Visitata fin dall’esordio, con (D)io@parole.com (2008), da una marea di immagini esplosive in «corridoi di luce» e nel «neroamaro sapore» d’ira o di rimpianto, la prestigiosa produzione poetica di Andrea Manzi si connota di effetti radianti nel grafico stravolto del cammino di uomini e cose verso la sempre uguale meta dell’addio. Attento al «verticale testo dell’ascolto», l’io, «trapezista solitario» di L’orma che scavo (2019) e «claudicante con freud nei ricordi arsi» di Se diventi ricordo ti perdo (2016), approda ora alla silloge di versi e prose “Insonnia” (Castelvecchi). Qui, «ospite dentro sé stesso» e «sepolto senza ragione» nel «luogo e destino» di una stanza, patisce il torturante vuoto delle notti bianche. Intorno, in una «terra perduta», infuria il contagio pandemico, «strazio» di «pre-morti» vagolanti in «cieli bassi». Il poeta, circondato di friabili verità sul devastante male, si sente «come Alice» e viaggia nel «suo specchio». Assediato d’ombre e di figure vere nell’ombra, si confronta con il «miracolo» della vita che, «per diplomazia», riaggancia una folla di «febbricitanti di dubbi» e, come lui, persi nel panico. Ha inizio la corsa di parole scritte «a doppia gittata»: una «fiumana» in «pile di fogli», «giacimenti di voci chiuse nel pensiero», fruscii nell’«anima antica» del poeta, associazioni «ispide», «scheletri» di angosciosi sogni. Nascono testi che stringono nuove storie, ad arco lungo e a scaglie, sospendendo anche l’ariosa libertà di un desiderio. Ma è sufficiente un lemma che rallenta, un verbo che ignora il suo futuro, per fermare la corsa a una stazione ignota e aprire una pausa, un inciso, la deviazione di una scia di enigmi. Ed ecco inaugurarsi (illudendo?) un inedito intermezzo favoloso con l’incrocio di poesia e prosa di Dream City, paese fantasma ove l’autore, «spettatore» della propria assenza, entra in un incantamento di vita addormentata nel declinante sole. Suoni «insillabati», riflessi ballerini, dialoghi impensabili e soliloqui e la comparsa di una donna dall’aspetto ferino e dal criptico messaggio lo confinano in un «aldiquà insopportabile», nel quale tutto si altera e pure il vento sembra avere una pronuncia umana. Ibridata di colori, la scrittura dell’incubo è una morsa che spezza le resistenze di un solido circuito lessicale, affonda radici nella «moria delle parole», ne moltiplica rifrazioni e simboli. La sua straordinaria forza innovativa si basa, soprattutto, su violazioni stilistiche e raccordi di ampio commento che scuotono pure la tenuta ritmica, il percorso di un motivo tematico, riverniciando talora citazioni letterarie, qualche più loquace sintesi ermetica, per giungere fino alla sorpresa di una semplice chiosa didascalica. Privilegiati, gli accostamenti linguistici ottenuti mediante miscele spiazzanti, nonché la disposizione eccentrica dei segni e del ruolo iterativo di quell’unica scelta interpuntiva imposta a ogni explicit di testo da un’esigenza di flusso continuo: la direttrice lirica si armonizza con quella narrativa, e paesaggi e vicende si sintonizzano sulle reazioni dell’io e sul subbuglio di un rapimento ipnotico. Emergono, come in sequenze filmiche, la «Fortezza Bastiani» della casa di campagna, estive spiagge allontanate dagli anni, la «gobba del monte sopra declivi aspri», i «fiumi di brina tenaci» verso valle e «filari d’albe» in certi sogni chiari. Si va dal sole «ebete», o che «guarda con bagliori saccenti», al «vento» che «spazzola» un «cielo a gomitoli goffi»; dalle «stagioni» che «scolorano in salmodie / sgomitolate dalle ore lente», agli «oggetti double face che «ingoiano riverberi e li sminuzzano / ad ogni tremolio tremolante»; dalla «notte grembo che perdura / allungata dalla stupidità chimica / delle compresse», alla notte che «baratta buio» con gli «occhi» del poeta. Anche i sereni e rari giorni della luce sono trappole di buio. Spietato teatro di una realtà artigliata di magia, il fermento creativo (in lotta con parole «spuntate», «dibattiti di lingua spoglia») asseconda l’ansia e lo sgomento delle ore vuote nel loro andare infinito. Assalito, tra il dentro che «urge» e il fuori che «chiama a distesa», da «tracce, orme, scene terribilmente statiche» e foto e oggetti del passato, Manzi tace parole, recita silenzi: i suoi occhi sognano storie di penombra in uno stato larvale, trafitto di solitudine, mentre la vita scorre in «quadri rannicchiati / s’aggruma in soste affannate / strascica giorni al neon / pigri e assonnati / riluce nelle memorie verdi». E, a tarda sera, l’«infanzia rubata / chiede ingresso». «Almanacco intermittente» di apparizioni nella «camicia del tempo», Insonnia coglie personaggi sul limite indistinto di un confine con ciò che brulica «sotto il livello delle forme»: «due figure» che «salgono il tornante del vento», e il poeta e la sua donna «soli verso il deserto», e volti e volti sommersi dalla vana «eredità» del buio in rimembranze furtive, a ondate, come «balconate sul tempo». Vetrose tessere di inganni ancora incombono dalla remota «peggio gioventù» dell’io, svanita tra «cronache minute» e promesse di «odissee di chiarori e sobbalzi». Scintilla una colata lavica di cose, ove il poeta avvista misteri e li patisce e un po’ li convoca e corteggia con il magico raggiro di una pagina che non ignora i balenii di «ere post-linguistiche»: assimila, cancella, reinventa e, musicale e dìssona, riduce l’angoscia in «polveri sottili». Manzi, poeta della resurrezione di parole «stanche», raggranella l’«immortalità / senza orizzonti pacificati» e la strizza «come panno imbevuto / nell’odio privato della notte».