La collaborazione tra cittadino e Stato è garantita da una pubblica amministrazione trasparente e al servizio del bene comune. Tali principi erano applicati nel Regno delle Due Sicilie, e rendevano i funzionari pubblici “servitori del Re e dello Stato, a questo solo titolo stipendiati ed onorati”. Nel rapporto di pubblico impiego, eminentemente fiduciario, contavano probità e moralità, non meno che le “cognizioni necessarie a sostenere il decoro e a disimpegnarne le funzioni per l’esatto adempimento del Real servizio e del pubblico bene”. La Rivoluzione francese aveva subordinato alla legge ogni aspetto della vita pubblica e negato all’Esecutivo funzioni normative secondarie. L’elettività delle cariche favoriva una più ampia partecipazione ai poteri pubblici,ridimensionando la sfera di azione dell’Esecutivo, e rendendo l’amministrazione un potere contrapposto: Dipartimenti e Distretti,  forti del consenso popolare, potevano sconfessare l’operato dell’autorità centrale. Questi princìpi della Costituzione francese del 1791, mutarono la fisionomia degli Stati europei. Dopo il Congresso di Vienna, la monarchia delle Due Sicilie cercò di conciliare vecchio e nuovo ordinamento. I codici del 1819 risultarono migliorati rispetto a quelli francesi, l’amministrazione centrale e periferica più equilibrata. L’organizzazione del (nuovo) Stato borbonico accolse le strutture dello Stato napoleonico, ma le rielaborò, semplificando la burocrazia. La divisione dei Ministeri in “ripartimenti” e “carichi” fu solo interna. Al privato bastava indirizzare le istanze al Ministro, senza perdersi in una “caccia al tesoro” per l’ufficio competente. L’accesso alla carriera statale avveniva con domanda al Ministro. Un esame assegnava al servizio corrispondente alle abilità. Requisito minimo era saper leggere e scrivere “con abilità, sì per la calligrafia che per l’ortografia”; ma, a seconda del grado ricoperto, potevano essere richieste specifiche abilità. Le promozioni erano conferite “per antichità ed assiduità nel servizio”. Orario di lavoro, stipendio, pensione e permessi, erano disciplinati da regolamenti tesi a scoraggiare politiche clientelari. I congedi ordinari venivano accordati dagli immediati superiori, quelli straordinari dal funzionario di grado più elevato, evitando fenomeni di “caporalato”. Per tutelarne l’indipendenza, i pubblici impiegati non potevano essere sottoposti a giudizio penale senza preventiva autorizzazione regia. Ciò evitava minacce e pressioni esterne. A livello periferico, dove maggiore era il rischio di trasformare le cariche in strumenti di potere personale, i controlli erano più stringenti. Per l’elezione a sindaco, eletto e decurione era richiesta l’iscrizione nelle liste degli “eleggibili”, consentita ai residenti nel Comune da almeno 5 anni ed in possesso di rendita annua di 12 ducati. Oppure bisognava coltivare per sé un terreno anche di proprietà altrui. Ciò nei Comuni fino a 3 mila abitanti. Serviva una rendita di almeno 24 ducati o l’esercizio di una professione o arte liberale, nei Comuni più grandi. Gli uffici erano gratuiti, salvo una modesta indennità riconosciuta ai sindaci per incarichi fuori dall’abitato. Gli amministratori dovevano risiedere nel Comune. Se si allontanavano senza autorizzazione o ritardavano nel rendere i conti, erano responsabili del danno causato. Rivestire cariche pubbliche era un dovere civico ed un onere prima che un onore. Il vero privilegio consisteva nell’essere stati scelti a servire la Comunità.

*Università Federico II

(Inquadra il Qr code nella foto: e leggi “Il modello amministrativo borbonico”)