Martedì 19 Febbraio 2019 - 13:10

Il 40% delle pensioni sotto
i mille euro

ROMA. Nel 2014, la spesa complessiva per prestazioni pensionistiche, pari a 277.067 milioni di euro, è aumentata dell'1,6% rispetto all'anno precedente e la sua incidenza sul Pil è cresciuta di 0,2 punti percentuali, dal 16,97% del 2013 al 17,17% del 2014. Ma il dato che balza agli occhi è un altro: il 40,3% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese. Lo rileva l'Istat.

 

Le pensioni di vecchiaia assorbono oltre i due terzi (70,0%) della spesa pensionistica totale; seguono quelle ai superstiti (14,9%) e le pensioni assistenziali (8,0%); più contenuto il peso delle pensioni di invalidità (5,6%) e delle indennitarie (1,6%). L'importo medio annuo delle pensioni è di 11.943 euro, 245 euro in più rispetto al 2013 (+2,1%), continua l'Istat. I pensionati sono 16,3 milioni, circa 134mila in meno rispetto al 2013; in media ognuno percepisce 17.040 euro all'anno (403 euro in più rispetto al 2013) tenuto conto che, in alcuni casi, uno stesso pensionato può contare anche su più di una pensione.

 

Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono in media 14.283 euro (contro 20.135 euro degli uomini); la metà delle donne (49,2%) riceve meno di mille euro al mese, a fronte di circa un terzo (30,3%) degli uomini. Il 47,7% delle pensioni è erogato al Nord, il 20,4% nelle regioni del Centro e il restante 31,9% nel Mezzogiorno. I nuovi pensionati (le persone che hanno iniziato a percepire una pensione nel 2014) sono 541.982 mentre ammontano a 675.860 le persone che nel 2014 hanno smesso di esserne percettori (i cessati). Il reddito medio dei nuovi pensionati (13.965 euro) è inferiore a quello dei cessati (15.356) e a quello dei pensionati sopravviventi (17.146), cioè coloro che anche nel 2013 percepivano almeno una pensione. Quasi un quarto (23,3%) dei pensionati ha meno di 65 anni, la metà (51,9%) un'età compresa tra 65 e 79 anni e il restante quarto (24,9%) ha 80 anni e più.

Il 40,3% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, un ulteriore 39,1% tra 1.000 e 2.000 euro; il 14,4% riceve tra 2.000 e 3.000 euro mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 6,1% (4,7% tra 3.000 e 5.000 euro; 1,4% oltre 5.000 euro), prosegue l'Istat. Due terzi dei pensionati (66,7%) sono titolari di una sola pensione, un quarto (25,4%) ne percepisce due mentre il 7,8% è titolare di almeno tre pensioni, conclude la nota.

L'Istat: Italia
in crescita e più ottimista,
ma non al Sud

ROMA. L'Italia è in crescita ed è più ottimista rispetto agli anni della crisi, ma rimangono forti disuguaglianze ed il benessere non arriva a tutti. A cominciare dal Sud e dai giovani ancora troppo emarginati dal mondo del lavoro. E' il quadro che emerge dalla terza edizione del “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes 2015) presentato oggi dall'Istat. Nel 2014 e ancor più nei primi mesi del 2015 la situazione economica registra una serie di segnali positivi che dalle regioni del Nord si diffondono al resto del Paese, riflettendosi sulla condizione delle famiglie, a partire da quelle più agiate fino a quelle condizionate da maggiori vincoli di bilancio. Il Rapporto ribadisce pero' come nel Mezzogiorno rimangano forti diseguaglianze.

 

Aumentano il reddito disponibile (dello 0,7% nel 2013 e dello 0,1% nel 2014) e il potere d’acquisto; cresce la spesa per consumi finali, anche se in misura più limitata in conseguenza del lieve aumento della propensione al risparmio. Sempre meno famiglie mettono in atto strategie per il contenimento della spesa mentre è più elevata la quota di quelle che tornano a percepire come adeguate le proprie risorse economiche, si legge nel Rapporto. Il rischio di povertà e soprattutto la povertà assoluta hanno smesso di aumentare (dal 4,4% del 2011 sale al 7,3% nel 2013, per riscendere al 6,8% nel 2014); mentre la grave deprivazione diminuisce per il secondo anno consecutivo, attestandosi sui livelli del 2011 (11,6% le persone in famiglie con grave deprivazione).

