+17,3%) e degli enti locali, che hanno raggiunto i 33,9 miliardi (+11,5%). I dati sono contenuti nella relazione della Corte dei conti sugli andamenti della finanza territoriale, consultati dall'Adnkronos.

Dalle tabelle della magistratura contabile emerge che il totale dei pagamenti effettuati dalle strutture pubbliche negli ultimi anni è aumentato in modo costante, arrivando a 838,1 miliardi lo scorso anno. Rispetto a tre anni prima l'incremento è stato di 25,5 miliardi (+3,1%).

Anche la spesa per beni e servizi ha registrato un costante incremento (+5,7% nel 2012, +4,2% nel 2013 e +1,5% nel 2014), con delle differenze tra le varie amministrazioni. Gli enti locali hanno visto aumentare le proprie ogni anno, anche se con percentuali molto differenti: +1,4% nel 2012, +9,5% l'anno successivo e +0,4% nel 2014.

Le aziende sanitarie hanno "copiato" il trend ascendente di comuni e province: si è infatti registrata una crescita del +6,2% del 2012, del +6,3% nel 2013 e infine del 3,9%. Le regioni hanno invece alternato una riduzione del 12,5% nel 2012, a un aumento del 16,9% per poi scendere di nuovo del 13,9% lo scorso anno, fermandosi a 2,7 miliardi.

Gli enti previdenziali, dopo un anno di incremento della spesa +4,6% nel 2012) e uno di variazione minima (+0,2% nel 2013), nel 2014 hanno ridotto i pagamenti del 4,5% fermandosi a 2 miliardi. Il settore statale, infine, nel 2012 aveva registrato un incremento della spesa del 19,7%, che negli anni successivi si è ridotta del 17,5% e del 4,1%, fermandosi a 13,3 miliardi.

La Cina svaluta ancora: terza volta in tre giorni

MILANO. Terza svalutazione in tre giorni per lo yuan da parte della Banca centrale cinese per rafforzare l'economia. People's Bank of China, ancora una volta senza preavviso, ha "aggiustato" il tasso di cambio giornaliero in ribasso di un altro 1,1% a 6,4010 contro il dollaro Usa. Martedì la banca aveva svalutato la prima volta la moneta cinese dell'1,9%, ieri dell'1,6%. La banca centrale deve ancora confermare l'operazione, ma il cambio è segnalato sul sito ufficiale del China Foreign Exchange Trade System. La terza svalutazione dello yuan era stata prevista dai mercati europei che non ne hanno risentito. Piazza Affari cresce dell'1,4%, Francoforte dell'1,44%, Parigi dell'1,7% e Londra dello 0,7% sulla scia dei mercati asiatici. La Borsa di Tokyo ha assorbito il colpo e, nonostante l'incertezza delle prime battute, ha terminato gli scambi a +0,99%. L'indice Nikkei ha ripreso 202,78 punti fino ad attestarsi a quota 20.595,55. Anche New York ieri sera ha chiuso gli scambi in recupero, con il Dow Jones, l'S&P e il Nasdaq di poco sopra la parità.

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