La poesia e la pittura sono il suo mondo. L’unico nel quale Prisco De Vivo si sente a suo agio. Specialmente da quando si è trasferito a Quadrelle, il piccolo comune in provincia di Avellino dove c’è il suo studio, diventato un punto di riferimento per le attività culturali del territorio. «Quella che era una palestra, e prima ancora una fabbrichetta - dice orgoglioso - è diventata una palestra delle arti, per la pittura, la scultura e il design, ma anche un luogo in cui si tengono presentazioni di libri con l'intervento di filosofi poeti». Ha un nome evocativo, il suo atelier, su chiama “Lucis” e si trova nel cuore del Parco Regionale del Partenio, in un angolo di bosco attraversato dal torrente Vallelonga: «Non è un semplice spazio operativo - precisa l’artista - ma un luogo di contagio che germina visioni di una realtà trascendente, per chiunque ne attraversi liberamente gli spazi: è un vero e proprio laboratorio dell’evanescenza». Ama muoversi nella dimensione del mistero, Prisco De Vivo, perciò ha scandagliato, i territori del pensiero partendo dallo studio della filosofia per approdare a quello della teologia e alla mistica. Un percorso di inesausta ricerca intellettuale che si riflette nella sua pittura, tesa da sempre a esplorare l’interiorità. Ed è l’occasione del suo recente lavoro sulla Via Crucis (nella foto a sinistra, una stazione), nato dalla meditazione sul dolore che, in questo periodo di pandemia colpisce tutto il pianeta senza distinzione alcuna, a fare da punto di partenza per una conversazione sull’arte e sull’essere artista oggi.

Come vive questo lungo periodo di clausura imposta dal Covid-19?

«In un ritiro della mente e dello spirito. Da lettore dei mistici e da studioso di filosofia e del cristianesimo penso che questa sia una dimensione che mi ha fatto concentrare sulle direzioni più preziose, quelle essenziali, da non sperperare. Ho riflettuto sulla condizione di caos che ci attraversa quotidianamente. Ho pensato a un’igiene legata al ridimensionamento delle preoccupazioni e all’importanza del silenzio. Insomma è stata un’opportunità».

La sua Via Crucis è una vera e propria meditazione sulla sofferenza...

«È un’opera davvero particolare alla quale sto ancora lavorando: ha una dimensione celeste che si riversa nel bianco. Nasce dalla mia riflessione sullo svaporamento della sofferenza: ho pensato al percorso del Cristo rappresentato in tutto il suo dolore ma è volto alla salvezza di tutti noi. Ogni stazione è un attraversamento simbolico della sofferenza che apre alla rinascita».

Una scelta davvero particolare che è accompagnata anche da una tecnica tutta sua.

«Lavoro su fogli tipografici spessorati e chiusi su tavola».

Da artista, percorre due strade molto diverse: la poesia e la pittura pittura. Non si sente diviso?

«Al contrario, credo che ci sia un unità di fondo nelle arti. Non ho mai separato la scrittura il segno dal disegno. La mia scrittura è un’estensione di quello che non son riuscito a fare sulla tela. Questo mi ha portato sempre a studiare. La scrittura, la lettura e lo studio sono iniziati già nell’adolescenza. A 13 anni avevo già letto i simbolisti francesi e Sartre. Non mi sono mai fermato».

Come mai il suo lavoro ha una matrice così fortemente religiosa? 

«Sono profondamente credente. Ma ho seguito un lungo percorso per diventarlo. Prima sono stato un cristiano “dostoevskiano”: vengo dal confronto con gli atei del pensiero, come Sgalambro. Dal suo “Dialogo teologico” ho tratto le cose migliori che mi hanno ispirato ad avvicinarmi al Signore».

I dipinti dedicati a Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux testimoniano anche la sua attenzione alla mistica. 

«Sono attratto dalla bellezza visionaria. Avvicinarsi a queste personalità come a San Giovanni della Croce e Gemma Galgani, significa accostarsi a una dimensione “altra” che mi affascina. Quello che mi ha colpito profondamente delle mistiche è che tutto il dolore del mondo se lo pongono sulla pelle per arrivare a depurare le anime con la preghiera. I miei fondali blu vogliono proprio rappresentare questa innocenza, questa bontà assoluta che diventa motivo di elevazione».

La tendenza a valorizzare lo spirito non la spinge tuttavia ad essere un pittore astratto. Le sue opere sono, fondamentalmente figurative, anche se di una figurazione ridotta all’osso. Dove vuole arrivare?

«La mia aderenza allo spirito non mi fa abbandonare il corpo. La mia è una figurazione concettuale che attraversa la stagione postespressionistica. Non so quale direzione prenderà la mia opera. Quello che mi sta a cuore è che io non sono stato mai lontano dal corpo né dalla terra: perciò nei miei primi lavori utilizzavo la cenere, la terra, gli arbusti, l’orzo. Anche adesso, in questa condizione che parte dalla mistica e arriva alla luce, il mio punto di partenza è sempre il corpo, inteso come corpo spirituale o carne celeste. Vorrei che aspirassimo tutti ad essere dentro la terra ma protesi verso il cielo».