 

In leggero miglioramento anche gli indicatori di natura soggettiva: la percentuale di persone in famiglie che arrivano a fine mese con grande difficoltà torna a scendere (17,9%) dopo aver raggiunto il valore massimo del decennio proprio nel 2013 (18,8%). Il Mezzogiorno, oltre ad avere un reddito medio disponibile pro capite decisamente più basso del Nord e del Centro, è anche la ripartizione con la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello posseduto dal 20% con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6.

Anche il mondo del lavoro mostra segnali di ripresa ma rimangono forti divari di genere e forte esclusione dei giovani, è la fotografia scattata dall'Istat nel rapporto Bes. Nel 2014 emergono i primi segnali positivi nella crescita dell’occupazione; la quota di persone di età 20-64 anni occupate in Italia sale al 59,9% nel 2014 (+0,2 punti percentuali rispetto al 2013), ma la distanza con l’Europa continua ad aumentare. La ripresa nel Paese è avvenuta, infatti, a ritmi meno accentuati in confronto ai principali paesi europei. Positiva è anche la diminuzione della percezione della paura di perdere l’occupazione e l’elevata soddisfazione per il proprio lavoro; quest’ultima rimane stabile con quasi la metà degli occupati che si ritiene molto soddisfatta. Importante il segnale della diminuzione delle differenze tra i tassi di occupazione delle donne con figli e senza figli, anche se, soprattutto per quante hanno basso titolo di studio e per le straniere, i problemi di conciliazione restano molto forti.

Intanto cresce la spesa per la ricerca ma l'Italia rimane comunque lontana dall'Europa. Nonostante un leggero incremento della quota di Pil destinata alla ricerca (1,31% nel 2013 a fronte di 1,27% nel 2012), l’Italia è notevolmente al di sotto della media europea e lontana dagli obiettivi di Europa 2020 (1,5%). L’attività di brevettazione nazionale è in calo e le domande di brevetto presentate per milione di abitanti confermano il gap con il resto d’Europa (71,6 contro i 112,6 dell’Ue). E' quanto emerge dal “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes 2015) presentato oggi dall'Istat. Alcune note positive arrivano dall’innovazione nelle imprese.

Nel quadro delineato dal Rapporto Bes dell'Istat, inoltre, rallenta la crescita dei reati, in calo la violenza contro le donne ma aumenta la sua gravità. E' quanto rileva l'Istat nel Bes 2015, il 'Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia' spiegando come la criminalità predatoria, in deciso calo a partire dagli anni ’90, ha invertito la tendenza registrando un forte aumento soprattutto negli anni di crisi economica. I furti in abitazione, raddoppiati in 10 anni, sono ora stabili (17,9 per 1.000 famiglie) ma lontani dalla situazione precedente gli anni 2000. Anche le rapine si sono stabilizzate nel 2014 (1,5 per 1.000 abitanti), mentre i borseggi sono in lieve aumento. Emergono segnali positivi ma sono ancora troppo deboli per indicare un miglioramento.

Pagamenti bancomat anche per importi inferiori a 5 euro

Utilizzo della moneta elettronica anche per i piccoli pagamenti, sotto i 5 euro. La proposta è contenuta in un emendamento del Partito democratico alla legge di stabilità, a prima firma di Sergio Boccadutri, presentato in commissione Bilancio alla Camera. La modifica prevede l'abbassamento dei costi relativi alle operazioni di pagamento tramite Pos, perconsentire così di utilizzare le carte anche per acquistare giornali o pagare il caffè. Il valore massimo delle commissioni «non potrà essere superiore a 7 millesimi di euro per ogni operazione».

Per agevolare ulteriormente l'utilizzo della moneta elettronica si propone, inoltre, di eliminare la possibilità, da parte dei commercianti, di rifiutare pagamenti con bancomat e carta di credito per importi al di sotto dei 30 euro. Gli emendamenti saranno esaminati dalla commissione Bilancio a partire da domenica prossima.

