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Malasanità

«Oppido ci ha dato una speranza»

La mamma di una piccola paziente del reparto di Cardiochirurgia del Monaldi: «Stringo mia figlia grazie a lui». Intanto la Procura ha acquisito altri video girati dai dipendenti durante l’intervento del piccolo Domenico

«Oppido ci ha dato una speranza»

Guido Oppido

NAPOLI. Nel pieno delle indagini sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto il 21 febbraio all’ospedale Monaldi dopo un trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre 2025, emerge la testimonianza di una madre che riporta al centro della vicenda il vissuto diretto di chi affronta ogni giorno le cardiopatie congenite.

Un racconto personale, segnato dal dolore ma anche dalla riconoscenza, che si inserisce in un contesto ancora oggetto di accertamenti giudiziari.

«Scoprire che un figlio è affetto da questa patologia è come un pugno in pieno viso», racconta Maria, madre di una bambina in cura. «Si vive nella disperazione di non riuscire ad assicurare cure adeguate». Da qui la scelta di esporsi pubblicamente, anche in un momento delicato: «Abbiamo il coraggio di urlare il nome del dottore che ci ha dato luce e speranza dove regnava solo buio: Guido Oppido».

La vicenda giudiziaria procede parallelamente. La Procura di Napoli ha disposto una nuova acquisizione di video e fotografie, ritenuti potenzialmente utili a chiarire alcuni passaggi dell’intervento. I file provengono dal telefono cellulare di un operatore socio sanitario presente in sala operatoria il giorno del trapianto e saranno oggetto di un accertamento tecnico irripetibile, il cui conferimento è fissato per il 16 aprile.

Si tratta di elementi che potrebbero contribuire a ricostruire con maggiore precisione quanto avvenuto durante le fasi più delicate dell’operazione. Nell’ambito dello stesso procedimento, che ipotizza anche il reato di falso in relazione alla cartella clinica, sono stati ascoltati diversi soggetti informati sui fatti.

Tra questi la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, e alcune perfusioniste dell’équipe cardiochirurgica, figure tecniche coinvolte nella gestione della macchina cuore-polmoni durante gli interventi.Sul piano umano, però, la voce della madre restituisce una prospettiva diversa, legata all’esperienza concreta di cura.

«So bene che oggi questo nome può far discutere», prosegue, «ma per me significa ancora speranza». Il riferimento è al lavoro svolto dal cardiochirurgo con numerosi piccoli pazienti.

«Ha accarezzato il cuore della mia bambina», aggiunge. «Oggi la stringo tra le braccia grazie a quella cura». Accanto alla riconoscenza emerge anche il senso di incertezza che accompagna le famiglie. «Oggi mi sento in balia delle onde», afferma. «Chi è ancora in ospedale può sentirsi smarrito, senza sapere a chi affidare la vita del proprio figlio».

Un passaggio che evidenzia la fragilità di percorsi clinici complessi e la necessità di continuità assistenziale.Il caso Caliendo resta dunque aperto su più fronti. Da un lato l’inchiesta, che punta a chiarire eventuali responsabilità attraverso nuovi elementi probatori, come i video acquisiti.

Dall’altro la dimensione umana, che continua a interrogare il sistema sanitario sulla capacità di garantire non solo cure efficaci, ma anche fiducia e punti di riferimento per le famiglie.In attesa degli esiti degli accertamenti tecnici, la testimonianza di questa madre riporta l’attenzione su un dato essenziale: dietro ogni caso giudiziario ci sono storie personali, fatte di paura, speranza e bisogno di risposte.

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