Carlo di Borbone, salito al trono di Napoli il 10 maggio 1734, dovette creare dal nulla le forze navali del Regno. Il nucleo originario fu costituito da tre galere, acquistate da Papa Clemente XII per 6mila ducati. Le tre unità: Concezione, San Gennaro e Sant’Antonio, furono le prime a inalberare la bianca bandiera con i gigli d’oro. Il 10 dicembre 1735 furono firmati dal Segretario di Stato per la Guerra e la Marina, José Joaquín Montealegre, marchese di Salas, i regolamenti. Le coste del regno erano indifese contro le scorrerie dei pirati barbareschi, tant’è che nel 1738 una squadriglia di sciabecchi algerini penetrò nel golfo di Napoli con lo scopo di catturare addirittura il Re, di ritorno da Procida. Re Carlo articolò la flotta in tre gruppi navali, preposti alla vigilanza del Basso Tirreno, dello Jonio, della Sicilia e isole limitrofe. Per la durata del suo regno furono frequentissime le battaglie tra legni napoletani e nordafricani, quasi sempre con vittoria dei primi. Ferdinando IV salì al trono ancora minorenne, affidato ad un Consiglio di Reggenza del quale faceva parte Bernardo Tanucci, assertore di una politica di abbandono del mare. L’Armata di Mare precipitò in condizioni disastrose. Nel 1767 Ferdinando IV lo licenziò ed avviò una nuova politica navale con adeguati stanziamenti e la nomina a comandante della flotta di John Francis Edward Acton, nato a Besançon da famiglia inglese. Nel 1793 una forza navale napoletana, agli ordini del Retro Ammiraglio Bartolomeo Forteguerri, si distinse nell’assedio di Tolone e portò in salvo i realisti. Al momento dell’invasione francese, nel gennaio 1799, il commodoro britannico Donald Campbell, nel timore che le unità napoletane cadessero nelle mani dei francesi, le fece incendiare. il tradimento del brigadiere Francesco Caracciolo, che si schierò con la repubblica giacobina, provocò sbandamento. Numerosi marinai, però, combatterono al fianco dei soldati e degli eroici lazzari nella disperata difesa della capitale. L’ascesa al trono di Ferdinando II (8 novembre 1830) segnò una svolta. L’Armata di Mare si distinse in operazioni come la riconquista di Messina (6 Settembre 1848), che fu elogiata da stampa e critici militari esteri come un’azione di guerra più interessante di quella di Napoleone all’assedio di Saragozza. La Marina delle Due Sicilie divenne la più importante tra quelle pre-unitarie per organizzazione, quantità e qualità delle navi e Cavour ne adottò, per la Marina italiana, ordinanze, regolamenti, segnali, e perfino le uniformi degli ufficiali. Nel 1860 l’Armata di Mare si presentava come un edificio solido e moderno, ma era corroso dalle termiti. L’ufficialità era inquinata dalle idee liberal-massoniche. Basti pensare che dei 62 ufficiali 42 passarono al nemico. Ai pochi ufficiali fedeli, però, va aggiunta la stragrande maggioranza di sottufficiali, sottocapi e comuni, che rifiutò di servire per il nemico. Molti raggiunsero Gaeta e furono assegnati alle batterie. Il 22 gennaio 1861 al suono dell’Inno di Paisiello, intonato spavaldamente dalle bande dell’8° e del 9° Cacciatori, gli artiglieri navali e terrestri aprirono il fuoco con tutti i loro pezzi su navi e posizioni piemontesi sviluppando un formidabile volume di fuoco. Delle navi di Persano furono danneggiate 7 su 10, gravi i danni alle posizioni terrestri dei piemontesi. La Piazza aveva esploso 10.679 colpi.

*Ammiraglio, studioso di Storia militare