In principio fu la donna, o meglio, le donne di casa, le “figliole” e la “madre”, con i loro affascinanti rituali stregoneschi; poi vengono i santi nella loro ambigua presenza; e poi ancora le voci, dissonanti e attrattive, dei vicoli e quella, monocorde e respingente, della scuola. In “Archeologia del sangue” (Cronopio) Enzo Moscato (nella foto) ripercorre gli anni della sua infanzia attraverso il ricordo vivissimo delle figure che popolavano quel microcosmo proteiforme che erano e che, sotto altri aspetti, sono ancora i Quartieri Spagnoli a Napoli. Tutto è avvolto in un’aura di nostalgica malìa, che tuttavia non è mai disgiunta da un sottofondo orrifico e inquietante.

DONNE E MAGIA. Non è un caso che la prima parte del volume ruoti intorno alla ricorrenza di San Giovanni, che cade il 24 giugno, data prossima al solstizio d’estate, con quella notte brevissima che, sin dal medioevo, era destinata alla raccolta delle erbe medicamentose, ai falò propiziatori ma anche ai sabba e alla magia. È proprio in questa notte che le ragazze del caseggiato si riunivano intorno a un pentolino in cui bollivano piombo fuso, cercando di leggere, nelle forme che il minerale liquefatto assumeva, le sembianze del loro futuro marito. Luciella, Carmelina, Angelina interrogavano con ansia quella misteriosa sostanza ribollente e ne traevano gli auspici per il proprio destino coniugale, sostenute dalla presenza di una folta rappresentanza di abitanti del vicolo, bambini inclusi. Niente di strano però, se a una notte imagica faceva seguito una mattinata di battaglia rabbiosa, quando la “madre” si trasformava in erinni e scagliava la sua inesauribile faretra di violenza verbale contro “donna Giovannina ’a Guantara”, seconda moglie di suo padre e perciò rea di averlo impalmato sostituendosi a “nonna Nannina”, l’amatissima mamma defunta prematuramente.

DIMENSIONE VISIONARIA. Il libro procede così, alternando il lirismo di situazioni avvolte nella sacralità del mistero con la crudezza di un’irrefrenabile furi. Due dimensioni opposte e assolutamente compresenti in una città che non ha mai abbandonato il suo sguardo ancestrale sul mondo perché ha saputo trasformarlo in una capacità quasi divinatoria. È lo stesso sguardo che Moscato incarna, da artista. Vengono i brividi a leggere questo libro alla luce della pandemia in corso. L’ultimo capitolo è decisamente visionario: il racconto dell’epidemia di spagnola del 1918 diventa lo spunto per riflettere su una realtà “malata” che non è mai cambiata e che prelude perciò a un’altra imminente catastrofe. E che cos’è se non una catastrofe la diffusione del Covid-19? Ma Moscato, quando ha concluso il libro, non poteva saperlo. Eppure il suo intuito d’artista ha saputo cogliere quei segnali che, incomprensibili ai più, già annunciavano il futuro prossimo venturo.

NON SOLO AUTOBIOGRAFIA. È evidente dunque che è assai riduttiva la definizione di “autobiografia” che lo stesso autore dà a questo lavoro, il primo di una trilogia in cui intende racchiudere la propria esperienza di vita. È proprio lui infatti che sente il bisogno di chiarire al lettore, sin dalla prima pagina, che la sua è sì una autobiografia, ma alquanto “bislacca”. Più che strano, “bislacco” significa stravagante, strambo, inconsueto, e anche buffo e un po’ folle. Ed è proprio per questo che è difficile inquadrare questo scritto in un genere letterario canonico. All’apparenza sembra proprio non esserci alcun dubbio: persino le due date poste in parentesi nel titolo (1940-1961) suggeriscono l’idea che l’autore intenda dedicarsi all’esposizione dei fatti avvenuti nei primi anni della sua vita. Ma poi ci si accorge che la narrazione ordinata degli eventi è sostituita da un’immersione nei meandri della memoria, per fermarsi là dove si intravede un momento topico, un elemento del vissuto considerato essenziale non solo nella formazione della sensibilità dell’autore, ma anche e soprattutto, nella comprensione di quella città-mondo che è Napoli. Una sorta di diario della coscienza, dunque, o, meglio, uno psicodramma, in cui le vicende del passato vengono vivisezionate ed esaminate alla luce di uno spirito critico intriso di cultura filosofico-antropologica, senza trascurare quella teatrale, anzi elevandola da mero strumento espressivo a cogente chiave interpretativa.

LA SCRITTURA TEATRALE. È infatti la teatralità il tratto dominante della scrittura di Enzo Moscato. E per ben tre elementi che la caratterizzano come un unicum nel panorama letterario. Primo, la vivace immediatezza degli episodi narrati. Secondo, il tacito patto che l’autore stringe, sin dalle pagine iniziali, con il lettore, chiamandolo continuamente in causa: “Chiedo venia”, “Che mi dite?”, “Fate voi”. C’è tutta la sapienza attoriale della commedia dell’arte in questo costante sollecitare il pubblico/lettore invitandolo a divenire parte attiva della scena, intervenendo con impressioni e giudizi. Il terzo e più originale è la lingua: sorprendentemente meticcia, capace di coniugare la forza illocutiva della più arcaica parlata plebea con la potenza analitica del lessico filosofico e scientifico e senza tralasciare di ammiccare all’inglese e al francese. Il tutto spalmato su una robusta sintassi letteraria, in cui a dominare è il registro colloquiale e il tono è dolcemente affabulatorio, con punte di tenerezza disarmata alternate a scene di esilarante comicità. Una scrittura a più livelli, quella di Enzo Moscato, da scavare in profondità, con la lentezza metodica dell’archeologo che indaga senza sapere cosa scoprirà. Una scrittura che è un percorso esperienziale da intraprendere con umiltà, senz’altro fine che il desiderio di lasciarsi sorprendere.