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Così Antonio Lo Russo riuscì a “sparire" quattro anni

Così Antonio Lo Russo riuscì a “sparire" quattro anni

Carta d'identità e patente di un “insospettabile" del suo quartiere. Con quei documenti riuscì a raggiungere la Francia

NAPOLI. Accusato proprio dal ras che aveva aiutato durante la latitante dorata in Italia e all’estero. Ma, si sa, anche i boss cambiano completamente comportamento quando diventano collaboratori di giustizia. E così all’alba di ieri Pietro Pedone, 41enne di Miano con una sola recente denuncia a carico e nessuna condanna, ha masticato amaro leggendo che Antonio Lo Russo se l’era “cantato” parlando con i pm della Dda e i carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli, autori dell’indagine. Così per l’ex insospettabile sono scattate le manette per favoreggiamento personale e fabbricazione di documenti falsi, reati aggravati da finalità mafiose. In sostanza, aveva fornito a “Tonino o’ Capitone” la carta d’identità e la patente di guida sulla quale erano state cambiate le fotografie. 
Il destino giudiziario di Pietro Pedone (per il quale, come tutti gli indagati, vale la presunzione d’innocenza fino a eventuale condanna definitiva) era segnato e lui probabilmente lo ha capito quando ha saputo che sia Antonio Lo Russo che il fido Claudio Esposito si erano pentiti. Entrambi hanno confermati agli inquirenti il sospetto che il 41enne di Miano consapevolmente e volontariamente avesse consegnato i propri documenti d’identità al latitante. Proprio Esposito avrebbe fatto da tramite e la carta d’identità è quella che il ricercato esibì al momento dell’arresto a Nizza. 
Ma non solo: Antonio Lo Russo e Claudio Esposito hanno anche raccontato ai magistrati antimafia che Pietro Pedone gestiva, per conto dei vertici del clan, l’agenzia di scommesse nella quale si verificò il duplice omicidio Scogamiglio-Paolillo. Le vittime, secondo quanto hanno riferito recentemente alcuni dei pentiti dei Lo Russo,  erano i referenti di Mario Lo Russo, allora reggente del gruppo di Miano, che non voleva affidare al nipote “Tonino”  la gestione del clan in quanto figlio di collaboratore di giustizia, Salvatore (fratello di Mario). 
Antonio Lo Russo, già condannato a 20 anni di carcere, è il boss che nell’aprile del 2010 assistette a bordo campo in tuta da giardiniere all’incontro di calcio Napoli-Parma al San Paolo. La sua latitanza terminò il 14 aprile di 3 anni fa quando i carabinieri del nucleo investigativo di Napoli e della compagnia Vomero lo individuarono e arrestarono a Nizza, mentre passeggiava con il cugino Carlo Lo Russo su uno dei lungomare più belli della Costa azzurra.
Nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri mattina, a Pietro Perone viene anche contestata l’aggravante prevista dall’articolo 7 della legge falcone (l’aver favorito un’organizzazione di tipo mafioso) sulla base della presunzione che il 41enne, per un periodo amministratore dell’agenzia di scommesse di Miano, non poteva non sapere che Antonio Lo Russo era un pregiudicato legato alla camorra. All’epoca del sequestro dei documenti d’identità, lui disse che li aveva perduti e si era dimenticato di presentare denuncia di smarrimento.   

 

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