Martedì 19 Febbraio 2019 - 13:12

Av Afragola stazione d'arte, via alla mostra fotografica

AFRAGOLA. La stazione AV Napoli Afragola, gioiello dell’architettura internazionale, accoglierà nei suoi spazi espositivi una suggestiva mostra fotografica dal titolo “Il Cielo oltre gli Dei" che sarà inaugurata sabato 12 gennaio alle ore 11. Si tratta di un’iniziativa che, grazie agli ampi spazi disponibili destinati ad aumentare in futuro, apre la monumentale struttura ad altre possibilità di utilizzo – sede di eventi, manifestazioni, convegni - oltre a quello naturale di punto di snodo fondamentale per il trasporto ferroviario del Mezzogiorno. La rassegna fotografica, costituita da 22 scatti in bianco e nero e a colori realizzati da Riccardo De Massimi, è allestita da Barbara Martusciello, nota critica d’arte e curatrice di numerose mostre. Il filo conduttore dell’esposizione è rappresentato dalla costante presenza nelle foto di figure statuarie e architetture imponenti che, quasi come silenziosa testimonianza del genio ispirato dalla grandezza divina, si stagliano verso il cielo costituendo una immaginaria via di collegamento fra gli umani e gli Dei che li osservano dall’alto. Realizzate prevalentemente a Roma, le fotografie prendono spunto da opere del “ventennio” che, con forme e architetture innovative per l’epoca, raffigurano non solo una proiezione verso il cielo, ma anche verso il futuro. Non è casuale, dunque, la scelta della sede espositiva di Napoli Afragola in quanto la stazione, grandiosa struttura avveniristica, simbolo di modernità e sviluppo, è essa stessa apprezzata opera d’arte dell’indimenticata archistar Zaha Hadid. La mostra, a ingresso libero, sarà aperta tutti i giorni dalle 8 alle 20 e visitabile fino a sabato 2 febbraio.

 

Paolo Giulierini è il miglior direttore di museo del 2018

NAPOLI. Il MANN ancora sul podio: dopo essere stato premiato, per l’anno 2017 da Artribune, come “Migliore Museo italiano”, per il 2018 è Paolo Giulierini (nella foto di Paolo Soriani) a ricevere il riconoscimento di “Migliore Direttore di Museo”. Secondo Artribune, Giulierini è stato insignito della menzione perché «riattivare in chiave contemporanea l’antico è una sfida difficile ed importante, e il Direttore sta portando avanti con grande audacia un programma di modernizzazione, esemplare per istituzioni analoghe.  Inoltre Giulierini sta rendendo sempre più innovativa e fruibile la magnifica collezione del museo che dirige». Artribune cita, altresì, il videogioco archeologico “Father and son”, realizzato dal MANN, come antesignano della ricerca effettuata dal team di Fabio Viola nell’ambito della valorizzazione dei beni culturali grazie alle nuove tecnologie. Emozionato Paolo Giulierini, che commenta: «Sono orgoglioso del lavoro svolto, portato innanzi con entusiasmo e dedizione: è un lavoro che premia non soltanto il Direttore, ma tutto lo staff del Museo, indispensabile punto di riferimento per questa straordinaria esperienza di gestione del mio, del nostro amatissimo MANN». 

Riapre la Schola Armaturarum, Osanna conferma ricandidatura

POMPEI. Un giorno «importante ma anche un po' triste» per Massimo Osanna, direttore generale del Parco archeologico di Pompei che oggi conclude il suo mandato. Lo fa, e di questo si dice «molto contento», riaprendo al pubblico la Schola Armaturarum, l'edificio che con il suo crollo nel 2010 segnò uno dei momenti più bassi nella gestione, manutenzione e fruizione degli scavi archeologici di Pompei. «Sono ottimista, torno all'Università soddisfatto del lavoro che ho fatto», spiega Osanna annunciando al contempo di aver partecipato al nuovo bando «perché vorrei chiudere un altro triennio di lavoro. Una volta risolti i problemi e la situazione disastrosa che c'era nel 2014, oggi a Pompei si può fare manutenzione programmata. Vorrei dedicarmi a questo e alla fruizione: gli ingressi non sono più adeguati alla nuova sollecitazione dei turisti che sono aumentati a 3,7 milioni, bisogna risistemare i depositi, mi piacerebbe farlo scavo di via dei Sepolcri a Torre Annunziata. C'è tanto da fare - conclude Osanna - e mi piacerebbe continuare quello che ho iniziato».

