NAPOLI. Chi ha vinto, chi ha perso le elezioni regionali in Campania? Facile a dirsi, “basta guardare i numeri”, commenterebbe la mia amica sociologa che mastica dati, tabelle e numeri, come se fossero arachidi servite per l’aperitivo. Per me che non mi occupo come lei dei numeri e guardo la realtà con altri occhi, fare delle considerazioni di altra natura, sicuramente, meno oggettive delle sue, è cosa facile e complessa al tempo stesso. Intanto, facile è dire che in Campania, la mia Regione, c’è un vincitore Assoluto, e questo lo sappiamo tutti, ed è il Governatore uscente Vincenzo De Luca. Vince perché ha fatto bene in questi anni il suo lavoro? Qualcuno lo pensa, qualcun altro lo nega. Certamente il suo successo e la riconferma alla carica di Presidente della Regione Campania, gli riconosce a pieno titolo una vittoria sul campo, in una gara però senza competitor, senza rivali significativi, perché caratterizzati dalla loro recente storia politica come perdenti.

L’unico vero ed autentico competitor, che il Governatore affronta, e su cui vince la sua battaglia, battendosi contro di lui come un leone, si chiama Sars-Covid 19.  È questa la sfida, che più di ogni altra, diversamente da quella contro qualcosa o qualcuno che ancora rappresenti in Campania un avversario politico, consente al Governatore uscente di rimanere al suo posto per altri cinque anni. Vince la politica? Difficile dirlo, in questo caso e in questo momento storico, e soprattutto difficile dirlo nella prospettiva di un futuro che chiede alla politica di essere innovativa di visioni e progettualità per governare i cambiamenti sociali, economici, sanitari che ci attendono nell’era post-Covid. Certo vince l’azione politica sul campo del Governatore De Luca, che, in questi tragici mesi, non ha risparmiato forze e volontà per arginare una crisi di sistema senza precedenti e contenere la fragilità delle nostre vite di fronte all’incalzare della pandemia.

E’ per questo che la sua vittoria non è collegabile ad una strategia politica vera e propria, ne a consuetudini tipiche dei partiti e delle loro  convenzionali organizzazioni interne, bensì ad altro. De Luca vince la sua sfida politica attraversando i confini dell’isolamento, entrando nella quotidianità delle case, delle famiglie, con mansuetudine, con ironia, con rabbia, perché si ascolti e si parli, di paure, di coraggio e delle regole del coraggio di una comunità seria e responsabile. Lo fa con l’autorità del buon padre di famiglia, tra ordinanze, provvedimenti e dirette fb., blinda al sicuro i suoi cittadini-figli, e, pancia a terra, lavora alla difesa del loro territorio. Ritrovando l’autorevolezza di una  funzione paterna che unisce la legge al desiderio, spiega ai giovani che non tutto è possibile, che ci sono limiti e chiede impegno, riconoscendo lo smarrimento che abita le loro vite, senza causa, senza ideali, senza rivoluzione.

Una scena d’altri tempi, d’altri uomini, d’altri padri. Quei padri, di cui da decenni se ne lamenta la mancanza, l’assenza, l’evaporazione, come scrive Massimo Recalcati. Quei padri che a ragione esultano di gioia quando il sentimento più appropriato ad una soddisfazione è quello della gioia, e si oppongono con rabbia, quando di fronte alla deriva di una speranza, la rabbia è il sentimento più appropriato. De Luca per mesi è l’incarnazione di un padre Presidente, di cui tutti, nelle lunghe giornate del lockdown, attendono la parola, le parole, quelle giuste, per sapere che non si è soli di fronte alle forze oscure di un male imprevedibile e misterioso. Il padre Presidente vince sulla paura e la solitudine dell’uomo contemporaneo, rimasto senza guida, e ne incarna nel dramma apocalittico della storia, una domanda: quella di vincere per riparare ad una catastrofe senza precedenti.

Accanto alla vittoria di De Luca, c’è ancora un’altra realtà invisibile, che ha cominciato a muoversi producendo risultati importanti, ed è quella delle Donne, anche se ancora poche, elette nel nuovo consiglio regionale e nei consigli comunali. Donne per lo più sostenute da Donne, e dalla rete singolare delle loro relazioni, che hanno rinvigorito il campo della partecipazione alla campagna elettorale, sottraendolo al discorso maschile, per provare a riscriverlo nella matrice generativa del desiderio e della speranza per le generazioni future, per le madri, i bambini, gli adolescenti, la famiglia, l’ambiente, l’arte, la conoscenza. Anche in questa vittoria delle donne, dunque, si incarna una domanda patita soggettivamente e collettivamente: vincere per la creazione di nuove speranze, nuovi linguaggi che diano spazio simbolico alla differenza e al desiderio. Concludendo questa diversa analisi del voto elettorale, credo che abbiano vinto gli uomini e le donne  in grado di interpretare il presente e le sue domande, cercando prospettive di senso fuori dalle convenzioni di una politica senza desiderio e senza leggi.

Pietrina Bianco

psicoanalista Asl Na2Nord