Nell’opera la “Parabola dei ciechi” Pieter Brueghel, nel1568, a solo un anno prima della sua morte, li dipingeva in fila quegli uomini, composti in una catena di umanità dolente, l’orbita cava nei volti sbiancati e le bocche aperte come ad avere l’aria a guida. Il capolavoro senza tempo, straordinario esemplare dell’arte olandese esposto nel Museo di Capodimonte, viene rivisitato da Andrea Bolognino (nella foto, un’opera), giovane artista napoletano di formazione accademica, nell’ottica di attualizzare le forme dell’Arte in episodi espressivi riferiti alla contemporaneità che viviamo, l’epoca del digitale. Racconta il direttore Sylvain Bellenger, che cura il progetto Incontri Sensibili al settimo appuntamento : «Il percorso è lo studio del tema, la trama sono i ciechi che, primo, per la cecità cadono in errore; secondo, ogni non vedente ha una malattia che lo ha condotto alla cecità, un male che da sempre ha sollecitato a supporto del campo medico, lo studio fisiognomico cui l’Arte ha dato il suo contributo con il disegno, strumento utile a evidenziare i segni esteriori del male come la partecipazione somatica dei sentimenti. Va da sé - continua Bellengerche la ricerca medievale si accompagna alla ricerca attuale», seppure in forme differenti. La scelta di affidare lo sviluppo in immagini visive a Andrea Bolognino è stata sorretta anche da Luciana Berti, fiduciosa nelle possibilità espressive di un artista giovane e mai ospitato in un museo, uno spazio-tempio che conserva la sacralità dell’Arte, quella che Benjamin definiva “aura”. Con l’assistenza di Francesca del Lago, allestita da Lucio Turchetta insieme al grafico Francesco Giordano, la mostra offre emozioni visive tra disegni a matita e pastelli chiari, biro e guazzi di acrilico su carta, elementi che danno forma allo spazio interno di ciascun’opera esposta, tutte di piccolo formato tranne il trittico Parabola rigorosamente in bianco e nero, esposto sulla parete di contro all’ingresso. Nello spazio espositivo, dalle pareti scure, dove le luci mirano sulle opere, Bolognino esprime la sua tesi sull’immagine visiva, assediata al nostro tempo dal digitale che amplifica, rimpicciolisce, discrimina e sovrappone le immagini fino a renderci orbi della consistenza reale di ogni cosa. La dimensione acquisita perverte e deforma la visione, così da assegnarci una nuova cecità.