SCHOLA ARMATURARUM. La Schola Armaturarum, la casa dei gladiatori crollata nel 2010 e riaperta oggi alla fruizione del pubblico, potrebbe essere stata la sede di un'associazione chiusa nel 59 d.C. a seguito dei pesanti scontri tra pompeiani e nocerini che causò diversi morti. È una delle ipotesi sorte a seguito dei lavori di scavo e restauro di uno degli edifici simbolo del Parco archeologico di Pompei, ha spiegato il direttore generale Massimo Osanna descrivendolo «edificio simbolo degli alti e dei bassi di Pompei nel Novecento». Osanna ricorda che della Schola Armaturarum «si è parlato di scuola dei gladiatori, ma oggi forse, con i nuovi scavi, potrebbe avere anche un altro significato. Alle spalle - racconta - abbiamo scoperto dei magazzini con una serie di anfore che raccontano una piccola storia mediterranea: ci sono anfore che arrivano da tutto il Mediterraneo, dal Nordafrica, da Creta, dall'Andalusia e ci sono anfore locali, una dieta mediterranea fatta di connettività. Questa scoperta ci fa capire che forse era la sala banchetti di un'associazione, forse una di quelle chiuse nel 59 quando la rissa nell'Anfiteatro portò a una serie di punizioni nei confronti di chi non si era comportato bene».

Scavi di Pompei, riapre la Schola Armaturarum

POMPEI. Da domani la Schola Armaturarum torna visitabile al pubblico. Il racconto di questo luogo simbolo della rinascita di Pompei, tragicamente collassato nella parte superiore il 6 novembre 2010, sarà affidato ai restauratori che illustreranno il minuzioso intervento di restauro sugli affreschi, e gli ambienti retrostanti oggetto dell'ultima campagna di scavo che ha contribuito a chiarire la funzione di questo edificio. Le visite saranno possibili ogni giovedì negli orari di apertura del sito, per gruppi contingentati di visitatori. È il primo passo verso un più articolato progetto di fruizione e di musealizzazione, esteso anche ai vani retrostanti, che consentirà di vedere i dipinti e gli oggetti nel loro luogo di rinvenimento Scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1915 e il 1916, la Schola Armaturarum era probabilmente un edificio di rappresentanza di un'associazione militare, come si può dedurre dalle decorazioni e dal rinvenimento di armi custodite al suo interno.

GLI ULTIMI SCAVI. Gli ultimi scavi eseguiti per la messa in sicurezza delle strutture sembrano rafforzare questa ipotesi. Sul retro dell'edificio sono infatti venuti alla luce ambienti di servizio dove si custodivano anfore contenenti olio, vino pregiato e salse di pesce provenienti dal Mediterraneo (Creta, Africa, Sicilia, Spagna), prodotti di qualità da servire in occasioni conviviali o di rappresentanza. Quello del 2010 non fu l'unico crollo dell'edificio. Durante i bombardamenti alleati del '43, la struttura venne semidistrutta e andarono perduti in maniera irreparabile gran parte degli elevati e degli apparati decorativi. Nei successivi restauri condotti da Amedeo Maiuri tra il 1944 e il 1946, si procedette a una ricostruzione integrale delle pareti laterali fino a 9 metri di altezza e alla realizzazione di una copertura piana in cemento armato. Come avvenne per molti restauri dell'epoca, l'intervento ricostruttivo, finalizzato a riproporre i volumi originari dell'edificio, fu eseguito con materiali impropri (ferro e cemento) rispetto alle tecnologia costruttiva antica. L'indagine della Procura non ha individuato cause o responsabilità del crollo del 2010. 

