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Banda del buco col fiato sul collo, prime analisi su impronte e registri

Caccia al commando, resta il giallo del bottino: mancano le denunce dei clienti

Banda del buco col fiato sul collo, prime analisi su impronte e registri

Nella foto il momento dell’irruzione dei tre banditi arrivati dall’esterno; nel riquadro il foro nel pavimento da cui è sbucato il resto della gang

NAPOLI. Si va delineando con maggiore chiarezza l’identikit della banda del buco che giovedì mattina ha messo a segno il clamoroso colpo nella filiale Credit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, nel cuore del quartiere Arenella. Secondo gli investigatori che stanno lavorando al caso, si tratterebbe di un gruppo composto da almeno otto persone, tutte con una profonda conoscenza del sottosuolo e, con ogni probabilità, legate alla città.

Professionisti esperti, capaci di pianificare un’azione complessa nei minimi dettagli e di portarla a termine con modalità che hanno richiamato alla mente scene da film. Proprio l’accuratezza del piano continua a emergere con il passare delle ore. Tra gli elementi che più colpiscono c’è la scelta di sigillare i tombini nelle vicinanze della filiale, una mossa studiata per rallentare un eventuale intervento delle forze dell’ordine e guadagnare tempo prezioso durante la fuga.

Parallelamente, gli investigatori stanno passando al setaccio i profili di soggetti già noti alle cronache giudiziarie, non solo in Campania, che in passato si sono distinti per colpi simili o per competenze tecniche legate agli scavi e alle infrastrutture sotterranee.

Un ruolo importante nelle indagini lo avranno anche gli accertamenti tecnici: sotto esame il mini-generatore e gli attrezzi da scasso rinvenuti nei cunicoli, elementi che potrebbero fornire tracce utili all’identificazione dei responsabili. Ma uno dei nodi centrali resta quello legato alla sicurezza interna del caveau, in particolare alla diversa protezione delle cassette di sicurezza. All’interno della filiale erano custodite oltre mille cassette, ma non tutte con lo stesso livello di protezione.

Circa 300 di queste provenivano da una vicina agenzia di via Scarlatti, chiusa un paio di anni fa, e risultavano collocate in una posizione meno sicura rispetto alle altre. A differenza delle cassette tradizionali, custodite all’interno di armadi blindati, queste erano infatti visibili, esposte alla vista di chiunque avesse accesso al caveau tra i circa seimila correntisti della filiale. Una condizione che, secondo più di un cliente, era stata già segnalata in passato e che potrebbe aver reso quelle cassette un obiettivo privilegiato.

Chi ha pianificato il colpo, infatti, sembrerebbe essere stato perfettamente a conoscenza di questa vulnerabilità. Gli accessi al caveau sono registrati in appositi registri, che potrebbero essere acquisiti dagli inquirenti per individuare eventuali presenze sospette o movimenti anomali nei giorni precedenti alla rapina.

Secondo indiscrezioni, sarebbero circa 120 le cassette forzate dalla banda. Al momento, però, solo una quarantina di titolari ha denunciato il furto del contenuto, un numero destinato con ogni probabilità ad aumentare nei prossimi giorni, man mano che tutti i clienti verificheranno lo stato delle proprie cassette. Va ricordato, infatti, che la banca non è a conoscenza del contenuto delle cassette di sicurezza né può stabilire se al loro interno vi fossero beni o se fossero temporaneamente vuote.

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