NAPOLI. Imprese, economia, Mezzogiorno. Cosa è cambiato con la manovra di fine anno? Che prospettive offre il 2020, al di là delle vicende legate agli assetti politico istituzionali e alle tornate elettorali? A Gianni Lepre, (nella foto) economista, esperto fiscalista, docente alla Lum Jean Monnet, il compito di una prima lettura delle opportunità e delle criticità offerte dalla congiuntura nelle aree meridionali.

Si può guardare al prossimo futuro con un moderato ottimismo?

«La situazione è quanto mai incerta e credo che avrebbe bisogno di una forte svolta nella politica economica, finalizzata a migliorare un trend attualmente poco confortante. Rischiamo un ennesimo anno in cui il Pil italiano cresce al massimo di qualche frazione decimale, con un Sud finito in recessione già l’anno scorso».

La finanziaria offre qualcosa su questo piano?

«Alcune misure per il Sud ci sono. È stato prorogato fino a tutto il 2020 il credito d’imposta per gli investimenti nel Sud. È destinato alle imprese che acquistino beni strumentali nuovi. Può arrivare fino al 45% per le piccole imprese, al 35% per le medie imprese e al 25% per le grandi imprese. I progetti di investimento possono prevedere un costo complessivo dei beni per un massimo di un milione e mezzo di euro per le piccole imprese, di 5 milioni di euro per le medie imprese e di 15 milioni di euro per le grandi imprese».

Qui siamo tuttavia alla proroga di un incentivo già esistente…

«Che tuttavia rischiava di essere cancellato, con ulteriore danno per le speranze di rilancio dell’economia meridionale. C’è tuttavia anche qualche miglioramento in alcune misure. Pensiamo a “Resto al Sud”, che è stato esteso anche ai professionisti e agli under 46. Questo provvedimento, che serve soprattutto a frenare l’esodo dei giovani dal Mezzogiorno, è molto importante. Non dimentichiamo che, tra contributo a fondo perduto e finanziamento a tasso zero, chi avvia una iniziativa può farlo anche senza disporre di capitali se non in minima parte. L’importante è che abbia un’idea brillante, tale da poter fruttificare nel breve e medio periodo».

Ci sono altri vantaggi per il Mezzogiorno?

«È stato confermato anche il bonus occupazione Sud. Significa che chi assume avrà sgravi contributivi al 100% per il primo anno, al 50% per il secondo e il terzo. Vi è anche un incentivo specifico per incentivare la crescita dimensionale delle imprese».

E questo insieme di strumenti non sono sufficienti a dare la svolta?

«Sono utili ma non bastano. Vorrei anzi ricordare che ci sono agevolazioni interessanti anche sul piano territoriale. Come i tirocini e gli stage in azienda agevolati dalla Regione Campania con contributi di 300 euro al mese su 500 per 6 mesi, estesi a 12 per i soggetti disabili. Come il voucher digitale del 50% erogato dalla Camera di commercio di Napoli per gli acquisti di beni e servizi 4.0, fino a importi di 15 mila euro. Come lo stesso contributo del 50% concesso dalla Camera di commercio napoletana per le spese di partecipazione a fiere nazionali e internazionali. Il problema è che l’insieme di questi benefici non riescono a compensare le criticità».

Vale a dire?

«Mi riferisco alla carenza di infrastrutture o al loro insufficiente raccordo. Basti pensare che ancora oggi non c’è un collegamento ferroviario diretto tra Napoli e Bari. E poi c’è la burocrazia. Una burocrazia che nel Mezzogiorno raggiunge livelli di mal funzionamento spesso sconcertanti. E, naturalmente, c’è il fisco. Una pressione fiscale che per categorie di dimensioni minori, come artigiani e commercianti, risulta così elevata da costringere troppo spesso a chiudere bottega. Prima di affondare i colpi su lavoratori autonomi, penserei a ridurgli gli oneri e a metterli in condizioni di proseguire le loro attività».

Cosa si può fare per cambiare marcia?

«Riprendere l’investimento infrastrutturale. Fare decollare le Zone economiche speciali. E realizzare i raccordi tra i porti e le aree retroportuali. L’auspicio, inoltre, è che il Piano per il Sud contenga davvero un pacchetto di interventi capace di ridurre il gap territoriale e sia collegato al rispetto effettivo della clausola che riserva al Mezzogiorno il 34% della spesa per investimenti pubblici».