CONCAUSE. È tuttavia probabile che il collasso fu determinato da una serie di concause, aggravate dall'intensità delle piogge di quei giorni: il probabile malfunzionamento dei sistemi di smaltimento dell'acqua e il conseguente peso eccessivo della copertura moderna; la spinta del terreno retrostante; l'incompatibilità dei materiali utilizzati nella ricostruzione postbellica; la mancanza di un sistema programmato di monitoraggi e manutenzione. Il crollo aveva interessato in maniera preponderante la ricostruzione moderna di Maiuri e in misura minore le pitture originali. Gli interventi di recupero hanno avuto inizio nel 2016 con il supporto tecnico di Ales, la struttura interna del Mibac che si occupa da più di tre anni della manutenzione programmata di Pompei. Realizzata una copertura temporanea che consentisse l'avvio dei lavori, si è proceduto inizialmente alla messa in sicurezza delle strutture e degli apparati decorativi, per evitare l'ulteriore perdita di porzioni originali.

GLI INTERVENTI. È stato cioè necessario in una prima fase ripristinare la stabilità delle murature e degli intonaci superstiti, fortemente compromessa dalle sollecitazioni dovute al crollo della copertura e delle pareti laterali. Successivamente si è intervenuti sulle superfici dipinte agendo in parallelo, sulle pareti conservate all'interno dell'edificio e ricomponendo in laboratorio i frammenti recuperati dopo il crollo. Si è scelto di ripristinare la leggibilità figurativa attraverso un'attenta pulitura e un'accurata presentazione estetica, pur garantendo la riconoscibilità dell'intervento. In particolare il trattamento delle lacune presenti sulle pareti dipinte è stato oggetto di un'approfondita riflessione critica. Si è scelto di adottare il “tratteggio", una tecnica messa a punto dall'Istituto Centrale del Restauro negli anni '40, che consiste nell'accostamento di leggerissimi tratteggi verticali ravvicinati che ripropongono la policromia originale e consentono di ripristinare l'unità dell'immagine perduta, garantendo tuttavia la possibilità di distinguere da vicino l'intervento di restauro. 

OSANNA. «Da metafora dell'incapacità italiana di prendersi cura di un luogo prezioso che appartiene all'intera umanità, la riapertura della Schola Armaturarum rappresenta un simbolo di riscatto per i risultati raggiunti a Pompei con il Grande Progetto, e più in generale un segnale di speranza per il futuro del nostro patrimonio culturale - afferma il direttore generale Massimo Osanna -. Da quel crollo avvenuto nel novembre del 2010, la cui risonanza mediatica determinò un coro d'indignazione internazionale, si è affermata una nuova consapevolezza della fragilità di Pompei e la necessità di avviare un percorso di valorizzazione, fatto non solo d'interventi straordinari ed episodici, ma soprattutto di cure e di attenzioni quotidiane».

Addio allo scrittore israeliano Amos Oz

Addio allo scrittore Amos Oz, uno degli intellettuali più influenti e stimati di Israele, autore di acclamati e pluripremiati romanzi, saggi e libri per bambini. E' morto oggi all'età di 79 anni a causa di un cancro. In una breve nota, la figlia dello scrittore, Fania Oz-Salzberger, ha scritto: "Il mio amato padre è morto a causa di un cancro dopo un rapido peggioramento, serenamente nel sonno, circondato dai suoi cari". Autorevole sostenitore della "soluzione dei due Stati" per porre fine al conflitto israelo-palestinese, Oz, con gli scrittori David Grossman e Abraham Yehoshua, ha rappresentato la coscienza critica dello Stato d'Israele negli ultimi decenni.

Nato a Gerusalemme il 4 maggio 1939, attualmente viveva nella città israeliana di Arad e insegnava letteratura all'Università Ben Gurion del Negev. Nel suo romanzo autobiografico "Una storia di amore e di tenebra" (Feltrinelli, 2003), Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende storiche del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei Fedayyin, la vita nei kibbutz. I suoi lavori sono tradotti in oltre quaranta lingue. Con Feltrinelli Oz ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D'un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, Premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, Premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell'identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger) Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017) e Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018). Nella collana digitale Zoom di Feltrinelli ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Amos Oz ha vinto il Premio Catalunya e il Premio Sandro Onofri nel 2004, il Premio Principe de Asturias de Las Letras e il Premio Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, il Premio Primo Levi e il Premio Heinrich Heine nel 2008, il Premio Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013.

