Lo chiamavano “Luca fa presto”. Ma la sua proverbiale velocità nel lavoro era pari alla qualità delle sue opere. Luca Giordano si era formato nella bottega di Ribera, dove aveva assorbito tutti gli stimoli del caravaggismo. Ma, inquieto e curioso com’era, se ne era presto affrancato, preferendo guardarsi attorno e divertirsi a rifare il verso ai grandi del secolo precedente, da Durer a Raffaello, finché non aveva trovato il linguaggio che più gli era consono in un mix fra Barocco romano e Rinascimento veneto.

Si trova così a dominare la scena artistica internazionale della seconda metà del Seicento, lavorando tra Napoli, Firenze e Madrid, dove il re Carlo II lo nomina capo dei pittori di corte. La mostra che apre a Capodimonte dove resterà fino al 10 gennaio, documenta le varie tappe della sua lunga e fortunata carriera, con un campione scelto di 90 opere, provenienti da importanti musei stranieri (primi fra tutti il Prado e il Louvre) e italiani (Palazzo Abatellis, Pinacoteca di a di Bologna) nonché napoletani (Girolamini, Pio Monte, Museo Duca di Martina). “LucaGiordano, dalla Natura alla Pittura”, a cura di Stefano Causa e Patrizia Piscitello, si sviluppa su percorso espositivo in nove sale tematiche, allestito da Roberto Cremascoli e Flavia Chiavaroli. La meraviglia e lo spaesamento sono il filo rosso che aiuta il visitatore a districarsi nel labirinto di spazi in cui sono disposte le opere.

La suggestione è quella di una elegante dimora seicentesca, tappezzata di seta bordeaux, tra i cui molteplici punti di fuga lo sguardo si perde, fissandosi, di volta in volta, ora su una scena mitologica da salotto, ora su un ritratto severo o su una gigantesca pala d’altare. Tanto varia, per temi e destinazioni, è la produzione di Luca Giordano che non finisce mai di sorprendere. Si vedano ad esempio i disegni, tratti veloci a matita o pazientemente acquerellati in monocromo; oppure il piatto in maiolica con la “Caduta di Fetonte” o il sontuoso San Michele (nella foto a destra, un particolare) che sconfigge gli angeli ribelli, prestito della parrocchia dell’Ascensione a Chiaia.

Ma una pittura dinamica come quella di Luca Giordano non si comprende veramente se non la si guarda sulla superficie ampia delle pareti e delle volte affrescate. Occorre allora recarsi alla Certosa di San Martino, nelle chiese di Santa Brigida, dei Gerolamini e di Santa Patrizia: l’ultima sala della mostra, un’installazione immersiva di Stefano Gargiulo per Kaos Produzioni, sollecita il visitatore a scoprire o riscoprire il Giordano presente in città, non prima però di aver acceso una candela votiva e aver versato un piccolo obolo - amara ironia - per i lavoratori dell’arte e dello spettacolo: proprio quei visionari come Luca Giordano, che oggi, in piena pandemia, sono impossibilitati a lavorare.

Ecco, a proposito di pandemia, la sala dedicata alla peste del 1656: la tela di Micco Spadaro sta di fronte a quella di Luca, che, in mezzo all’accumularsi drammatico dei corpi esanimi coglie il guizzo vitale di un vecchio dallo sguardo sospettoso che si copre bocca e naso con una “mascherina” di fortuna (nella foto a sinistra). Pennellate veloci e decise, per una pittura che mira all’universale senza rinunciare al particolare. Una mostra entusiasmante: «Molto più bella di quella che si è conclusa a febbraio al Petit Palais di Parigi» ha detto il direttore Sylvain Bellenger. Perché è frutto di scelte coraggiose, aggiunge il visitatore spiazzato ma felice di essere entrato un poco in confidenza col genio.