Napoli è tra le ultime in Italia in termini di spesa per i servizi dedicati all'infanzia: questo emerge dal Rapporto Sud del Sole 24 Ore che uscirà in edicola domani e che ha riportato i dati di un'indagine della Fondazione Openpolis sulle città con più di 200 mila abitanti. La classifica è stata stilata basandosi sui bilanci dei Comuni nel 2019 e in testa ci sono solamente metropoli del centro-nord. Il capoluogo campano invece, è maglia nera assieme a Bari e Messina.

«La statistica è fatta sui grandi numeri, considerando anche quanto la spesa sull'infanzia complessivamente incida sul bilancio - commenta Anna Maria Palmieri, Assessore alla Scuola del Comune di Napoli -. A monte di questo risultato c'è lo squilibrio del Pil: più un bilancio è povero, meno viene stanziato per una determinata voce di spesa. Il tema ricchezza poi ricade su tutti i punti di vista e sfocia anche nell'impossibilità di creare un sistema pubblico-privato forte. Gli asili nido privati ad esempio, al sud si contano sulla punta delle dita».

Ed è proprio questo uno dei motivi principali per cui, secondo Palmieri, nasce il divario con il nord: «Alcune città - spiega - offrono meravigliosi servizi educativi, ma al 70% sono frutto di convenzioni con privati mentre da noi è minore l'offerta del privato». Su questi presupposti sono tre le direzioni da percorrere per ridurre il gap. Il suggerimento è quello di rivedere i criteri di distribuzione delle risorse nazionali, attualmente basati sul fabbisogno storico: «Ti do di meno perché ti serve di meno e una scelta sbagliata che porta alla sperequazione. Così si dà molto a chi ha già molto, invece di aiutare chi ha più bisogno. Poi - continua l'assessore - si dovrebbe lavorare per produrre una domanda attraverso un'opera che favorisca l'investimento delle donne sui nidi. Il 47% delle napoletane non lavora, bisogna motivare le famiglie affinché decidano di usufruire di un servizio che è importante per il bambino. Servono dunque tariffe accessibili per aumentare la domanda, altrimenti le mamme preferiranno sempre affidare i bambini a nonne e altri parenti. Noi cerchiamo di farlo per quanto possibile, ma a un certo punto i soldi finiscono e non ci possiamo svenare».

«Infine - prosegue Palmieri - c'è un discorso normativo: bisognerebbe trasformare gli asili nido da servizi a domanda a servizi indispensabili e essenziali. La differenza sta tutta lì perché sulla scuola dell'infanzia stiamo coperti al 98%, è sui nidi che la percentuale crolla fino al 10%: servirebbe questa presa di posizione radicale per cambiare le cose, ma è chiaramente complicato perché si andrebbe verso un investimento pubblico urgente».

Sulla situazione della città di Napoli l'assessore Palmieri non vede il quadro particolarmente nero. Nel 2012 sul territorio del Comune c'erano 37 nidi, l'obiettivo è di raddoppiare questo numero entro la fine del 2021 con l'apertura di altri 9 istituti. 

«Tre strutture sono pronte per essere inaugurate, per altre 6 invece stiamo bandendo le gare. Non c'era un nido nel quartiere Sanità e lo stiamo aprendo nella zona delle Fontanelle. Non ce n'era uno ai Camaldoli e l'abbiamo fatto, come anche a Fuorigrotta e Bagnoli dove stiamo ampliando l'offerta. Sono gocce nel mare ma ci stiamo muovendo. Il punto nodale però - sottolinea ancora l'assessore - è che noi raddoppiamo le strutture ma poi bisogna gestirle. E per mantenere la gestione pubblica servono sempre quei fondi che arrivano in misura squilibrata. In ogni caso - annuncia - dal canto nostro stiamo facendo una gara per un accordo quadro per finanziare la gestione indiretta, ma totalmente pubblica, dei nidi».