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Le indagini
08 Marzo 2026 - 12:12
MARANO DI NAPOLI. Agguato tra la gente nel pieno centro cittadino. Gli assassini che hanno sparano contro il noto pluripregiudicato maranese Castrese Palumbo, 79 anni, delle “Svitapierno”, conoscevano bene le abitudini dell’anziano personaggio del malaffare maranese.
Il commando di morte, con caschi integrali, è piombato alle spalle della vittima a bordo di una potente enduro che ha affiancato la Toyota Yaris nella quale c’era l’uomo in via Svizzera, all’angolo con viale Europa. L’arma usata è una semiautomatica calibro 9, quella preferita da sicari professionisti per il suo volume di fuoco, anche se lascia a terra i bossoli.
Non è da escludere che a ridosso del luogo dell’agguato ci fossero anche i fiancheggiatori del commando. Di certo, comunque, il noto personaggio non s’immaginava di essere stato condannato a morte. Ovviamente non ci sono testimoni oculari, fatto scontato in un luogo, dove purtroppo, la camorra, quella “mafizzata”, ha soltanto cambiato pelle, riuscendo ad infilarsi anche nelle istituzioni.
Scattato l’allarme, sul posto è giunto personale del nucleo radiomobile della Compagnia di Marano di Napoli, che non ha potuto fare altro che constatare il decesso di un anziano, colpito in diverse parti del corpo da una raffica di proiettili.
Il cadavere presentava anche un foro alla testa, probabilmente il classico colpo di grazia. Di certo la gragnuola di proiettili è stata sparata senza esitazioni verso l’uomo, che quando si è accorto di essere di fronte ai suoi assassini non è riuscito neppure ad abbassarsi nel vano tentativo si sottrarsi ai colpi di pistola.
A terra sono stati repertati dodici bossoli, certamente tutti sparati da una sola arma. Subito dopo, i militari della locale Compagnia e quelli della locale stazione e i loro colleghi del nucleo investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna si sono messi alla ricerca delle telecamere di sicurezza sistemate a ridosso dell’area dell’assassinio, provvedendo ad acquisire tutte le immagini disponibili per tentare di ricostruire le fasi salienti dell’agguato, che senz’ombra di dubbi è un agguato eccellente, di difficile interpretazione, tenuto conto della storia non solo personale della vittima, giunto oramai alla soglia degli ottanta, dopo aver militato, secondo quanto affermato dagli investigatori dell’arma, tra le fila di uno dei cartelli criminali più importanti d’Italia, quello di Nuvoletta, riusciti finanche ad ottenere un posto di prestigio nel tavolo della cupola mafiosa capeggiata da Toto Riina.
Ovviamente, nel corso della stessa mattinata di ieri, i carabinieri si sono portati nell’abitazione della vittima, in via Marano-Pianura, provando a trovare elementi utili alle indagini. Nell’auto, sarebbe, il condizionale è d’obbligo, stato trovato anche un telefono cellulare, forse, quello che l’uomo usava quotidianamente per mantenere contatti con i suoi parenti che abitano quasi tutti a Marano di Napoli. Quindi resta scontato il riserbo investigativo da parte dell’Arma.
Le indagini comunque, sono coordinate dalla Dda di Napoli. Ovviamente nessuna pista investigativa viene al momento sottovaluta o esclusa. Un anno fa, un nipote di Palumbo, il 22enne Aurelio Taglialatela, venne condannato a 17 anni e 4mesi di reclusione per l’omicidio volontario di Corrado Finale, il tentato omicidio di Umberto Galdiero e l’attentato incendiario contro l’abitazione della famiglia Galdiero avvenuto nell’agosto del 2024.
Al termine del dibattimento il giovane ottenne l’esclusione delle aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. Da all’ora ne è passato del tempo, anche se subito si è pensato a una vendetta, ma è difficile ipotizzare che il conto sia ricaduto sul parente più anziano.
Sedici anni fa, era il 2010, il figlio di Castrese, Giuseppe Palumbo, che viveva a Firenze, veniva arrestato con l’accusa di essere il mandante ed esecutore materiale del doppio raid punitivo in una sala giochi di Giugliano e in una sala bowling a Pozzuoli risalenti al 14 marzo del 2010. Dopo l’arresto, effettuato dalla Guardia di Finanza, il giovane fini nel carcere di Sollicciano. Alla fine si suicidò, lasciando i familiari nel dubbio.
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