Nella vita di Amos Oz (pseudonimo di Amos Klausner) è stato determinante il suicidio della madre, avvenuto quando aveva appena dodici anni. L'elaborazione del dolore si sviluppa ben presto in un contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica. Il contrasto padre-figlio portò alla decisione del 15enne Amos di entrare nel kibbutz Hulda e di cambiare il cognome originario "Klausner" in "Oz", che in ebraico significa "forza". Si laureò in lettere e filosofia all'Università Ebraica di Gerusalemme e poi si specializzò all'Università di Oxford. Soldato dell'esercito israeliano durante gli scontri al confine tra Israele e la Siria, durante la Guerra dei sei giorni (1967) e durante la Guerra del Kippur (1973), combattendo sulle alture del Golan, Oz ha partecipato attivamente al dibattito politico per una risoluzione del conflitto israeliano-palestinese, cui ha dedicato i saggi "In terra di Israele" (1983) e "Contro il fanatismo" (2004), oltre che numerosi interventi sulla stampa internazionale. Nei suoi numerosi romanzi - il cui punto di vista privilegiato è quello delle relazioni di coppia o generazionali - riflette i conflitti aperti nella società israeliana e la difficile convivenza delle due culture, europea e araba, in una visione ironica, priva di ottimismo: "Michael mio" (1968), "Un giusto riposo" (1982), "La scatola nera" (1987), "Conoscere una donna" (1989), "Lo stesso mare" (1999), "Vita e morte in rima" (2007).

Canosa, i valori e la dignità di un principe

CASTELLAMMARE DI STABIA. Serata di Storia, “tutta un’ altra Storia…”,  alla Libreria “Ricordi Perduti” di Castellammare di Stabia, dove è stato presentato il saggio di Gianandrea de Antonellis “Il Principe di Canosa profeta delle Due Sicilie” (Editoriale il Giglio), dedicato al ministro di Polizia, politico e intellettuale Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa (1768-1838). Guglielmo, gestore della libreria, ha introdotto l’autore del libro ed il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico che hanno illustrato a un pubblico attento e qualificato la figura del Canosa, protagonista assoluto nel 1799, quando organizzò la reazione popolare alla repubblica giacobina ed all’invasione francese. Fu lui che, nel 1820, anticipò da “profeta” i moti liberali nel suo pamphlet “I Pifferi di Montagna”, e nel decennio francese (1806-1814), guidò da Ponza la resistenza borbonica. Una storia da riscrivere totalmente - su questo hanno concordato de Antonellis e De Crescenzo - per un personaggio chiave come il Principe di Canosa, dipinto dai liberali come Pietro Colletta, autore di una “Storia del Regno di Napoli” e, come un feroce repressore, responsabile della morte di centinaia di avversari, e da Benedetto Croce come un Don Chisciotte della reazione”. Canosa era in realtà un disinteressato difensore dei diritti della Monarchia legittima, delle prerogative della nobiltà e dei diritti del popolo. Nel 1799 restò coraggiosamente a Napoli, mentre le truppe francesi erano alle porte, e armò i “lazzari”, (il popolo basso), protagonisti di una generosa resistenza che costò decine di migliaia di vittime. Condannato a morte dai giacobini, fu salvato dall’arrivo dei volontari guidati dal Cardinale Ruffo (13 giugno 1799), che riconquistarono il Regno. Accusato per ironia della sorte di aver tramato per instaurare una repubblica aristocratica, fu condannato prima a morte, poi all’esilio. Ma pochi anni dopo, nel 1806, combatteva di nuovo con la penna e con la spada per i Borbone e la causa della legittimità, sfidando la repressione dei francesi di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, che minacciavano la sua famiglia.
Intanto le Cancellerie europee, compreso il primo ministro dell’Impero austro-ungarico Metternich, tramavano per impedire che Canosa pubblicasse le sue memorie. Da solo, il Principe-sprofeta fece di più per i Borbone e le Due Sicilie di interi eserciti.

