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l'inchiesta

Domenico, la tragedia in tre falle

Insufficienza del ghiaccio alla partenza per Bolzano, problemi al contenitore e mancanza di comunicazione

Domenico, la tragedia in tre falle

Mamma Patrizia e il piccolo Domenico

NAPOLI. È in programma martedì prossimo il conferimento degli incarichi per l’incidente probatorio sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il piccolo morto lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto di cuore fallito eseguito nell’ospedale Monaldi. Sono sette i medici del Monaldi indagati, per i quali si ipotizza il reato di omicidio colposo in concorso: si tratta di Mariangela Addonizio, cardiochirurga, assistita dall’avvocato Alberto Surmonte; Emma Bergonzoni, cardiochirurga, seguita dal legale Vincenzo Maiello; Francesca Blasi, anestesista dell’Uoc di Cardiochirurgia pediatrica e cardiopatie congenite, che ha come avvocato Ermanno Carnevale; Marisa De Feo, direttrice del Dipartimento di Cardiochirurgia e dei trapianti del Monaldi, assistita dall’avvocato Luigi Ferrante; Gabriella Farina, responsabile dell’equipe medica che ha eseguito l’espianto a Bolzano, che ha come avvocati Anna Maria Ziccardi e Dario Gagliano; Guido Oppido, il cardiochirurgo responsabile della Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi che ha eseguito il trapianto a Napoli, difeso dagli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge; Vincenzo Pagano, assistito dagli avvocati Silverio Sica e Giuseppe Pepe.

Il gip di Napoli Mariano Sorrentino ha delegato l’autopsia sul piccolo Domenico, ha un pool di esperti formato dai professori Mauro Rinaldi, Luca Lorini e Biagio Solarino, rispettivamente di Torino, Bergamo e Bari,che dovranno stabilire anche del cuore trapiantato presentasse alterazioni anatomiche e/ funzionali dovute a errori della equipe che ha effettuato il prelievo a Bolzano e di quelle che ha proceduto al trapianto a Napoli. Il tutto mentre la Procura ha smentito indagini o verifiche investigative su altri casi oltre a quello di Domenico.

LA RELAZIONE DEGLI ISPETTORI DELLA REGIONE AL MINISTERO. Intanto, dalla corposa relazione di quasi 300 pagine che gli ispettori della Regione hanno inviato al ministero della Salute emergono tre elementi. Il primo riguarda il ghiaccio e si parla, nello specifico, si una «falla procedurale in quanto la partenza dal Monaldi con una quantità di ghiaccio non sufficiente si è configurata come un momento critico del processo. Tale condizione ha determinato, in una fase successiva, la necessità di richiedere ulteriore ghiaccio presso la sede dell'espianto, che è stato successivamente versato nel contenitore di trasporto dell’organo, contribuendo alla compromissione delle condizioni di conservazione durante il trasferimento verso il Monaldi di Napoli». Il secondo elemento «riguarda la mancata verifica finale del contenitore di trasporto da parte dell'équipe di espianto, che, al momento della chiusura, non ha effettuato un efficace controllo». Il terzo riguarda «l’assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo».

Secondo l’indagine interna, ci sarebbero diverse contraddizioni nei racconti e «non sono state intercettate le criticità prima del completamento della cardiectomia», cioè dell’estrazione del cuore malato di Domenico prima dell'arrivo del nuovo organo, poi risultato «congelato». E ancora, tra le criticità evidenti, sarebbe emersa anche «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto ad «una insufficiente comunicazione tra tra gli operatori impegnati nelle manovre di estrazione dell'organo dal contenitore e il chirurgo responsabile dell’impianto».

In particolare Oppido, in una riunione interna ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del cuore nuovo nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia “al banco” sul cuore del donatore, sottolinenando dice di aver percepito, «in risposta, un assenso da parte del personale presente». Dagli audit, però, verrebbe fuori che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria,cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala avrebbe dato una «risposta affermativa esplicita» sull’avvenuto inizio della cardioplegia sull’organo

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