NAPOLI. Il racket della camorra 2.0 cambia pelle e modus operandi. Non più armi, intimidazioni e facce losche. Bensì uomini in divisa e imprenditori a capo di stimate associazioni di categoria. Sarebbero questi i terminali ai quali gli Scissionisti di Secondigliano si sono affidati negli ultimi anni per farsi largo negli affari criminali di Melito: «Nel 2012 questo giro ci ha fruttato 100mila euro. I “ragazzi” facevano il giro dei negozi e avevano una specie di album con le foto dei singoli gadget, ossia penne, calendari e portapatenti. Ogni pacco costava 160 euro». Parola dell’ex boss Paolo Caiazza, oggi collaboratore di giustizia, che con le rivelazioni messe a verbale il 14 aprile del 2016 ha dato il La all’inchiesta che ieri mattina ha portato all’esecuzione di 31 arresti (22 misure in carcere, 9 ai domiciliari) tra Napoli e Caserta. Le indagini condotte dalla Squadra mobile (dirigente Alfredo Fabbrocini) e dai finanzieri del Gico (colonnello Danilo Toma) sotto il coordinamento della Dda hanno fatto luce non soltanto sulle nuove figure al vertice dei temibili Amato-Pagano, ma anche di svelare una fitta rete di insospettabili fiancheggiatori, per non dire conniventi.

È il caso, ferma restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria, dell’ex comandante della municipale di Melito,Giovanni Marrone, e dell’agente Giovanni Boggia: i due agenti sono infatti accusati di tre episodi estorsivi aggravati dalla finalità mafiosa. Dalle 253 pagine del provvedimento cautelare emesso dal gip Vertuccio si apprende infatti che insieme a Gianni Maisto, Antonio Papa, Andrea Severino, Salvatore Chiariello e Antonio Miliardi, avrebbero estorto a un commerciante di prodotti elettronici, Ye Jing, 1.500 euro all’anno divisi in tre rate da corrispondere per Natale, Pasqua e Ferragosto. I due uomini della Municipale, in particolare, avrebbero aperto il canale con la vittima paventando alcune inesistenti irregolarità amministrative: come il fatto che la superficie complessiva del locale, inferiore ai 250 metri quadri, fosse a loro dire «inidonea al commercio al dettaglio».

Di verbali, però nemmeno l’ombra. In compenso Boggia e Marrone, secondo i pm, avrebbero suggerito al negoziante di mettersi in contatto con Antonio Papa, all’epoca presidente dell’associazione dei commercianti Ascom (poi divenuta Aicast e infine commissariata), il quale avrebbe risolto la faccenda a modo proprio: convocata la vittima negli uffici dell’Ascom, Papa avrebbe quindi imposto il pagamento di una tangente dal valore complessivo di 1.500 euro. Il copione si sarebbe poi ripetuto in almeno altre due occasioni, con altrettanti operatori commerciali melitesi. Circostanza singolare quanto innovativa: i negozianti vessati potevano versare il pizzo anche con un bonifico, ottenendo addirittura la fattura da una ditta compiacente, così da mascherare l’operazione criminale.