Consegnare al pubblico la banalità del male. Questa pare la ragion d'essere dell'acclamata opera di Jonathan Glazer, tratta dall'omonimo romanzo di Martin Amis, nelle sale italiane dallo scorso giovedì. Su schermo viene rappresentata la tranquilla vita del comandante di Auschwitz Rudolf Höß e famiglia, nella «interessengebiet» (area d'interesse) adiacente al campo di concentramento. L'evidente perno emotivo e concettuale della pellicola è l'ellissi: non ha alcun senso oramai mostrare Auschwitz e le sue atrocità, è indispensabile semmai iniziare a «non-mostrare». L'atmosfera generale appare sin da subito contraddistinta da una pacatezza decisa, per certi versi declamata: si cerca di scuotere il fruitore con un pungente stridio, nato proprio dall'attrito ossimorico tra il detto e il «non-detto».

Questo comportamento dicotomico viene conservato quando il focus narrativo si sposta prima nello spazio (da Auschwitz a Oranienburg), infine nel tempo (sino a oggi, nel museo statale di Auschwitz-Birkenau): l'obbiettivo smette di dare le spalle, lo spettatore giudicante si fa giudicato, è compiuto il disvelamento risaputo ma potente di una parabola universale. L'analisi della dialettica tra il mostrato e il «non-mostrato» offre un'importante prospettiva d'indagine: la carica espressiva del lavoro ruota integralmente attorno a questa tensione, dunque esacerbare coraggiosamente tale atteggiamento sottrattivo avrebbe reso il film più aggressivo, seppur meno fruibile al grande pubblico. In una pellicola essenziale come questa, l'audacia di calcare la mano fino in fondo sui principi cardine è fondamentale. A essere narrativamente ricamata è però una quiete precaria, che da adito frequentemente a inopportuni scorci sui banali topoi a cui siamo abituati da prodotti del genere. Lo spettatore vede sempre di più, e «non-vede» sempre di meno, in una miope e comoda ricerca di fruibilità e accessibilità.

Impostare formalmente un lavoro del genere è una sfida: nella filosofia di Glazer, l'unico modo per «non-mostrare» è quello di adottare un «non-stile». Al fine di perseguire questo obbiettivo, l'autore avrebbe dovuto operare delle scelte linguistiche radicalmente impersonali, per rifuggire da qualsiasi territorio cinematografico. L'ammiccamento piacione a un minimalismo sciocco e la pigra propensione a un preziosismo stantio ammazzano qualsiasi pretesa di anonimia: il primo si traduce in un montaggio goffo e debole, la seconda sfocia in sequenze dalle geometrie insistenti ma banali e in una fotografia furbetta, insulsa. Persino la corretta intuizione di utilizzare estensivamente i campi andava cavalcata con maggiore decisione. Invece, la gestione del tempo si dimostra in parte efficace nelle sue dilatazioni, nella diluizione delle informazioni, rivelandosi però un'arma a doppio taglio: restituisce sì a tratti un'aura fredda e sinistra, ma non regge in assenza di un importante contrappeso visivo e intellettuale, finendo così per ingigantire i nei di un'opera tristemente pavida. Voto 6/10