Prima di addentrarmi in un giudizio, in una valutazione del libro, appena uscito dal titolo “Tropico della spigola” - sottotitolo: “Ultima edizione dal Sud” -, edito da Iuppiter, a firma di Max De Francesco, insomma prima di recensirlo, consentitemi di dover subito manifestare piacere e soddisfazione personali. A farmeli manifestare è il ricordo di un episodio significativo del passato, riguardante chi scrive e l’autore, che non posso tacere, anche per meglio far capire a chi leggerà questo bellissimo e intenso lavoro, che cosa c’è dietro e da quali radici culturali e formative esso prende forza, linfa e vivacità. Anni fa, ai tempi della ripresa del “nuovo Roma” per merito dell’indimenticabile Pinuccio Tatarella, qualche mese dopo il suo ritorno in edicola, quando fui chiamato a dirigerlo, tra le nuove collaborazioni al giornale da valutare, davvero tante, mi capitò anche un pezzo, un articolo di Max De Francesco che, per originalità e chiarezza, incuriosì molto favorevolmente non solo me ma lo stesso editore, tanto da meritarsi addirittura e subito la prima pagina come fondo. Che spesso, in questo mestiere, resta un auspicio. Da allora Max ha fatto tanto, molto altro: ha creato un vivace e battagliero periodico a Chiaia, fa l’editore con già oltre cento titoli all’attivo in pochi anni, è animatore di un evento importante “Montedidio racconta”, ha intrapreso la via del cinema come autore e produttore, e di frequente, da libero pensatore, sforna idee, visioni, articoli che si fanno molto apprezzare. Lo spiega molto bene il motto perentorio della poliedrica attività della “Iuppiter”, che ha fondato più di quindici anni fa insieme a un gruppo di valorosi giornalisti e creativi: “Siamo raccomandati dalle idee”. In ragione di tutto questo ogni qual volta da sempre mi è capitato di dover dare un giudizio sulle nuove e più promettenti leve, ho sempre dichiarato che Max poteva competere con le firme più autorevoli. Questo libro ne è la conferma più eloquente e lusinghiera. “Tropico della spigola” non è un libro come tanti altri, è una ricca e variegata antologia di analisi, riflessioni, approfondimenti originali, con cui De Francesco esplora “i ricordi, aggiorna con cura l’inventario delle visioni, rievoca riti, raccoglie le storie di eroi noti e ignoti, decifra avvenimenti privati e pubblici, apre l’arsenale delle piccole cose e rinnova il patto con la scrittura nel solco della tradizione dei prosatori non imprigionati nell’architettura chiusa dei romanzi e da bazzicatore di più generi letterari”. È la raccolta altamente fedele di una commedia umana, dove il reale e il realismo magico si intrecciano, portando alla ribalta figure, scene di una quotidianità senza finzioni, raccontate con una tale sincerità e partecipazione che restano come testimonianze di vita indelebili. Senza mai cadere o scadere in quelle descrizioni stereotipate, divenute oggi molto spesso praterie dell’ovvio e delle futilità, De Francesco passa dal ritratto monumentale e popolano di quell’uomo curvo, ingobbito sulle corde del suo mandolino, Antonio “O gioiello”- che spesso molti di noi hanno avuto modo di incontrare per strada, uomo copertina, l’eroe contro la dismisura, lo spaesamento, la corsa al saccheggio - allo sfogo di Angelino, l’albero parlante della Villa comunale, l’eucalipto sopravvissuto che “dice questa non è più una villa ma una suola per le scarpe”. In questo viaggio tra metafore, parodie e ironie uniche, c’e sempre una dedica intelligente per tutti, per una Napoli “artificiale”, sempre più baraccone delle meraviglie e un Sud sospeso nel solstizio della controra, con i suoi borghi lunari e le sue pietre solenni. Con un dato che, alla fine, dopo aver letto questa intensa e variegata antologia, emerge nettamente come il carattere distintivo dell’autore nel saper fare narrazione critica, anche spinta, rovente, mai però velenosa. Una qualità molto preziosa nei nostri giorni, purtroppo caratterizzati da corride e sfide permanenti, anzi legittimate da presenze ad hoc, che mostrano di perdere il “bandolo” della ragione già nelle prime schermaglie. Mentre leggevo “Tropico della spigola”, le sue tante e trascinanti rivisitazioni, mi sono ricordato del significato aggiuntivo che Montanelli dava allo “scoop”: d’accordo sulla sua natura di colpo giornalistico nel giocarsi una primizia, che i giornali concorrenti non hanno, ma anche nel saper rileggere un fatto, un evento, un personaggio in una luce nuova, mai immaginata. È quanto fa il collega e amico Max, con questo eccellente libro, che “raccomandiamo” a tutti, perché distribuisce idee e non asseconda malanimo. E anche quando ce ne dà conto, lo fa con leggerezza, garbo, eleganza mai da “sbroccato o sboccato”.