Maestro assoluto: musicista, scrittore, autore e regista di spettacoli straordinari, Roberto De Simone non si è mai fermato. Dopo i libri “Satyricon”, ” La canzone napolitana” , “L’oca d’oro”, ha continuato a comporre, ideare, scrivere e quant’altro. Pochi giorni fa, nel corso della conferenza stampa al Teatro Trianon Viviani, direzione artistica di Marisa Laurito, ha illustrato “Trianon Opera, tra pupi, sceneggiata e Belcanto” ,con Davide Iodice prossimo spettacolo di sua scrittura per il Teatro Trianon Viviani.

Vuole spiegare quanto ha scritto?

«“Trianon opera” intende essere un’esplorazione storica e antropologica sulla religiosità napoletana, sia a livello colto gesuitico, sia a livello popolare, attorno a un documento scritto che fa da cardine esplorativo: l’opera “Il vero Lume tra le ombre” – più nota come “La Cantata dei pastori” – del drammaturgo gesuitico Andrea Perrucci, stampata nel 1698 e rappresentata in prima esecuzione in quello stesso anno».

In passato si è già occupato de “La cantata dei pastori”…

«Con la mia regia la “Cantata dei pastori” è andata in scena nel 1974 al Teatro San Ferdinando. Nel 1977 poi, la versione televisiva della” Cantata” fu la prima produzione a colori della Rai di Napoli, inoltre c’è un saggio edito da Einaudi nel 2000».

In tempo di pandemia come potrà essere vista “Trianon Opera tra pupi, sceneggiata e Belcanto” che tra i suoi interpreti ha Maria Grazia Schiavo, Michele Imparato, Pino Mauro, Oscar Di Maio, Antonio Buonomo…e altri ancora?

«Verrà trasmessa da Rai Cultura Rai 5 il 30 aprile alle 18, con la regia televisiva di Claudia De Toma».

Napoli che tempo sta attraversando?

«La guardo con un certo distacco… Da un lato mi dispiace assistere ad una situazione che immaginavo diversa, e dall’altro con l’amarezza di pensare: “Ma che abbiamo fatto? Che abbiamo concluso?” Sono state regalate cose che invece la città meritava. Come diceva Pasolini ho lavorato per una rivoluzione che non è mai venuta. E dobbiamo riconoscere che quelle profezie si sono avverate tutte… Avremmo voluto fondare una scuola ma non è stato possibile anche per intellettualoidi che poggiano la loro conoscenza su tutto quello che è sbagliato…».

E il Teatro San Carlo?

«Vivo il Teatro San Carlo con la dolenza di chi ha assistito anche ad una modifica radicale della sua acustica storica, considerata una delle più grandi e perfette del mondo del teatro. Non dico cosa hanno fatto in quel teatro, non lo so e non posso giudicare con l’orecchio del tecnico ma di colui il quale ha frequentato e praticato quel teatro per più di settanta anni! Ci sono stato fin da ragazzino prima con mia nonna e poi con mia madre. Faccio le mie considerazioni perché, nel corso di settanta anni, ho suonato al Teatro San Carlo, anche i valzer di Chopin, invitato da Bianca Gallizia per il saggio di fine anno con il passo d’addio dei suoi allievi: Sonia Lo Giudice, Lino Vacca, Tony Ferrante. Ho suonato ancora nell’orchestra per la “Salomè” di Strauss…Ricordo l’esecuzione meravigliosa del direttore Dimitri Mitropoulos del preludio della Kovancina di Mussorskj con un pianissimo in cui gli archi sembravano respirare nell’aria tanto era la sonorità! Non sono un tecnico nè mi appello ad apparecchi tecnici. Né voglio entrare in merito alle responsabilità ma vorrei una verifica e non sentire dire da direttori e soprintendenti che siamo i migliori del mondo!».

Suoi autori, musicisti, opere predilette?

«Tutto Mozart, poi Pergolesi e diciamo anche Turandot, e non per l’esotismo, che comunque mi attrae, ma per la capacità di Puccini , compositore che lucidamente guardava alla storia e non avrebbe voluto ripetersi facendo il verismo».

Tradizione o innovazione?

«Quando si è nella tradizione si è sempre innovativi. La tradizione non implica la ripetizione, il tradimento viene da trado e quindi impiegare la tradizione per inventare il linguaggio della contemporaneità».

Rimpianti o nostalgie di cose perdute?

«No, le cose perdute non si perdono mai del tutto. Possono essere sempre ritrovate, dipende da chi ne ha la competenza. Nulla si crea e nulla si distrugge, diceva il sapientissimo Jung… Quando ci si imbatte nei sogni di persone vissute mille anni prima, allora è come se ritornasse quel mondo. A me qualche volta è successo. In un certo senso basta predisporsi al sogno, che non viene da solo, devi aprirgli le porte».

Quali maestri hanno lasciato il segno?

«Tanti. Una quantità di persone quasi tutte morte. Una lunga lista di quanti mi hanno insegnato. Ho uno dei quegli elenchi che si usavano per le messe ai defunti».

Hai mai vissuto o provato la paura?

«No, mai. La forza me l’ha data l’onestà di quanto ho fatto. Non mi sono mai pentito».

Un desiderio ce l’ha?

«Mi piacerebbe avere la sicurezza che tutto quanto ho raccolto in una intera vita, testimonianza di una cultura, fosse salvato ma le istituzioni sono cieche, sorde e mute».