NAPOLI. Sono come redazioni esterne, preziose e decisive per la diffusione dell’informazione. Le edicole, queste sconosciute. In molti - purtroppo non più tanti - vi si recano ogni giorno e ogni giorno trovano lì l’edicolante, baluardo che non crolla. Marco Liccardi, 39 anni, calciatore fino alla serie D con tante squadre della regione, da un po’ nell’edicola di via Epomeo aiuta il papà, che lì dentro ci sta da una ventina d’anni.

Liccardi, come ci si sente in prima linea?

«Dimenticati, abbandonati. Siamo guerrieri senza armature».

Bella definizione, efficace. Spieghi pure cosa intende per armature.

«Lavoriamo tutti i giorni e senza né mascherine né guanti. Siamo in emergenza continua».

E c’è dell’altro, vero, per quanto riguarda le difficoltà di ogni giorno?

«Io come tantissimi altri edicolanti non ho dove lavarmi le mani o espletare un bisogno fisiologico. Le edicole non hanno quasi mai servizi igienici e nel mio caso erano preziosi gli amici del bar qui accanto, che però adesso, come la stragrande maggioranza degli esercizi commerciali, è chiuso».

Poi c’è un minimo di contatto e rapporto con i clienti, essenziale in un’attività come quella dell’edicolante.

«È vero, devo ridurre al minimo la conversazione».

Marco ha però adottato una protezione fai-da-te. Niente di scientifico ma comunque una dimostrazione dell’ingegno napoletano.

«Ho pensato di utilizzare come parziale schermo il cellophane ricavato dalle confezioni di giornali che apro quotidianamente. Almeno limito un po’ il contatto».

Protezione per il fisico, certo, ma Liccardi ha pensato anche al morale, suo e dei suoi clienti.

«Espongo bandiere tricolori per ricordare che dobbiamo essere uniti, sentirci un solo Paese. Poi quel cartellone che ho ideato e scritto da solo».

Già, il cartellone. Marco ha scritto “come l’acciaio resiste il giornalaio, così come l’operaio. Ricordiamocelo: dovranno pagare caro, e dovranno pagare tutto”. Bello ed efficace, soprattutto con un richiamo alle vecchie lotte per il lavoro.

«Dico una cosa su tutte. Non siamo una categoria unita e così non riusciamo a far sentire la nostra voce. Vorrei vedere se facessimo sciopero tutti insieme privando la città dei giornali per un giorno. Inoltre il nostro contratto di categoria è scaduto da secoli e di quello nuovo non se ne parla neanche».

Liccardi, a chi va dunque rivolto un appello?

«Allo Stato, al Governo, al sindaco di Napoli».

Con quali richieste?

«Dall’alto spero che si accorgano dei nostri sacrifici per garantire l’informazione e che ci aiutino ma con la A maiuscola. Siamo in emergenza, ripeto, dovremmo cambiare mascherina e guanti ogni giorno e invece non ne abbiamo. C’è una farmacia qui di fronte alla mia edicola, ma non ha dispositivi di protezione individuale e non sa quando ne avrà».

Concretamente, al sindaco cosa chiederebbe?

«La categoria avrebbe bisogno di sostegno concreto, ad esempio aiutare l’allargamento dei punti vendita per dotarci almeno di qualche servizio».

E agli editori?

«Noi edicolanti siamo comunque l’ultimo anello della filiera, loro hanno qualche sussidio e ancora qualche sponsor, potrebbero aiutarci in qualche forma».

C’è anche il vostro sindacato, il Sinagi. Il segretario Aldo Esposito è intervenuto in più occasioni e in sedi diverse.

«Anche il Sinagi porta avanti la battaglia, fanno il possibile, facciamo il possibile».

Intanto si vorrebbe ampliare il fronte della vendita di giornali e riviste, ad esempio a tabaccai e supermercati.

«Credono sia facile vendere i giornali, serve una persona addetta solo a quello che si occupi della vendita ma anche delle rese e di tutto il resto. Comunque, se vogliono allargare, allora consentano anche a noi di vendere altro».