NAPOLI. L’impianto accusatorio esce pressoché indenne dal secondo grado di giudizio e per il clan Lo Russo arriva l’ennesima stangata. Alla sbarra con l’accusa di essere i responsabili dell’epurazione interna costata la vita all’affiliato Vincenzo Di Napoli, i killer Ciro Perfetto e Antonio Buono incassano una nuova condanna all’ergastolo.

Le loro non sono state però le uniche pene a essere confermate. I giudici della seconda sezione della Corte d’assise d’appello di Napoli hanno infatti rimediato i 12 anni di reclusione già inflitti nel giugno del 2019 all’ex capoclan Carlo Lo Russo e al sicario Mariano Torre, anch’egli collaboratore di giustizia.

Non sono però mancati un paio di importanti colpi di scena.

I giudici di appello, riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, hanno rivisto al ribasso le condanne precedentemente inflitte ai fiancheggiatori Antonella De Musis e Antonio Montepiccolo: l’ex compagna di Carlo Lo Russo è riuscita a cavarsela con 6 anni e 8 mesi di reclusione a fronte dei dieci anni incassati in primo grado; il secondo, difeso dagli avvocati Domenico Dello Iacono e Leopoldo Perone, ha rimediato 10 anni al posto dei precedenti dodici.

Le loro posizioni erano però ben differenti da quelle degli altri imputati, i quali, oltre che di associazione di stampo mafioso, dovevano rispondere soprattutto dell’omicidio di Di Napoli, assassinato dal suo stesso clan in quanto sospettato di poter diventare un collaboratore di giustizia dopo aver partecipato al raid costato la vita all’innocente Genny Cesarano.

Sul punto sono state determinanti le ricostruzioni della vicenda fornite dai due pentiti imputati.

«È stato Ciro Perfetto a volere che fosse ucciso. Mi chiamò al rione Ianfolla e alla presenza di Antonio Buono e Luigi Cutarelli, ci mettemmo a parlare dove sta il campo di calcio». Il 13 dicembre 2017 Mariano Torre spiegò ai pm antimafia il motivo per cui fu ammazzato Vincenzo Di Napoli e chi volle la sua morte.

Il killer del clan Lo Russo, e in particolare di Carlo Lo Russo, raccontò che Ciro Perfetto non si fidava più e pensava addirittura che Di Napoli facesse il doppio gioco: sospetto mai diventato certezza.

«Mi spiegò che lo vedeva strano, non usciva di casa, non stava più in mezzo a noi. Io non capivo e allora Ciro fu ancora più esplicito, facendo riferimento alla partecipazione di Vincenzo all’omicidio di Genny Cesarano».

In sostanza Ciro Perfetto temeva che Vincenzo Di Napoli potesse pentirsi e rivelare chi aveva assassinato il 17enne del rione Sanità.

O quantomeno, i suoi nervi cedessero sotto la spinta dell’opinione pubblica e dei mass media che ricordavano continuamente la tragica “stesa” di piazza San Vincenzo costata la vita al giovane innocente, estraneo a ogni clan. Il 13 dicembre 2017 Mariano Torre confessò: «È un omicidio che ho compiuto a malincuore.

È stato Ciro Perfetto a volere che venisse ucciso, pronunciando testualmente queste parole: si deve ammazzare Vincenzo Di Napoli. Io rimasi sorpreso perché Vincenzo era uno di noi e gli chiesi per quale motivo dovevamo ucciderlo. Ciro mi spiegò che lo vedeva strano». Il tribunale della camorra aveva emesso il proprio verdetto di morte.