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04/05/2009 - È necessario il pugno di ferro |
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di Italo Cucci |
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Pensi di aver già visto il
peggio, che la squadra abbia
toccato già il fondo per
proseguire la risalita iniziata con
la vittoria sull’Inter: e invece
sbagli, il Napoli ha una sola
forza, in sè, quella di stupirti
malamente con partite che
gridano vendetta per la povertà
tecnica e agonistica, indegna di
chi le realizza e del campionato
di Serie A; questa di Siena ti fa
subito dire “ecco, il Napoli gioca
come quella volta a Genova
contro la Sampdoria”, un amaro
evento che tieni a mente come
una sorta di parametro; e invece
t’accorgi che è molto più brutta,
la realtà, di quell’incubo lontano.
Pensi, dopo qualche pareggio e
una bella vittoria sull’Inter, che il
comandante Donadoni sia sul
punto di registrare al meglio le
residue forze combattenti, e
invece arriva Siena e ti sembra
di vivere una sorta di XX
settembre calcistico, con gente
che se anche non lo dice
risponde a un solo imperioso
comando dell’anima: “Tutti a
casa”. D’improvviso, ti ritrovi nel
peggior periodo di Reja e vieppiù
ti convinci che l’allenatore conti
poco: sono i “ragazzi” che non
vanno più, e non sai spiegarti
perché, salvo pensare che sia
veramente arrivata quella
“cotta” di cui s’è detto ancora a
gennaio e che i fatti via via
smentivano. Come dire: brocchi ma non
cotti. Eppoi, perché brocchi?
Non li abbiamo visti, gli azzurri,
recitare la parte dei protagonisti
sul campo? Questo penso,
mentre vedo nello stadio di
Siena un gruppone di
fedelissimi del Napoli che osano
ancora eccitarsi al gol di Pià su
assist di Datolo, roba da
stropicciarsi gli occhi. Giuro che
non lo so, che non l’ho sentito:
ho nostalgia dei “si gonfia la
rete!” di Raffaele Auriemma e
cerco di immaginarmi il grido di
ieri, ma non ci riesco: gonfio è
l’animo di nostalgia. Bei tempi
di baldoria...
Ammiro il coraggio della
indomita Reggina che passa a
Bologna alla faccia di un gruppo
di distratti pedatori senza palle;
ammiro il temperamento e la
lucidità del Lecce che inguaia la
Juventus e Ranieri senza
soffrire malamente il doppio gol
del quasi pensionato Nedved, e
lo fa non solo per salvarsi ma
per non essere accolto, al
ritorno a casa, da un coro di
pernacchie; ammiro la
quadratura e la forza viva del
Chievo che induce la Roma a
miti consigli, quasi ad aver
paura di un altro più grave
passo falso, così Totti e
compagni s’accontentano di
cercare un punto, e ci riescono
solo con l’aiuto dell’arbitro che
nega un rigore ai veronesi.
Faccio ulteriori confronti con il
Siena, con il Catania, con
l’Atalanta: hanno una classifica
peggiore, messa insieme fra
mille difficoltà in un
campionato intero, fra alti e
bassi, ma non con una
inarrestabile caduta come quella
del Napoli che rispetto a loro ha
goduto di un lungo periodo da
Champions. E allora dico che
non basterà un mercato
virtuoso, per raddrizzare questa
squadra, non basteranno tre
uomini per rifarle la spina
dorsale; che bisogna metter fine
– con ringraziamenti vistosi
magari nell’ultima partita al san
Paolo – ai generosi protagonisti
della Serie C che ancora
puntellano la squadra ma la
tengono purtroppo ancorata al
passato e non proiettata verso
il futuro. C’è una squadra in
buona parte da rottamare, fino
al punto di renderla come nuova
non per l’intervento di
chirurgia estetica del meccanico
e del carrozzaio ma per
l’innesto di pezzi nuovi,
possibilmente originali, al
massimo acquisiti al mercato
dell’usato sicuro. E di un
giocatore di peso, per fama e
qualità, una “figurona” che
risvegli passione. Le bandiere di
Hamsik e Lavezzi sono sbiadite,
va fatto qualcosa, in fretta, per
non perderli. E ancora: pugno di
ferro sul fronte disciplinare,
libertà (ben remunerata) a chi
vuole andarsene. Si chiama
rifondazione, insomma.
Improcrastinabile. Ieri, a Siena,
il Napoli è passato in un fiat
dalla notte magica al buio pesto.
Chi riaccenderà la luce,
domenica, a Lecce?
(Dal quotidiano
Roma del
04/05/2009 )
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