SAPRI. Cinque capi d’ accusa per Giuseppe Mazzini al processo storico che si è svolto il 27 agosto a Sapri (Salerno) nella Villa Comunale. Li ha formulati al termine di una requisitoria durata quasi un’ora, parlando a braccio come un vero pm,  la studiosa modenese Elena Bianchini Braglia (nella foto), animatrice del  “Centro Studi sul Risorgimento e gli Stati preunitari” ed esponente della nuova storiografia critica sull’unificazione italiana.
Il teorico del Risorgimento deve rispondere agli italiani - secondo Bianchini  Braglia - della tattica stragista adottata per i numerosi tentativi di  insurrezione  organizzati  (ai quali, però, non partecipava quasi mai); per aver sacrificato le vite di numerosi giovani, compresa quella dell’amico Jacopo Ruffini, affiliato alla “Giovine Italia”,  morto suicida in  carcere dopo il fallimento della spedizione in Savoia del 1833;  di appoggio allo straniero, per essersi legati a doppio filo agli inglesi ed ai loro interessi, dei disordini creati con la proclamazione della Repubblica romana (1849) e per il precedente assassinio attribuibile ad elementi mazziniani del ministro di Papa Pio IX, Pellegrino Rossi, che progettava per l’Italia una confederazione di Stati.
E l’ultima accusa al rivoluzionario genovese è tutta politica: quella di aver imposto all’ Italia lo Stato centralista giacobino, contro i progetti di uno Stato federato o confederale che avrebbe salvato le identità, e le tradizioni dei diversi popoli.
La difesa del fondatore della “Giovine Italia”, affidata al presidente dell’ Associazione Mazziniana Italiana, Michele Finelli, dottore di ricerca all’ Università di Pisa, e al prof. Alfonso Conte, docente all’Università di Salerno, che fungeva da presidente del Tribunale storico,ma si è dimostrato un acceso sostenitore di Mazzini, è stata centrata più su questioni di metodologia di ricerca - Banchini Braglia è una studiosa di estrazione non accademica - che di sostanza. Per il presidente dei mazziniani iitaliani “condannare Mazzini signfica condannare la nostra Storia, condannare noi stessi, per incolpare qualcun altro dell’ accaduto”. 
Ai voti finisce -  secondo quanto comunicato dagli organizzatori -  72 a 36 e Mazzini viene “assolto” dal Tribunale di Sapri, ma all’ applausometro  aveva vinto l’ arringa appassionata di Elena Bianchini Braglia. Nell’area recintata della Villa Comunale di Sapri per le norme Covid erano state ammesse solo una sessantina di persone, ma altre decine hanno seguito il “processo” dall’ esterno, senza poter votare.
Un attore legge un lungo proclama ideologico di Carlo Pisacane, un altro seguace di Mazzini, che proprio a Sapri sbarcò il 28 giugno 1857 con i “300 giovani e forti” della poesia di Luigi Mercantini (in realtà in buona parte delinquenti comuni liberati dal carcere di Ponza). E  Bianchini  Braglia può mettere a segno un altro colpo, ricordando che “prima dell’arrivo delle truppe borboniche, Pisacane e i suoi furono respinti dai cilentani, che non li volevano”. La gente se ne va con tanti dubbi su quei miti raccontati a scuola, ma anche con la voglia di saperne di più dopo quasi tre ore di una discussione vera, non di talk-show. Un successo per l’ ideatore del “processo storico” , l’avvocato Franco Maldonato  e per l’ amministrazione comunale, che ha organizzato l’ iniziativa. A giorni - annunciano - il  “processo a Mazzini “ sarà in streaming sul canale You Tube.