Il Codacons promuove "a pieni voti" l'emendamento che consente il pagamento con carta di credito e bancomat anche per piccoli importi. Il presidente Carlo Rienzi sottolinea che: «L'Italia è il fanalino di coda d'Europa. Mentre all'estero è consuetudine oramai da anni pagare anche il caffè con il bancomat, nel nostro Paese si registrano resistenze e ostacoli assurdi». Basti pensare che oggi, rileva Rienzi: «La legge obbliga gli esercenti ad accettare pagamenti con carta di credito solo per importi superiori ai 30 euro, ma non prevede alcuna sanzione per chi impedisce ai consumatori di utilizzare strumenti di pagamento elettronici. Praticamente l'anarchia più totale a esclusivo vantaggio degli esercenti, che finora hanno beneficiato di tale lacuna normativa». Per far sì che l'emendamento proposto oggi diventi un vero vantaggio per il Paese e per i cittadini, conclude il Codacons: «È necessario introdurre sanzioni pesantissime nei confronti di chi rifiuterà il pagamento con bancomat anche per piccoli importi».

Per la Confesercenti: «Un maggiore uso della moneta elettronica sarebbe senz'altro positivo - si legge in una nota - perché diminuirebbe i rischi e i costi connessi alla gestione del contante e andrebbe nella direzione di una maggiore possibilità di scelta da parte dei cittadini. Occorre però stare attenti ai possibili effetti collaterali per le imprese infatti il previsto taglio delle commissioni sotto i 5 euro, efficace solo nel caso in cui sia totale, comunque non basta. La maggior parte delle attività commerciali vende prodotti di prezzo superiore, e l'aggravio portato dall'obbligo di bancomat potrebbe raggiungere, secondo le nostre stime, i 1.700 euro l'anno per impresa».

I più colpiti dalla crisi? Gli autonomi

ROMA. La povertà continua a colpire soprattutto gli autonomi. L’anno scorso il 24,9 per cento delle famiglie con reddito principale da lavoro autonomo ha vissuto con una disponibilità economica inferiore a 9.455 euro annui (soglia di povertà totale calcolata dall’Istat). Praticamente una su quattro si è trovata in una condizione di vita non accettabile. Per quelle con reddito da pensioni/trasferimenti sociali e da lavoro dipendente, invece, la percentuale al di sotto della soglia di povertà è stata inferiore. Per le prime, infatti, l’incidenza si è attestata al 20,9 per cento, per le seconde al 14,6 per cento. E' quanto emerge dai dati elaborati dalla Cgia di Mestre

Tra il 2010 e il 2014 la quota di nuclei familiari in cattive condizioni economiche è aumentata di 1,2 punti percentuali. Per i pensionati la povertà è scesa dell’1 per cento, tra i dipendenti è aumentata dell’1 per cento, mentre tra il cosiddetto popolo delle partite Iva l’incremento è stato del 5,1 per cento, anche se va sottolineato che nell’ultimo anno la variazione è stata pressoché nulla.

“Purtroppo – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo - questi dati dimostrano che la precarietà presente nel mondo del lavoro si concentra soprattutto tra il popolo delle partite Iva. Sia chiaro, la questione non va affrontata ipotizzando di togliere alcune garanzie ai lavoratori dipendenti per darle agli autonomi, ma allargando l’impiego di alcuni ammortizzatori sociali anche a questi ultimi che, almeno in parte, dovrebbero finanziarseli”.

“Quando un lavoratore dipendente perde momentaneamente il posto di lavoro può disporre - evidenzia Zabeo - di diverse misure di sostegno al reddito. E nel caso venga licenziato può contare anche su una indennità di disoccupazione. Un autonomo, invece, non ha alcun paracadute. Una volta chiusa l’attività è costretto a rimettersi in gioco affrontando una serie di sfide per molti versi impossibili. Oggigiorno è difficile trovare un’altra occupazione; l’età spesso non più giovanissima e le difficoltà congiunturali costituiscono un ostacolo insormontabile al reinserimento nel mondo del lavoro”.

La Cgia fa notare che dall’inizio della crisi (2008) al primo semestre di quest’anno, gli autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari, etc.) sono diminuiti di quasi 260 mila unità: del 4,8 per cento. La platea dei lavoratori dipendenti, invece, si è ridotta di 408.400 unità, anche se in termini percentuali è diminuita “solo” del 2,4 per cento cioè della metà. Dall’inizio della crisi ad oggi, gli autonomi hanno segnato la contrazione peggiore in Emilia Romagna (-14,6 per cento), in Campania (-13,7 per cento) e in Calabria (13,3 per cento). Di rilievo, invece, la performance ottenuta dal Lazio (+10,1 per cento) e dal Veneto (+5,3 per cento).

