NAPOLI. «Duemila euro 3 volte all’anno per gli Amato-Pagano, altrettanti per la Vanella Grassi». Così ha raccontato ai pm antimafia il gestore di un parcheggio a Melito, aggiungendo che comunque non aveva pagato a nessuno dei 2 clan. Riferendo però una circostanza (ovviamente al vaglio della magistratura) importante: sarebbe stato Marco Liguori in persona ad avanzargli la richiesta. Un’accusa, messa nero su bianco il 14 ottobre 2019, che arricchisse il profilo criminale del 35enne nipote acquisito del boss detenuto Raffaele Amato “’a vecchierella”. Ecco alcuni passaggi dell’interrogatorio, con la consueta premessa che le persone citate devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Per quanto riguarda la questione del parcheggio in Melito posso dire di essere stato avvicinato da Salvatore Chiariello e Giovanni Maisto, che dissero “Bisio (Claudio Cristiano, ndr) ci chiede che tu faccia 50 per cento e 50 per cento degli introiti del parcheggio”. Dissero poi: “tu sai già con chi devi parlare, vai da Marco”. Marco è Marco Liguori, che so essere una persona affiliata al clan Amato-Pagano e che ho incontrato varie volte in quanto era in affidamento al lavoro presso un mio cliente. Nel 2018 ebbi modo svariate volte di parlare con lui nel 2018».

«Quando Liguori uscì dal carcere”, ha continuato il gestore del parcheggio , “siccome io non pagavo nessuno, mi disse che dovevo dare un contributo: 2000 euro 3 volte l’anno, Natale, Pasqua e Ferragosto, per gli AmatoPagano nelle mani di Salvatore Chiariello e Giovanni Maisto, e altri 2000 euro 3 volte l’anno per la Vanella Grassi”. Il problema del parcheggio comunque, si bloccò dopo l’arresto di Claudio Cristiano”. L’inchiesta sul clan Amato-Pagano 4.0 ha visto impegnati gli specialisti del Gico della guardia di finanza (coordinati dal colonnello Danilo Toma) e i poliziotti della Squadra mobile della questura (guidati dal dirigente Alfredo Fabbrocini). I primi hanno ricostruito la diretta partecipazione alle attività criminali del presidente dell’ex Ascom di Melito, insospettabile colletto bianco. Addirittura presso la sede dell’associazione si sarebbero tenuti dei summit finalizzati a stabilire le strategie criminali da adottare.

Gli indagati (44 complessivamente di cui 31 in arresto) sarebbero coinvolti in una massiccia e capillare attività estorsiva, compiuta a tappeto nei confronti di operatori commerciali melitesi, circa 500 negozi ogni anno, oltre che nel diretto interesse del clan alla gestione dei remunerativi servizi di onoranze funebri attraverso la selezione di specifiche ditte con le quali entrava in “quota” consentendo loro di operare, di fatto, in regime di monopolio. Dalle indagini è emersa una particolare forma di estorsione, che si aggiungeva rispetto alla “classica” attraverso l’imposizione delle 3 rate annuali, camuffata dall’acquisto sostanzialmente obbligato di gadget natalizi. I commercianti, vittime, potevano ricevere, a fronte della sommaestorta, una fattura per scaricare il costo dell’illecita devoluzione e ciò sarebbe servito, secondo gli indagati, a far accettare più facilmente l’imposizione. La fattura sarebbe stata emessa da una ditta compiacente che, una volta ottenuto il pagamento via bonifico bancario, avrebbe provveduto a restituire la somma in contanti al clan, trattenendo l’importo dell’Iva.