 

Il sindaco de Magistris tra gli scatti degli studenti di Caivano

NAPOLI. Il sindaco De Magistris tra gli scatti degli studenti di Caivano per la Mostra “Ri-Scatta l’obiettivo”, un reportage fotografico dalla terra dei fuochi al Pan di Napoli fino al 20 gennaio 2019. In esposizione le foto più belle dei giovani allievi dell’Istituto “Morano", in località Parco Verde a Caivano, in una sezione dedicata al loro quartiere, nell’ambito della mostra personale di Antonio Gibotta, il fotografo vincitore del World Press Photo nonché Canon Ambassador del 2018, che li ha guidati in un reportage di frontiera e alla scoperta dell’arte della fotografia. 

Il progetto è frutto dell’iniziativa di responsabilità sociale “Scatta la notizia” organizzata dall’associazione non profit Neapolis Art e Photolux con il sostegno di Canon Italia.

Gli studenti hanno imbracciato le macchine fotografiche, messe a disposizione da Canon, e hanno documentato il loro territorio difficile e complesso, ma con l’obiettivo di coglierne gli aspetti positivi. Si sono, infatti, dovuti attenere ai 17 obiettivi dello Sviluppo Sostenibile che le Nazioni Unite hanno messo in agenda per il 2030,  documentando storie e realtà del territorio, a pochi conosciute. La missione di questo percorso educativo racchiude essa stessa due degli Obiettivi salienti dello Sviluppo SostenibileIstruzione di Qualità e Ridurre le Disuguaglianze.

L’esperienza operativa, già sperimentata con successo in una scuola di Napoli est, si era concentrata nei mesi estivi, sulla scia di altre iniziative di “Scuola viva”, cui l’Istituto aderisce al fine di accogliere anche nei periodi di pausa scolastica gli studenti e offrire loro una possibilità diversa dalla strada. L’Istituto, che offre percorsi  per periti  tecnici o per il settore turistico-alberghiero, è ben noto alla cronaca per le numerose iniziative della preside Carfora a favore del recupero scolastico e formativo dei ragazzi con maggior difficoltà di frequenza.

Ne è venuto fuori una raccolta di immagini forti ma, soprattutto, la partecipazione dei ragazzi che li ha visti presenti, con entusiasmo, in tutte le giornate del programma è stato  un momento di gioia e fermento in un territorio depresso e disagiato.

«Abbiamo partecipato a questo progetto – dichiara lo studente Carmine Fusco - con l'intento di fare un'azione buona che potesse salvare il mondo da questa agonia definita da tanti come "progresso", lo abbiamo fatto con la fotografia, lo abbiamo fatto mostrando che nel nostro territorio non c'è solo quel senso di agonia che ci opprime, ma anche un forte senso di speranza che non muore mai e che di tanto in tanto permette a persone come noi di poter fare qualcosa per tutti».

«Qui c’è un tesoro inestimabile,- così la preside Eugenia Carfora -germogli preziosi, con menti curiose, con occhi belli, con mani magiche, con piedi per esplorare il mondo. Qui c’è la speranza del presente e del futuro: i miei e i vostri ragazzi, piccoli e grandi. Doniamo amore senza se e senza ma».

 

Parco archeologico dei Campi Flegrei, tutti i progetti del 2019

Più 30 percento di visitatori ed oltre 23milioni da investire in 14 progetti per la valorizzazione dei siti archeologici e per le aree di collegamento, grazie alla firma del disciplinare FSC con il Ministero dei Beni Culturali, che consente l'inizio di una nuova fase per il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, dove gli spazi saranno trasformati in luoghi di vita, cultura e di fruizione aperti al pubblico. Sono questi i principali obiettivi raggiunti dal direttore Paolo Giulierini al termine dei primi nove mesi di mandato al vertice del PaFleg.

«Abbiamo messo in campo dei passi importanti con una squadra attiva e professionale, che con tenacia ha consentito di raggiungere questi risultati – ha affermato Giulierini - È partito un progetto di rinnovamento culturale per un sito come quello dei Campi Flegrei davvero straordinario nella sua grandezza, storica e territoriale. Siamo impegnati in nuovi cantieri e in nuovi percorsi di rilancio, dai singoli siti alla Città Sommersa, che oggi gode di un regolamento. Al personale, che in questi nove mesi di mia direzione si è dedicato con abnegazione, va tutta la mia gratitudine».