“Non è da escludere – spiega Zabeo – che l’incremento registrato in Veneto sia in buona parte dovuto alle decisioni prese da molte aziende che, a seguito della crisi, hanno trasformato il rapporto di lavoro di molti dipendenti in forme di lavoro autonomo, invitando molte persone ad aprirsi la partita Iva. Nel caso del Lazio, invece, il dato si accompagna al contesto economico regionale, dominato dall’economia dei servizi che ha superato meglio le difficoltà di questi anni, permettendo una crescita e di conseguenza un deciso incremento occupazionale anche degli autonomi”.

Per quanto concerne le quattro ripartizioni geografiche, tra il 2008 e il primo semestre di quest’anno la riduzione più importante si è verificata nel Mezzogiorno ed è stata del 7,5 per cento (- 120.700 unità). Segue il Nordest con il -5,8 per cento (-67.800 unità) e il Nordovest con il -5,3 per cento (-82.500 unità). Solo il Centro ha segnato una crescita positiva dell’1 per cento (+11.300 unità). Infine, il reddito medio annuo delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha subito in questi ultimi anni (2008-2013) una riduzione di oltre 4.352 euro (-10,6 per cento), mentre quello dei dipendenti è aumentato di soli 320 euro (+1 per cento).

In deciso aumento, invece, il dato medio annuo dei pensionati e di quelle famiglie che hanno beneficiato dei sussidi (di disoccupazione, di invalidità e di istruzione) che sono stati erogati ai nuclei più in difficoltà. In termini assoluti il ritocco all’insù è stato pari a 1.680 euro (+7,6 per cento).

“Il forte calo della domanda interna ha contribuito in maniera determinante a peggiorare le condizioni economiche degli autonomi – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – Gli artigiani, i piccoli commercianti e i liberi professionisti nella stragrande maggioranza dei casi vivono dei consumi delle famiglie: il crollo di quest’ultimi ha causato una caduta verticale del fatturato di moltissime piccole attività e spinto alla chiusura tantissimi lavoratori autonomi. Si auspica che la ripresa dei consumi si consolidi nella parte finale di quest’anno e che il 2015 possa chiudersi con un numero di lavoratori autonomi superiore al 2014, come sembrerebbe intravedersi nei dati provvisori relativi al primo semestre”.

Ferrovie, nominati i nuovi vertici

ROMA. Fumata bianca per i nuovi vertici delle Ferrovie dello Stato Italiane. Dopo le dimissioni in blocco del cda ieri, l'assemblea del gruppo, che si è riunita in serata, ha nominato Renato Mazzoncini amministratore delegato e Gioia Ghezzi presidente. Ad annunciarlo è l'azionista Mef in una nota. "Di intesa con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il ministero dell'Economia e delle Finanze ha tenuto in data odierna una assemblea di Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. che, a seguito della decadenza del precedente consiglio di amministrazione della Società, ha deliberato la nomina del nuovo organo amministrativo di Ferrovie nelle persone di Gioia Ghezzi (Presidente), Daniela Carosio, Giuliano Frosini, Simonetta Giordani, Federico Lovadina, Renato Mazzoncini e Wanda Ternau", si legge nella nota. Il consiglio di amministrazione resterà in carica per il triennio 2015-2017. L'assemblea ha invitato il nuovo consiglio a nominare Renato Mazzoncini quale amministratore delegato della società con ampie deleghe operative.

Ferrovie dello Stato, si è dimesso il Cda

ROMA. Il cda di Ferrovie dello Stato avrebbe rassegnato le dimissioni. E' quanto apprende l'Adnkronos. Un passaggio che arriva pochi giorni dopo l'annuncio del governo di aver avviato la procedura di privatizzazione.

In malattia il lunedì, record alla Lombardia

ROMA. Nel 2014 nel nostro paese sono stati perse 108,7 milioni di giornate per malattia, di cui 77,2 milioni nel settore privato (più del 70% del totale) e 31,5 milioni nel pubblico . Ad assentarsi per ragioni di salute - con almeno un evento durante l'anno - sono stati 5,817 milioni di lavoratori, con una maggioranza in questo caso di dipendenti privati (4,06 milioni) rispetto a quelli pubblici (1,76 mln). Sono alcuni degli elementi che emergono dall'osservatorio Inps sulla certificazione di malattia, una banca dati che rivela come su un totale di 13,4 milioni di assenze nel corso del 2014 la durata delle malattie dei privati (9 giorni) sia in media più lunga rispetto a quella dei lavoratori del settore pubblico (6,5 giorni). Il periodo più critico si rivela, ovviamente, il primo trimestre: nei mesi invernali del 2014 infatti sono stati inviati in totale 5,93 milioni di certificati di malattia (fra pubblico e privato) contro i 3,02 milioni del terzo trimestre. Un lavoratore su tre si ammala di lunedì. La distribuzione del numero degli eventi malattia per giorno di inizio del 2014 "è simile per entrambi i comparti, con frequenza massima il lunedì, 2.576.808 eventi per il settore privato e 1.325.187 per la pubblica amministrazione, pari rispettivamente al 30,2% e al 27,2% del totale". Oltre 19 milioni e mezzo di giorni di malattia: è la Lombardia la regione con più giornate di lavoro 'perse' per malattia, e cioè 19.510.110, e di cui 15.674.797 tra i lavoratori privati e 3.835.313 tra quelli pubblici. Sono stati 10.923.293, invece, i giorni di malattia nel Lazio, di cui 7.088.227 nel privato e 3.835.066 nel settore pubblico. E' la Valle d'Aosta, invece, a guidare la classifica delle regioni con meno giornate di malattia (247.434), seguita a stretto giro dal Molise con poco più di 378mila giornate perse.

Un italiano su 4 è a rischio povertà

ROMA. Nel 2014 si attesta al 28,3% la stima delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale residenti in Italia, secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa 2020. Lo rileva l'Istat, nel Report sul reddito e le condizioni di vita degli italiani nel 2014. L’indicatore corrisponde alla quota di popolazione che sperimenta almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà (calcolato sui redditi 2013), grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro (calcolata sul numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante il 2013), spiega l'Istat. Nel 2014 le persone a rischio di povertà sono stimate pari al 19,4%, quelle che vivono in famiglie gravemente deprivate l’11,6%, mentre le persone appartenenti a famiglie dove l’intensità lavorativa è bassa rappresentano il 12,1%, prosegue l'Istat. L’indicatore del rischio povertà o esclusione sociale rimane stabile rispetto al 2013: la diminuzione della quota di persone in famiglie gravemente deprivate (la stima passa dal 12,3% all’11,6%) viene infatti compensata dall’aumento della quota di chi vive in famiglie a bassa intensità lavorativa (dall’11,3% al 12,1%); la stima del rischio di povertà è invece invariata. Per il secondo anno consecutivo, il calo della grave deprivazione è determinato dal fatto che scendono le quote di individui in famiglie che, se lo volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 13,9% al 12,6%), una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 51,0% al 49,5%) o una spesa imprevista pari a 800 euro (dal 40,2% al 38,8%), continua l'Istat.

La stima della grave deprivazione diminuisce soprattutto nel Mezzogiorno, tra i single e le coppie (soprattutto se anziani) e tra le coppie con un solo figlio, anche minore. Ancora grave la condizione dei genitori soli, delle famiglie con almeno tre minori o di altra tipologia, famiglie, queste ultime, che tra il 2013 e il 2014 hanno mostrato un ulteriore deterioramento della loro condizione (dal 15,9% al 20,2%), continua l'Istat. L’aumento della bassa intensità lavorativa ha riguardato, in particolare, gli individui in famiglie che vivono nel Mezzogiorno (la stima va dal 18,9% al 20,9%) o in famiglie numerose: coppie con figli (dall’8,3% al 9,7%), soprattutto minori (dal 7,5% all’8,9%), e famiglie con membri aggregati (dal 17,8% al 20,5%). L’indicatore sintetico di rischio di povertà o esclusione sociale è stabile anche a livello europeo da 24,5% a 24,4%. Il valore italiano è inferiore a quelli di Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%), Grecia (36,0%), Lettonia (32,7%), Ungheria (31,1%); ad eccezione di Romania e Grecia, tutti questi Paesi mostrano evidenti segnali di miglioramento rispetto all’anno precedente. La Spagna (29,2%), che insieme a Croazia e Portogallo si attesta su valori molto simili a quello italiano, registra invece un ulteriore peggioramento, mentre il livello rimane stabile negli altri due Paesi.

Famiglie tartassate dalle imposte, Napoli e Salerno sul podio

ROMA. Le famiglie più tartassate d’Italia abitano a Reggio Calabria: nel 2015 il peso complessivo di Irpef, addizionali comunali e regionali all’Irpef, Tasi, bollo auto e Tari ammonta a 7.684 euro. Lo rileva la Cgia. Al secondo posto di questa graduatoria troviamo Napoli: nel capoluogo campano le tasse che gravano su una famiglia media pesano 7.658 euro. Il terzo posto è occupato da Salerno: lo sforzo fiscale richiesto alle famiglie residenti in questa città è di 7.648 euro. Seguono Messina, Roma, Siracusa, Catania e Latina. La prima città del Nord è Genova che si “piazza” al 13esimo posto con 7.405 euro. Le città meno tartassate, invece, si trovano a Nordest: nelle ultime 6 posizioni ben 4 sono occupate da Comuni veneti e friulani: Verona (7.061 euro), Vicenza (6.986 euro), Padova (6.929 euro) e Udine (6.901 euro).
«Il differenziale tra le imposte pagate a Reggio Calabria e quelle versate a Udine è di ben 783 euro - commenta il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo - Se consideriamo la qualità e la quantità dei servizi offerti, è evidente che questo gap non ha alcuna giustificazione e la gran parte delle famiglie del Sud che pagano le tasse subiscono una vera ingiustizia». Nel dettaglio i risultati della ricerca dell’Ufficio studi della Cgia riguardano il carico fiscale gravante quest’anno su una famiglia media composta da un lavoratore dipendente con coniuge e figlio a carico: un nucleo “tipo” ha un reddito annuo di 31mila euro (pari a una retribuzione mensile netta di 1.900 euro), vive in un’abitazione di proprietà di 100 metri quadrati (rendita catastale di 500 euro) e possiede un’autovettura di media cilindrata. La Cgia precisa che sono stati presi in esame 50 Comuni capoluogo: 19 di regione e 31 di provincia con più di 100mila abitanti.
«In Italia il carico fiscale sulle famiglie penalizza soprattutto quelle residenti nelle città del Mezzogiorno. A gravare sulle tasche dei cittadini del Sud pesano, in particolar modo, l’addizionale regionale Irpef e la Tari», rileva Zabeo, entrando poi nel dettaglio: sulla prima imposta pesa il fatto che quasi tutte le regioni del Sud sono in disavanzo sanitario, pertanto, ai cittadini di questi territori viene applicata l’aliquota massima per comprimere il deficit. Sulla Tari gravano gli eccessivi costi di gestione delle aziende di asporto rifiuti e una percentuale di raccolta differenziata molto contenuta.
Nel 2016 la situazione è destinata a migliorare: con l’abolizione della Tasi sulla prima casa, le famiglie italiane risparmieranno mediamente tra i 200 e i 250 euro. «Tuttavia - prosegue Zabeo - per i nuclei residenti nelle realtà in disavanzo sanitario, come il Piemonte, il Lazio e la gran parte delle regioni del Sud, è probabile che i mancati aumenti dei trasferimenti in materia di sanità vengano compensati con un incremento della tassazione locale e/o con un inasprimento dei ticket». Solo dal 2018 le famiglie italiane potranno beneficiare di un consistente taglio dell’Irpef. In attesa di questa misura, comunque, il carico fiscale non dovrebbe subire significative variazioni. «Sia chiaro - conclude il segretario della Cgia Renato Mason - con questa analisi non vogliamo assolutamente dare alcun giudizio sull’operato degli amministratori locali. Infatti, abbiamo considerato in maniera indistinta tributi nazionali, regionali e comunali, con l’obbiettivo di comprendere quanto possa variare il prelievo fiscale tra le principali città italiane a parità di condizioni».

Sorrento Meeting 2015, esperti a confronto sulla mobilità nel Mediterraneo

SORRENTO. Un progetto esecutivo, contenente le linee guida per disegnare la piattaforma logistica nazionale, in particolare del Mezzogiorno, rendendola maggiormente competitiva nel Mediterraneo. Un progetto finanziabile con i fondi strutturali 2014-2020, messi a disposizione dall’Unione Europa.

