Nel Regno delle Due Sicilie il rapporto tra impiegato e lo Stato era fiduciario, a base personale. Nel Piemonte era stato imposto il modello amministrativo della Francia napoleonica, ereditato della Rivoluzione. Uno Stato accentrato, che annulla autonomie e comunità locali. Il termine “bureaucratie” nasce in Francia. Tra il 1790 ed il 1791, i giacobini tracciarono su una carta geografica la divisione del Paese in 83 Dipartimenti, articolati in distretti e cantoni. “Lo Stato è uno, i Dipartimenti non sono che sezioni dello stesso tutto”, aveva decretato l’Assemblea Nazionale. Lo Stato diviene un apparato, lontano dalla Comunità e domina quest’ultima. L’amministrazione pubblica piemontese era fondata su un rapporto impersonale con i dipendenti, a base giuridica. L’impiegato borbonico aveva diritto alle feste religiose, riposava la domenica e lavorava non più di 8 ore al giorno, il travet (impiegato statale di basso rango) piemontese era un servo dello Stato. Il primo ministro Camillo Benso conte di Cavour nel 1853 aveva dettato i regolamenti dell’amministrazione piemontese. Era una piramide con al vertice il ministro, che disponeva di potere assoluto. La setta politica liberale, che occupava lo Stato, era padrona dell’amministrazione pubblica. Sotto il ministro c’era il segretario generale scelto da lui, poi la catena di comando dei direttori generali e dei capi divisione, fino alla pletora dei travet, impiegati precari o volontari, che aspiravano al posto fisso. Il regolamento prevedeva per loro solo doveri, nessun diritto. Nell’amministrazione piemontese si entrava per cooptazione dall’alto e affinità politica. Era il sistema delle raccomandazioni arrivato fino a noi. Il potere dei superiori sugli impiegati era senza limiti, il licenziamento in tronco non era motivato, gli obblighi di ufficio invadevano la vita privata, il fascicolo personale, con le note che decidevano la carriera, era segreto.Il travet doveva espletare un determinato numero di dossier, lavorando in turni obbligatori anche la domenica, e spesso consumava il pasto “alla gavetta” nel suo ufficio. Una commedia di Vittorio Bersezio, andata in scena Il 4 aprile 1863 al Teatro Alfieri di Torino, “Le miserie di Monsù Travet”, rappresentò la condizione di questi burocrati. Il 20 marzo 1865, il Governo La Marmora varò la Legge per l’unificazione amministrativa. Era la piemontesizzazione. Migliaia di articoli delle leggi subalpine vennero imposti in tutta la penisola. I funzionari di Torino vennero spediti nelle Due Sicilie e negli altri Stati preunitari per imporre un modello e una mentalità. Lo scontro culturale fu durissimo, la repressione, pure: destituzioni, trasferimenti, pensionamenti dei funzionari borbonici furono documentati dal giornale “L’Equatore” (ripubblicato dall’Editoriale il Giglio). I funzionari napoletani, colti ed eredi di una grande tradizione giuridica, si trovarono agli ordini di modesti burocrati che si esprimevano in dialetto piemontese e scrivevano in un linguaggio astruso ed incomprensibile, il burocratese, sopravvissuto fino a oggi. Neanche il liberale Giuseppe Giannelli, quadro amministrativo napoletano, resistette, e sfidò a duello un funzionario piemontese. Poi si dimise e firmò con lo pseudonimo Joseph pro domo sua, un atto di accusa contro l’amministrazione del nuovo Stato.