Proposte scientifiche e di ricerca di alta qualità, attività didattiche e convenzioni internazionali hanno arricchito l'ampio panorama di offerte del Parco. Non ultime le grandi scoperte a Cuma, dove gli atenei campani e il Centre Jean Berard con dedizione portano avanti importanti campagne di scavo. 

Fondamentale il dialogo con gli enti locali, con le associazioni e con gli operatori dell'accoglienza per trovare insieme una forma unica per un sistema turistico dalle connotazioni culturali flegree, attivando le energie migliori sul territorio. 

Oltre 100 gli eventi che si sono tenuti dalla primavera ad oggi, per promuovere una nuova idea di contatto con la comunità flegrea e i suoi spazi. Luoghi che vedranno, grazie anche alla nuova fase di avanzamento dei finanziamenti, la progettazione di spazi di contatto con i comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Giugliano. 

Le linee strategiche del progetto culturale del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, caratterizzato ora da un logo che ne definisce l'identità visiva unica, sono state lanciate anche attraverso eventi espositivi finalizzati alla promozione dei Beni del Parco, nonché promossi accordi, convenzioni e protocolli di intesa con Università, Istituzioni culturali locali, nazionali e straniere e di ricerca, scuole di ogni ordine e grado. 

«Il 2019 sarà un anno di svolta ulteriore: a settembre, grazie alla firma del disciplinare FSC con il ministero dei Beni Culturali, prenderanno vita i lavori di riqualificazione dell'Anfiteatro Flavio, degli Scavi di Cuma e del Castello di Baia – ha annunciato il direttore Giulierini – Immaginiamo un'arena per gli spettacoli, percorsi fruibili per tutti e luoghi vivi dove cultura e innovazione andranno in parallelo con la quotidianità della comunità locale e l'apertura alle esigenze dei turisti. Ma le prime novità del nuovo anno saranno tangibili già dalla primavera – ha aggiunto il direttore - quando presenteremo il sito internet, oggi in fase di lavoro avanzato. Avremo una nuova segnaletica stradale, e il rinnovamento dei pannelli e delle didascalie nei siti e nel museo. Da marzo, infine, arriverà il MyFleg, un abbonamento annuale che consentirà l'ingresso illimitato per  365 giorni, in tutte le aree del Parco, nonché l'accesso libero per gli eventi che rientrano nel costo del biglietto ordinario e sconti sui biglietti di eventi in programma»

Nel 2019 saranno portati a compimento anche alcuni dei lavori avviati nel 2018: a fine maggio riaprirà a Baia la Sala del Ninfeo ed il Castello con il Museo Archeologico saranno dotati di un nuovo impianto di illuminazione, sarà programmato un nuovo orario per visite ed eventi. Da fine primavera, così come annunciato nei mesi scorsi, sarà accessibile infine la Grotta di Cocceio. 

Nel primo anno trascorso alla guida del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il direttore Giulierini ha anche voluto che il sito uscisse dai propri confini, portando alle fiere del turismo la propria presenza. Un percorso che continuerà anche nel 2019 e che traccia le linee del futuro, racchiuse nel piano strategico e nel piano gestionale che saranno presentati a giugno.

Racconti Introspettivi

Venerdì 21 dicembre, presso il Palazzo Municipale di Cercola, a partire dalle 19:00, sarà presentato il libro delle Psicologhe Antonella D’Andrea, Ida Esposito e Amelia Ferrara  “Racconti Introspettivi” (letture terapeutiche), con le illustrazioni di Elisabetta Pedata ed edito per Spring Edizioni.

Alla presentazione prenderanno parte oltre alle autrici e alla Pedata, l'avv. Vincenzo Fiengo, Sindaco di Cercola, Antonella Ferraro, Assessore alla Cultura del Comune di Cercola, l'avvocata Rossella Calabritto, il giornalista Gennaro Piccolo e l'attore Carlo Musella

Il pensiero, il sentire, il visto ma anche il non detto, il taciuto, l’incapacità di intraprendere un’anabasi verso le proprie pure emozioni, le proprie paure, i propri traumi. In una contemporaneità liquida che ha sciolto le solide basi date dai (seppur pochi) momenti di introspettiva e di concreta e palpabile vita, connettendoci a una virtuale e sfuggente realtà che di fatto ci ha “disconnesso” dal nostro mondo interiore e da una sana capacità relazionale, alterando non solo il senso del sociale ma soprattutto il confronto con noi stessi, a l’uomo occorre una guida, un novello Virgilio che lo accompagni nella personale discesa agli inferi dell’“Io”, per così riconoscere e affrontare i propri demoni e compiere un processo di catarsi.

