«Tutto in questo paese favorisce il brigantaggio: la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili e dei signori, l’ignoranza turpe in cui è giaciuta questa popolazione, l’influenza deleteria del prete, la superstizione, il fanatismo, l’ idolatria”. Lo scriveva nel 1864 Alessandro Bianco di Saint Jorioz, capitano dello Stato Maggiore Generale dell’Esercito piemontese, che aveva partecipato alla repressione, nel suo “Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863”. Cominciava la narrazione del “brigantaggio” come attività criminale endemica, come connotato antropologico dei meridionali, poi come lotta di classe contadina contro la borghesia agraria. Il Governo di Torino doveva reagire al successo sulla stampa europea di quei guerriglieri, contadini e cafoni, ma anche ex ufficiali e soldati borbonici, ai quali si erano uniti legittimisti di vari Paesi, venuti a combattere nell’ex Regno delle Due Sicilie “per il Papa e Francesco II”. “La Civiltà Cattolica”, denunciò l’operazione propagandistica: “Il sig. Conte di Saint Jorioz, per dimostrare che l’origine del brigantaggio non è stata politica, ricorre al solito ritornello delle condizioni topografiche ed etnografiche delle Due Sicilie, ed al mal reggimento della Dinastia borbonica” - scriveva il Padre Matteo Liberatore sul numero del 16 giugno 1864 - [ma] allorchè i Piemontesi vennero nel regno esisteva un sol brigante in tutta la vasta estensione del paese?” e aggiungeva: “la cagione del brigantaggio è politica, cioè l’odio al nuovo Governo”.