«Una notizia triste. Nonostante l'età avanzata, 'Dudù' era una figura molto molto interna all'immaginario collettivo e intellettuale di Napoli, anche se non va dimenticato che viveva lontano da questa città da molti anni. Lui si è trasferito stabilmente a Roma nel 1950. La sua era una napoletanità degli anni '60 che è diventata anche un modo di intendere questo Paese nel mondo. La Capria faceva parte di una generazione alla quale non siamo abituati ad avvicinarlo per via del fatto che lui ha vissuto tanto di più, ma lui era del 1922, una generazione di talento di scrittori napoletani ai quali va riferito senz'altro La Capria. Lui era una meravigliosa figura intellettuale». Così all'AdnKronos lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni.

«La Capria - osserva De Giovanni - era un gentiluomo. Mi rendo conto che sembra una parola fuori dal tempo, e probabilmente lo è, ma era un gentiluomo. Era uno che diceva cose acuminate ma in modo sempre gentile ed evocativo, e questo è un segno di grande talento e va ricordato».

«Credo che di La Capria - prosegue lo scrittore -, oltre che l'immenso 'Ferito a morte', vincitore del Premio Strega nel 1961, vada ricordata anche l'attività di co-sceneggiatore. Lui ha lavorato ai film di Francesco Rosi, a 'Mani sulla città', e questo va rammentato». «Credo che di La Capria - conclude De Giovanni - all'Italia mancherà soprattutto quel modo garbato, quel modo sorridente di dire le cose. Con la Capria se ne va forse l'ultimo dei grandi intellettuali in grado di portare avanti un dibattito anche a tinte forti ma con assoluta pacatezza. Quel modo di parlare, quel modo di porsi si è perduto per sempre. Oggi non c'è modo di avere una dialettica senza litigare e senza urlare. La Capria portava avanti i suoi dibattiti anche con fermezza ma con gentilezza. Questo mancherà sicuramente a questo Paese».