Ed una guida in tal senso può essere certamente la Psicologia, come sostenuto dalle dott.sse Antonella D’Andrea, Ida Esposito e Amelia Ferrara nel loro libro “Racconti Introspettivi” (letture terapeutiche).

In un’epoca di grandi cambiamenti - spiegano le autrici - dove il mondo della comunicazione ha subito enormi evoluzioni, e le relazioni spesso sono state sostituite dalle “connessioni”, la Psicologia entra nella vita quotidiana non più come esclusivo strumento di “guarigione” dalla sofferenza psichica, ma come canale di riflessione e promozione al benessere della persona, in tutti gli ambiti della vita.  Lo scopo di diffondere la cultura della Psicologia, passa attraverso una riflessione profonda degli addetti ai lavori, consapevoli che non è più possibile negare la dimensione psicologica sulla qualità della vita. La Psicologia entra nell’immaginario collettivo non solo come strumento di diagnosi e cura, ma di conoscenza personale e delle relazioni umane. In un’epoca sempre più veloce, dove la celerità spesso demolisce la riflessione personale e lo spazio di crescita evolutiva, gli psicologi sostengono nuovi strumenti di consapevolezza e crescita personale. Siamo tre psicologhe, tre amiche, che condividono un percorso di vita fatto di legami profondi; la passione per il nostro lavoro, pomeriggi trascorsi a riflettere sulle sofferenza dei pazienti, la voglia di trovare nuove chiavi di lettura per permettere a questi ultimi, di raggiungere nuove cognizioni, il desiderio di scoprire quelle stanze buie che si celano negli abissi più profondi delle loro sofferenze, dove poter trovare nuova linfa. Questo libro è una nostra ricerca, e attraverso i racconti terapeutici abbiamo provato a scorgere nuovi strumenti per entrare in connessione con la sofferenza, per non negarla, ma viverla come un passaggio evolutivo importante, quasi obbligato per giungere a quell’adultità fatta di consapevolezze e nuovi significati dell’esistenza.   “Racconti introspettivi; letture terapeutiche” non è un semplice volume, ma un viaggio introspettivo, affascinante, profondo, a tratti straziante ma pur sempre catartico. Il libro è composto da nove racconti che toccano temi profondi ed attuali come “la depressione”, “il lutto”, “l’ansia”, in cui abbiamo accompagnato i nostri pazienti nei meandri più profondi delle loro fragilità, questi racconti vogliono auspicare di arrivare ai segreti più oscuri della nostra anima, perché solo a livelli di condivisione così profondi possono accadere le più interessanti metamorfosi”.

A completare il libro e a integrare la scrittura, le significative e belle illustrazioni di Elisabetta Pedata. Ventisette, tre per ognuno dei nove racconti.

Ed è un fondamentale contributo quello apportato dalle illustrazioni, che assolvono la perfetta e necessaria funzione di fornire quell’immaginario visivo che da sempre l’essere umano ricerca per la propria sopravvivenza nel rapporto tra la realtà e l’immaginazione. Senza un’immagine che faccia da ponte tra il desiderato, l’immaginato (appunto) e il vissuto, che dia a suo modo certezza a ciò che è e a ciò che si vuole, si perde non solo un punto di riferimento ma soprattutto la possibilità di far vivere i sogni senza staccarsi totalmente dalla realtà. Un bisogno questo che è dell’uomo da sempre.

