Un’ora e mezza di commozione sull’onda dei ricordi. Stracolmo il Teatro Mercadante per la presentazione di “Lucio Amelio”, il film diretto da Nicolangelo Gelormini e prodotto da Davide Azzolini (nella foto) sul gallerista geniale che cinquant’anni fa risvegliò la sonnacchiosa scena culturale napoletana facendole scoprire l’arte contemporanea. Dal piccolo spazio al Parco Margherita prima e poi in quello più grande di Palazzo Partanna riuscì a calamitare l’attenzione dei media internazionali organizzando eventi artistici memorabili. Fu grazie a lui che Andy Warhol, l’americano inventore della pop art, giunse a Napoli e reinventò il Vesuvio nel suo stile coloratissimo.

E fu ancora per una sua intuizione che Joseph Beuys, il tedesco che vedeva nel recupero del rapporto uomo-natura l’unica prospettiva dell’arte, incontrò Warhol, sua antitesi vivente, proprio a Napoli. A pochi giorni dal terremoto del 1980 chiamò a raccolta gli artisti di tutto il mondo: «Dobbiamo trasformare il disastro in una forza creativa» diceva e li invitò a esprimersi con un’opera. È così che nasce la collezione Terrae Motus. Voleva farne il nucleo di una museo di arte contemporanea, aveva anche individuato lo spazio nell’allora fatiscente convento di Santa Lucia al Monte. Ma la Soprintendenza pose tanti di quei veti e lui, nel frattempo, si ammalò. Gelormini ripercorre le tappe della sua vita attraverso le testimonianze di chi Amelio lo ha conosciuto e amato.

E ne ricava un ritratto sfaccettato fatto di aneddoti divertenti, trovate singolari e intuizioni vincenti che emergono dalla conversazione pacata con gli amici, i critici, gli artisti, i collezionisti, la sorella: Thomas Arana, Fabio Donato, Mario Franco, Nino Longobardi, Angela Tecce, Ernesto Esposito, Giuliana Gargiulo, Achille Bonito Oliva, Andrea Viliani, Lia Rumma, Ernesto Tatafiore, Tony Servillo, Angelo Curti, Anna Amelio. I diversi punti di vista convergono nel restituire il puzzle di una vita vissuta come un’avvincente avventura creativa narrata però con la vena malinconica di chi ne conosce l’epilogo triste.

Che però Lucio Amelio volle affrontare alla sua maniera, da artista: disegnò lui stesso la tomba sui cui fece incidere il titolo di un’opera di Beuys, “L’isola del sonno” ma chiese di essere sepolto a Capri, davanti all’azzurro cui non volle rinunciare neppure da morto. E azzurra era pure la copertina del disco su cui aveva inciso le canzoni dal gusto un po’ retrò che gli piaceva cantare. La sua bella voce che canta “Ma l’amore no” chiude il film lasciando che le sue note struggenti si insinuino nel cuore dello spettatore. No, l’amore non si dissolve con l’oro dei capelli, come dice la canzone, e neppure con la morte in verità. A giudicare dagli occhi lucidi degli spettatori, l’amore resta tutto. Intatto, autentico, vivo.