CASERTA. Francesco Schiavone, alias “Sandokan” (nella foto all’epoca dell’arresto), è recluso in una stanza singola e videosorvegliata nel carcere dell’Aquila, la struttura penitenziaria dove si trova da quando è stato trasferito dall’istituto di Parma. Il giorno dopo la notizia della sua decisione di collaborare con la giustizia, l’ormai 70enne fondatore del clan dei Casalesi attende l’applicazione del programma di protezione sul quale vigerà la massima riservatezza.

LA TESTIMONIANZA AL PROCESSO RFI. Una resa, quella del boss della camorra dei Casalesi, giunta a quasi 26 anni dal suo arresto e pochi mesi prima della scarcerazione del figlio, Emanuele Schiavone, che dovrebbe tornare in libertà per fine pena entro l’estate. Adesso tutta l’attesa è per la possibile testimonianza di “Sandokan” al processo sulle presunte infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti delle ferrovie, che si sta celebrando dinanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Per la prima volta Schiavone potrebbe comparire in aula come collaboratore di giustizia o inviare un verbale. Per i 69 indagati dell’inchiesta le accuse vanno a vario titolo dall’associazione a delinquere di tipo mafioso, all’estorsione, intestazione fittizia di beni, turbativa d’asta, corruzione, riciclaggio con l’aggravante della metodologia mafiosa ma anche rivelazione di atti coperti dal segreto delle indagini. La prossima udienza è prevista a breve: il prossimo 3 aprile, quando l’eventuale deposito delle prime dichiarazioni di “Sandokan” potrebbero rivelarsi decisive per incastrare Nicola Schiavone (i due non sono parenti). Secondo gli inquirenti della Dda, Nicola Schiavone - padrino di battesimo dell’omonimo figlio di Sandokan - sarebbe cresciuto da un punto di vista imprenditoriale grazie ad un patto stretto con il capoclan dei Casalesi. Va detto che nel procedimento per gli appalti Rfi la Cassazione ha escluso per Nicola Schiavone i gravi indizi in ordine al reato di associazione camorristica, mentre lo scorso 15 giugno il gip ha prosciolto il 70enne Schiavone, insieme alla moglie, ai tre figli e ad altre tre persone dall’accusa di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, smontando così un primo tassello dell’inchiesta anticamorra.