Premio Posillipo a Manlio Santanelli (nelle foto, durante la cerimonia). Il riconoscimento che il Rotary Napoli Posillipo attribuisce alle personalità che si sono distinte nel mondo dello spettacolo va quest’anno allo scrittore che, insieme ad Annibale Ruccello ed Enzo Moscato, ha inserito la drammaturgia napoletana nella corrente europea, tanto da ricevere le lodi di Jonesco in un memorabile articolo sul quotidiano parigino “Le Figaro”. Ma Santanelli è anche narratore dalle rutilanti invenzioni linguistiche. Ed è proprio traendola dal suo ultimo libro “Dieci favole antiche alla maniera di G.B. Basile’  (Kairòs) che la voce carnale di Federica Aiello ha dato corpo e peso alla storia del “Re e della zoccola” capace di coinvolgere il pubblico tenendolo in bilicotra risate e stupore. Molto più rappresentato all’estero che in Italia, Santanelli è “erede della migliore tradizione letteraria poetica e teatrale del Mezzogiorno dei secoli passati riuscendo nel corso di una lunga e fruttuosa carriera, a raggiungere vertici di profonda originalità creativa, straordinaria capacità evocativa e strepitosa invenzione linguistica che hanno proiettato la cultura napoletana ai quattro angoli del mondo”. È stato lo storico del cinema Pasquale Iaccio, socio del club, a leggere la motivazione del premio prima che il presidente Luigi Morgera consegnasse il premio a Santanelli. Un’occasione imperdibile per ragionare sulle tematiche proprie della sua ricerca artistica. Parlando della sua vocazione tardiva per la scrittura teatrale le ha dichiarato che i suoi primi quarant’anni le sono serviti a capire “tutto quanto è bene non fare in tema di spettacolo”.

A cosa si riferiva?

«Innanzitutto scrivere di cose che non si conoscono. Ogni testo teatrale è un viaggio: bisogna avere come bussola l’esprienza delle letture e la vocazione a vedere la vita come una grande rappresentazione. Inoltre non va compiaciuto il gusto del pubblico. Bisogna cercare di dargli qualcosa che lo aiuti a crescere».

Lei sostiene anche che il teatro deve essere capace di trasfigurare la realtà avendo la capacità intravederne l'archetipo. Cosa intende?

«Nel momento in cui io metto in scena una vicenda cerco di analizzarla partendo dalla realtà più domestica quotidiana, comune e banale. Piano piano poi dirotto lo spettatore verso l’insolito e il perturbante: tutto quello che nella vita si tende a nascondere. Il teatro deve tirare fuori le ombre che non abbiamo il coraggio di illuminare».

Come nel teatro greco?

«Sono convinto che il teatro antico abbia detto tutto quello che si deve dire dell’umanità. Gli archetipi vengono di volta in volta adattati alle situazioni storiche del momento. Ma sono sempre la spina dorsale. Medea, come Edipo, sono all'origine di tanti fatti di cronaca. Rappresentano un aspetto dell’umanità e che perciò sono sempre attuali»

Nel suo dramma “Uscita di emergenza” i due personaggi si trovano in una casa che rischia di crollare a causa del bradisismo. Il finale è aperto: non si sa se l’uscita di emergenza c’è o no. Una metafora potente di Napoli?

«Il bradisismo è una metafora dell’instabilità interiore dell’uomo. Da fenomeno geografico a fenomeno psicologico: l’uomo è sempre in bilico e deve puntellare la sua personalità con mille espedienti».

Anche in “Regina madre” affronta una tematica psicologica: il rapporto irrisolto tra madre e figlio, ancora un riferimento alla città?

«Regina è una madre particolare, rappresenta l’esasperazione del sentimento materno. Ne ho spinto la possessività fino all’estremo limite: quello di una madre che si mangia il figlio. Napoli è una città che intanto ha assorbito sempre tutto quello che le è venuto dalle varie dominazioni, ma non riesce ad essere una capitale europea perché si alimenta solo di quello che produce, solo di se stessa, mentre dovrebbe essere più aperta alla cultura globale. Noi ci autocompiaciamo senza confrontarci. Non vedo lo sforzo e l’intenzione di confrontarsi con le altre culture».

Rispetto al teatro di Eduardo De Filippo come si colloca la sua ricerca espressiva?

«Considero Eduardo un grandissimo autore ma il suo limite è che cerca sempre di compiacere il pubblico, invece credo che l’autore di teatro debba turbare il pubblico, facendogli saltare gli schemi difensivi e mettendolo in condizione problematica. Le mie commedie pongono degli interrogativi, sono enigmatiche. L’enigma in Eduardo è molto poco presente, le sue commedie finiscono con un happy end. Invece il teatro deve essere spietato nel senso che non deve lasciare vie d’uscita se non nell’immaginario. E l'ironia diventa un mezzo per esorcizzare la propria insicurezza».

Tanto nei suoi drammi quanto nei racconti e nei romanzi lei utilizza un linguaggio che è una mescola di italiano colloquiale, espressioni dialettali e anche di termini inventati di sana pianta. Ma il risultato ha un sapore decisamente partenopeo. Come fa?

«Quando devo esprimere un sentimento. cerco le parole che possono tradurlo per iscritto e mi rendo conto che il vocabolario non mi basta allora invento dei termini a caso. In questo sono sulla scia della grande lezione di Carlo Emilio Gadda. In effetti ogni scrittore dovrebbe esprimere un suo linguaggio particolare. La lingua è fondamentale, è contemporaneamente forma e contenuto. Noi meridionali dovremmo fare di più per distinguerci da quel linguaggio basico che caratterizza gli scrittori inglesi o tedeschi che giocano su un periodare essenziale. Per me, invece, gli incisi sono fondamentali: la scrittura diventa come una matriosca. Napoli è stata un viceregno e la sua lingua è stata influenzata dallo spagnolo, una lingua barocca e immaginifica: è una ricchezza che vale la pena coltivare. Ma la vera minaccia alla lingua è rappresentata dai telefonini che tendono a liofilizzare la scrittura. Perciò bisognerebbe creare un'alternativa a questo degrado che viene dai mezzi di comunicazione di cui disponiamo».

Attraverso il suo teatro lei ha vissuto le tante vite di questa città. C’è ancora spazio per un’uscita di emergenza? o ci dobbiamo rassegnare a un’emergenza cronica senza vie d’uscita?

«Bisogna comunque fare resistenza in tutti i modi. Ognuno col proprio mestiere deve cercare di resuscitare quello spirito di aggregazione che si è perduto. Non c'è più quella voglia di partecipare, di fare rete, come accadeva negli ultimi anni del ’900. Io non colpevolizzo nesuno, ma se l’individuo non va a votare, non va in piazza, non partecipa vuol dire che è rimasto deluso dal Paese come sistema di vita associata. Abbiamo abdicato anche alla necessità del confronto. ognuno si tiene i suoi valori e non li condivide».