Elaborata dall’Obi, l’Osservatorio Banche-Imprese di Economia e Finanza, in collaborazione con il Centro di Ricerca sulla Logistica dell’Università Carlo Cattaneo-Liuc, la proposta sarà presentata a Sorrento, nella due giorni in programma domani 20 e sabato 21 novembre, all’Hilton Sorrento Palace, in occasione della quinta edizione del Sorrento Meeting, l’evento internazionale che dal 2010 riunisce nella città costiera economisti, accademici, rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e finanziario. 

L’edizione di quest’anno, incentrata sul tema della logistica e della mobilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione alla logistica delle merci, si svolge con il sostegno del Comune di Sorrento, ed è organizzata dall’Obi in collaborazione con Assologistica, Confitarma, Fondazione Mezzogiorno Sud Orientale e Fondazione Mezzogiorno Tirrenico.

Al Sorrento Meeting 2015 sono attesi, tra gli altri, gli interventi dell’economista James Kenneth Gailbrath, dell’ambasciatore del Regno del Marocco in Italia Hassan Abouyoub, del presidente di Scelta Civica Salvatore Matarrese, del presidente della Svimez Adriano Giannola, del presidente di Assologistica Carlo Mearelli, del presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella e di esponenti delle giunte regionali di Puglia e Calabria.  

Un ampio focus sarà dedicato alla legge di riordino delle autorità portuali. Argomento che sarà discusso con la partecipazione di rappresentanti delle autorità portuali di Malta e del Pireo, e con i presidenti delle autorità portuali di quattro città del Mezzogiorno: Bari, Napoli, Taranto e Salerno.

“L’edizione 2015 del Sorrento Meeting - spiega Antonio Corvino, direttore generale dell’Obi - sarà l’occasione per riflettere sull’importanza di un maggiore efficientamento nel settore della logistica. Guardando al caso Italia, affronteremo le ragioni del ritardo accumulato dal Mezzogiorno, il quale deve invece avere un ruolo di primo piano e diventare un hub non solo nei nostri confini, ma anche dell’Europa nel Mediterraneo. La nostra proposta, che illustreremo, prevede lo sviluppo di un’offerta che valorizzi, in maniera sinergica, porti, aeroporti e rete ferroviaria. Una visione che integri, nell’offerta logistica, anche il settore produttivo e i suoi nuclei industriali”. 

Nel corso del Sorrento Meeting verrà illustrato anche il rapporto Obi 2015 su Imprese e Competitività.

“Dalla nostra indagine - dichiara il vice presidente dell’Obi, Gaetano Mastellone (nella foto) - emergono situazioni di criticità e di difficoltà persistenti dovute anche in gran parte alla mancanza di propositive politiche industriali da parte dei soggetti pubblici che tardano ad avviare, e sostenere, una manovra anticiclica a favore dell’economia. Bisogne che tutti capiscano che il Sud d’Italia non può più essere considerato un territorio a parte, non può più essere considerato come carne da macello”.

Per il presidente dell’Obi, Michele Matarrese, “il Sorrento Meeting è un’occasione unica, nel panorama italiano, per riflettere di economia partendo dai territori. Ci dà anche l'opportunità di presentare il Rapporto su Imprese e Competitività, una indagine sulle dinamiche dei sistemi produttivi delle regioni italiane. Durante i lavori rivolgeremo al mondo della ricerca economica, alla politica, alle parti sociali, e alle istituzioni, l’invito ad utilizzare i risultati della nostra ricerca come supporto per un nuovo pensiero critico sul regionalismo, sul Mezzogiorno, e sulle strategie di fuoriuscita dalla crisi”.

“Per Sorrento è un grande onore ospitare anche per il 2015 questa importantissima iniziativa, che accende i riflettori sulle tante questioni relative alla logistica e alla mobilità delle merci - osserva il sindaco, Giuseppe Cuomo - Di straordinaria importanza, per noi, il focus dedicato alle prospettive logistiche nel Mezzogiorno italiano. Sappiamo tutti come le carenze infrastrutturali, insieme a tanti altri gap, condannino il nostro Sud ad una condizione di nanismo nei confronti di altri territori, impedendone lo sviluppo. Spero che dal confronto tra esperti e ricercatori, riuniti in questa due giorni, possano emergere soluzioni adeguate”.

Informazioni sull’evento, sul programma e sui relatori sono disponibili sul sito dell’Obi, all’indirizzo www.bancheimprese.it 

   

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