Vedo “Racconti introspettivi”, di cui ho curato la parte illustrativa - racconta Elisabetta Pedata - come un libro che prende per mano: Le immagini hanno sempre avuto un posto di primo piano nella comunicazione universale. Sono state per secoli, e lo sono ancora, intrattenimento privato, ma il loro scopo è anche universale, una forma di identità, come la lingua. E come la lingua comunicano, ma in maniera più diretta, più immediata. Anche oggi, se sfogliamo un libro, se guardiamo la TV, se camminiamo per strada, il canale visivo è il primo ad essere stimolato, perché le immagini sono le prime a colpire la nostra attenzione. Se andiamo in libreria, a meno che non cerchiamo un libro specifico, quello che ci colpisce è la copertina, poi sfogliamo il libro e soddisfiamo la nostra emozione tattile, ma anche la curiosità di sapere dentro com’è fatto, se ci sono figure. Ecco, in questo senso vedo “Racconti Introspettivi” come un libro che prende per mano, perché è costituito da una consistente parte figurativa con cui il lettore può connettersi con immediatezza e dalla quale riceve una prima interpretazione del testo; poi si viaggia nei racconti, per approfondire infine, nelle schede tecniche conclusive, le tematiche psicologiche trattate. Ci accompagna dunque gradualmente, in maniera prima leggera, poi via via più profonda, nella lettura del libro prima e di se stessi dopo... Dopo vari esperimenti tecnici e stilistici ho scelto come tecnica l’acquerello, perché la freschezza della pennellata si sposa meglio col fluire delle emozioni, e allo stesso tempo utilizzata in bianco e nero rende più drammatiche le immagini. Lo stile parte dal realismo ma lo supera grazie a una traduzione più concettuale delle scene, così da permettere al lettore di dare una lettura personale ad ogni illustrazione, di diventare anch’egli protagonista, di sentire suo il libro, perché la sua traduzione dell’immagine sarà personale e dettata dal proprio vissuto. Questo renderà il libro unico per ciascuno. E un legame con un libro è sempre una porta aperta, è segno che il contatto che doveva avvenire c’è stato”.

Racconti e immagini, quindi, quali validi e (forse) necessari compagni di uno o più percorsi “introspettivi” che ognuno di noi dovrebbe avere il coraggio (purtroppo spesso si ha paura di dover scoprire e “certificare” i propri limiti) di intraprendere o almeno di provare a conoscere.  

Marco Sica

Domani giornata per Titina De Filippo, una strada porterà il suo nome

NAPOLI. Prima l'intitolazione di una strada del centro cittadino, poi una serie di appuntamenti nel Teatro Mercadante e al Maschio Angioino. Così la città di Napoli ricorderà Titina De Filippo, tra le principali attrici del teatro italiano, sorella maggiore di Eduardo e Peppino De Filippo, morta a 65 anni il 26 dicembre 1963. La giornata a lei dedicata è quella di domani, venerdì 21 dicembre, e si aprirà con la cerimonia di intitolazione dell'attuale via Nuovo Teatro San Ferdinando. La nascita di via Titina De Filippo "completa" così il tributo della toponomastica cittadina ai tre fratelli, dopo le adiacenti piazza Eduardo De Filippo e via Peppino De Filippo sempre a ridosso del Teatro San Ferdinando.  Alla cerimonia, che avrà inizio alle ore 10 all'altezza del civico 37, interverranno il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, l'assessore alla Cultura e al Turismo Nino Daniele, l'assessore alla Toponomastica Alessandra Clemente, il presidente della IV Municipalità Giampiero Perrella e gli eredi di Titina De Filippo.  Nel corso della mattinata, nel foyer del teatro, Lara Sansone leggerà alcune pagine di "Attori si Nasce" di Francesco Canessa e "La preghiera alla Vergine" recitata da Titina in "Filumena Marturano". Agli ospiti verrà offerto il dolce dedicato a Titina dai maestri pasticcieri Marco e Vincenzo Napolitano. Alle 16. nella Biblioteca della Società napoletana di storia patria al Maschio Angioino, sarà presentato il Fondo Carloni - Archivio di Titina De Filippo, con Claudio Novelli, curatore del Fondo, Giuseppina Scognamiglio, docente di Letteratura teatrale italiana all'Università Federico II, e il professor Nicola de Blasi. Inoltre, per tutta la giornata sarà possibile vista la mostra "I De Filippo - Il mestiere in scena", in corso a Castel dell'Ovo fino al 24 marzo 2019, eccezionalmente fino alle ore 21 usufruendo dell'offerta promozionale di due ingressi al costo di uno.

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