«Merito la morte, perché sono stato assai crudele contro parecchi che mi caddero tra le mani, ma merito anche pietà e perdono perché contro mia indole mi hanno spinto al delitto: ero sergente di Francesco II di Borbone e ritornato a casa come sbandato mi si tolse il brevetto, mi si lacerò l’uniforme, mi si sputò sul viso e poi non mi si diede più un momento di pace, facendomi soffrire sempre ingiurie e maltrattamenti, e sarei vissuto in pace se mi avessero lasciato in pace». Perché divennero “briganti”? Lo spiega Pasquale Cavalcante di Corleto, fucilato. Per legittima difesa, per reagire all’invasione. La storiografia ufficiale ha cercato di giustificare la tragica pagina del “brigantaggio” che rompeva lo schema di un’unificazione voluta anche al Sud. Bisognava inquadrarla in una visione “romantico-risorgimentale” o marxista. Ma in quella Storia non c’entravano rapimenti e fughe a cavallo come nei film. E neanche la versione gramsciana, che ammette i massacri, ma riconduce tutto ad una lotta sociale che in quegli anni non aveva alcun senso e che la logica smantella: impossibile che le rivendicazioni cominciassero solo dopo l’arrivo di Garibaldi, e non prima o dopo. Meno che mai c’entra la lettura “razzista” che si vorrebbe rispolverare: briganti “criminali”, “guerra civile tra meridionali”, “brigantaggio endemico, collegabile alla mafia”. Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha definito “caproni” gli storici che «mettono sullo stesso piano briganti e mafiosi». Il colonnello Cesare Cesari, che le carte del brigantaggio studiò per tutta la vita, non aveva dubbi: «per i meridionali l’esercito italiano era violatore e usurpatore dei legittimi diritti dello stato napoletano, essendo stata la reazione politica il principale movente di quella insurrezione». Basterebbe un’occhiata all’Archivio Centrale di Roma o dello Stato Maggiore dell’Esercito per capire che fu una reazione contro un’invasione. Centinaia le testimonianze: gli stemmi borbonici ricamati nei mantelli, i “santini” con le immagini di Francesco II e di Maria Sofia, i nastri con i colori borbonici o papalini. Una guerra durata oltre 10 anni, che provocò al Sud centinaia di migliaia di vittime. Prevalse un mondo nuovo che si portava via i Re, i canti davanti ai fuochi e le bandiere, quelle facce scure e quegli occhi sorpresi o impauriti fissati per sempre da un lampo improvviso. Si portò via i “bellofatto”, i “cinquecippone”, i “nennanenna” con le loro storie, i loro stracci, i sogni e le speranze di un popolo che fa fatica oggi a sognare e a sperare. Fummo cancellati dalla Storia o diventammo dati negli schedari della polizia, cognomi sulle navi degli emigranti. Quei meridionali che una Storia falsa e bugiarda ha definito “briganti” rappresentavano, nell'Italia di un secolo e mezzo fa, la società reale che si ribellava ad una minoranza che oggi definiremmo “società civile o legale”: noi che viviamo i problemi delle nostre città, tra finti “rinascimenti” e la difficoltà di riconoscere nemici che non portano più divise piemontesi. Lontani dai palazzi del potere e della cultura a pagamento che vorrebbe “smantellare i miti neoborbonici dei briganti”. Ci può servire da  esempio la fierezza di quegli occhi che intravediamo nelle foto ingiallite. È quello che ancora ci possono raccontare i nostri antichi “briganti”.