Nessun laico o ecclesiastico, arrivando a Napoli, pensi di dover inventare la carità, perché la storia lo smentirebbe. Basta passare in rassegna alcuni luoghi: San Nicola alla Carità, SS. Trinità dei Pellegrini, Monte di Pietà, Pio Monte della Misericordia, Monte dei Poveri, Ospedale degli Incurabili, Pietà dei Turchini, San Diego all’Ospedaletto. Istituzioni ancora vitali si affiancano ad altre non più in funzione, ma parlano ancora della carità svolta nella città tra i poveri e gli ammalati da San Giuseppe Moscati, sepolto nel Gesù Nuovo, da San Gaetano, venerato in San Paolo Maggiore, dalla Beata Maria Cristina di Savoia in Santa Chiara, da San Camillo che si prese cura dei malati di peste. Per non dire dell’Albergo dei Poveri che, nell’intento di Carlo di Borbone, doveva ospitare i poveri di tutto il regno. Nel Seicento, mentre si esaltava la Ragione, persino gli Illuministi ammiravano in Francia la “filantropia” di San Vincenzo de’ Paoli (1581-1660); e altrettanto fecero in seguito persino i rivoluzionari giacobini. Cosa aveva di speciale quella carità? Era veramente “charis”’, grazia, cioè parlava di Dio presente tra gli uomini nell’amore gratuito verso trovatelli e mendicanti. Ma, era la solidarietà sociale, dare un tozzo di pane o un vestito, ciò che muoveva quei santi, laici e sacerdoti, uomini e donne? No, lo scopo essenziale, allora come oggi, del cristiano, di un Vescovo - non è quello di allestire mense o soccorrere i tossicodipendenti - ma di mettere le anime in grazia di Dio, affermava San Vincenzo. Del resto, non ha detto Gesù, che a nulla serve guadagnare il mondo intero se si perde l’anima? Fare la carità nel nome di Gesù Cristo è ciò che salva dalle riduzioni ideologiche e sociologiche così frequenti in questo campo, molto più oggi che in passato. La carità però deve rivolgersi a tutti gli uomini, senza far diventare esclusive le opzioni preferenziali, a cominciare dai più ricchi che sono i primi bisognosi, affinché dimagriscano della loro abbondanza e possano passare dalla cruna dell’ago. Ma possono essere ricchi anche i poveri: ricchi di sé, di pregiudizi ideologici. Quei santi, spesso, costituivano compagnie di persone benestanti per assistere proprio i ricchi, affinchè non andassero in perdizione. Non c’è povertà più grande che non avere Dio, ha detto Madre Teresa di Calcutta. Quindi bisogna trasmettere la fede. “Non si dimentichi che, per la Chiesa la fede è un 'bene comune', una ricchezza di tutti, a cominciare dai poveri, i più indifesi davanti ai travisamenti: dunque, difendere l’ortodossia è, per la Chiesa, opera sociale a favore di tutti i credenti” (Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, Edizioni Paoline). Senza Dio, ogni uomo è povero. Come la Chiesa ha assistito i poveri? Prendendosi cura dei bisogni materiali, quando non esisteva il Welfare State, senza trascurare quelli spirituali: con le missioni al popolo, ai contadini, con le scuole di dottrina cristiana, esortando il popolo a fare la confessione e a comporre le liti, soprattutto invitando ad adorare il Signore. Non è organizzando pranzi, addirittura nelle chiese, che si va incontro ai poveri, ma facendo come Gesù, che esortava a procurarsi “il Cibo che non perisce”, perché “i poveri li avremo sempre con noi”. Passare intere giornate a organizzare soccorsi e a gestire ingenti somme per la carità verso gli uomini, senza avere il tempo per amare Dio, significa essere come bronzo che tintinna. Alla carità verso gli uomini, non bisogna presupporre, ma anteporre Dio; bisogna vedere l’uomo, il povero, in Gesù Cristo e non Gesù Cristo nel povero. San Vincenzo de’ Paoli scriveva a un confratello: “Ricordatevi che noi viviamo in Gesù Cristo per la morte di Gesù Cristo, e che dobbiamo morire in Gesù Cristo per la vita di Gesù Cristo e che la nostra vita deve essere nascosta in Gesù Cristo e piena di Gesù Cristo, e che per morire come Gesù Cristo, bisogna vivere come Gesù Cristo”.

*Teologo, già Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi