NAPOLI. Il 25 novembre, l'arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia ha messo piede per la prima volta nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove – alle ore 18,30 -  ha celebrato una messa in onore della santa di Alessandria. E, come ad ogni fedele che varca il portone del cinquecentesco luogo sacro a Porta Capuana, anche don Mimmo è rimasto incantato dall’imponente struttura, dagli affreschi e da uno in particolare, dedicato ai Santi Martiri d’Otranto.

L’altare, che custodisce le reliquie di 240 uomini decapitati dai Turchi perché rifiutarono di abiurare la fede in Cristo, “parla” di loro in un’immagine che al profano risulta indecifrabile e che, invece, va descritta e raccontata. Da sola, infatti, rende il valore della devozione che dovrebbe suscitare a chi vi si accosta.

Una catasta di corpi giace ai piedi di un uomo ritto in piedi, in una immagine che contrasta con la ragione. Perché quell’uomo è privo della testa. Impettito, sembra emanare più forza di tutte le persone raffigurate nell’affresco. È Antonio Primaldo, il primo a cadere sotto la scure dei Turchi comandati dal Visir Gedik Ahmet Pasha, autore dell’invasione ottomana di Otranto nell’agosto del 1480. Furono trucidati quasi tutti i 1.500 abitanti della cittadina adriatica. I primi furono donne, bambini, anziani e sacerdoti radunati nella chiesa, mentre pregavano. Poi furono radunati gli uomini dai 15 anni in su, sul colle della Minerva e ad uno ad uno invitati ad abiurare la fede cattolica per passare all’Islam. Antonio Primaldo fu il primo a dire “no” professandosi cristiano fino alla morte. Il suo esempio valse a tutti gli altri compagni di fede, oltre 800, a seguirne l’eroica resistenza. E alla fine, lui cadde, ma solo quando anche l’ultimo compagno venne ucciso. Quel prodigio del corpo di Primaldo rimasto in piedi pur privo della testa, con gli invasori che tentano di abbatterlo mediante funi e spinte, è ritratto nell’affresco dell’altare dove sono custoditi 240 degli 800 Santi Martiri d’Otranto, presenti qui a Napoli dal 1485 o 1489, su richiesta di Alfonso d’Aragona, figlio del re di Napoli e di Sicilia. Sullo sfondo dell’affresco c’è un altro corpo ucciso: era uno dei boia che, avendo assistito alla crudeltà e alla forza della fede dei martiri, si convertì al cattolicesimo e per questo venne impalato sulla cima della tenda sotto la quale il Visir era seduto ad assistere alle feroci esecuzioni.

Liberata Otranto, un anno dopo l’eccidio, Alfonso d’Aragona e il suo esercito trovarono quel “mucchio di corpi” accatastato sul clivo della Minerva, dove i Turchi li avevano abbandonati senza sepoltura. Ma pure essendo rimasti alle intemperie e alla mercé degli animali, quei corpi furono ritrovati incorrotti. Per questo il popolo riconobbe subito loro lo stato di santità. Otranto li assurse a protettori della città. Mentre la devozione è stata spontanea e immediata. Parte dei resti vennero traslati a Napoli e onorati nella Capitale del Sud, nel posto d’onore di un altare a loro dedicato.

La storia dei Santi Martiri d’Otranto trova posto nel Castello Aragonese della città salentina, perla dell’Adriatico, con il suo prezioso centro storico, il mare caraibico, il suggestivo lungomare, curatissimo nei suoi rigogliosi giardini, i negozi tipici dei vicoli accattivanti, dominati dalla fortezza che, dopo l’assedio e l’eccidio degli abitanti, da parte di Ahmet Pasha, fu via via rinforzata, fino a diventare un imponente castello, con un’architettura studiata per risultare inespugnabile. Tra le mura antiche, i cancelli e i sottopassi del castello sono allestite mostre rappresentanti l’archeologia, l’arte ceramica, i paesaggi naturali che circondano Otranto. Peccato che proprio sulla ricchezza spirituale che gli abitanti di questa città espressero con tanta potenza di fede nel 1480 la descrizione scivola in un “modernismo” che rinnega l’eroismo dei suoi figli, raccontando la storia riconosciuta per oltre 500 secoli come una vicenda di natura politica, ammantata di “leggende religiose”. La realtà, però, è fuori dai pannelli mendaci custoditi nel museo del castello. È tra gli abitanti di Otranto che raccontano con passione le vicende dei propri antenati e pregano con sincera devozione i Santi Martiri, protettori della città; che accolgono i turisti curiosi di “leggere” il mosaico medievale biblico che pavimenta la Cattedrale o per ammirare le 43 colonne che decorano e sostengono la cripta. Ma chiedono silenzio e  rispetto a chi entra nella cappella che custodisce le sacre reliquie e il ceppo di pietra sul quale furono decapitati in nome della propria fede più di 800 veri cristiani.