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Sotto gli occhi della Mamma

Sotto gli occhi della Mamma

Con “Le sette opere della Misericordia” di Caravaggio comincia il viaggio tra le opere d’arte dedicate a epidemie, malanni e solidarietà #iorestoacasa

Chissà com’era il tempo, quel 9 gennaio 1607. Chissà se per le strade fradice di pioggia qualche anima viva correva a ripararsi sotto un portone. O se, invece, il cielo blu ghiaccio scintillava sopra i Tribunali. Tiberio del Pezzo si sfilò lentamente il guanto di capretto, e con gesto cerimonioso porse all'artista la polizza di credito. Dietro i colletti inamidati e i baffi a punta, i deputati del Pio Monte della Misericordia assentirono soddisfatti. Caravaggio diede un'ultima occhiata al dipinto (nella foto) appena consegnato, accennò un inchino e uscì per andare ad incassare. Dal Banco di Pietà a San Biagio dei Librai lo spedirono a quello di Santa Maria del Popolo, in piazza San Gaetano. E finalmente il denaro scivolò nelle sue tasche logore: 370 ducati, a saldo dei 400 pattuiti. Cosa fece, dopo? Forse andò a giocarseli al caldo del Cerriglio, tra la melodia d'una chitarra e le risate delle puttane. Oppure, tutto intirizzito, si diresse da Battistello Caracciolo: un bicchiere di vino, due chiacchiere, l'odore pungente d’una tela fresca sul cavalletto, il chiasso dei bambini oltre la parete.

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L’inverno faceva sentire il suo morso, dopo un autunno uggioso e poco mite, in cui il maestro aveva dipinto senza posa, mettendo a dura prova la capacità di sopportazione dei suoi modelli. Il ragazzo bruno che svestiva i panni dell'angelo batteva i denti, costretto per ore a pancia in giù, il palmo appoggiato su un panchettino. La mano in scorcio, piatta, dopo un po’ iniziava a formicolare, rossa di sangue e di gelo. Carne viva e fragile, a legare cielo e terra. Un turbinio di bianchi, lassù. Braccia, panni, ali. Che pugnalano le grate della Vicaria, dove un vecchio si sporge per succhiare il seno di una bella popolana. Il latte gli scorre sulla barba ispida: dar da mangiare agli affamati... visitare i carcerati... Una femmina c’a zizza’ a fora dentro una chiesa? E che scandalo volete che faccia, in una città come Napoli, dove una mamma campa cento figli? Che scandalo volte che fosse, per uno che a Roma aveva elevato agli altari un omaccione coi piedi zozzi?

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«Lasciatelo fare - alla firma del contratto, nel novembre del maledetto 1606, il marchese Manso aveva rassicurato i confratelli perplessi - È il più grande artista del nostro tempo, egregius in Urbe pictor... I secoli futuri ci ricorderanno per quel quadro». «E per le nostre opere di misericordia corporale e spirituale», chiosò brontolando Cesare Sersale, rimuginando sulla cifra esorbitante che il Monte aveva sborsato per quell'assassino col pennello in mano, che solo pochi mesi prima aveva lasciato un morto a terra. Michelangelo da Caravaggio si era buttato nell’impresa con foga, e per tutto il tempo aveva tenuto lontani i curiosi: compariva ringhiando sull'uscio solo per ritirare del vino, un pezzo di pane, un po’ di formaggio. Stava ultimando pure la pala per il marchese di Polignano Nicolò Radulovich, non poteva perdere tempo a fare accademia. Al tramonto smetteva di lavorare e, insieme agli amici Finson e Vinck, s'immergeva nella capitale dei viceré, lurida e fiammante. Si avvicinava il Natale, le vie traboccavano di voci, profumi, colori fino a tarda ora. Zaffate di incensi dalle chiese, carretti carichi d'ogni verdura. Fu così che li incontrò, tutti: il giovane vestito elegante, con la piuma sul cappello; i miserabili buttati per terra a chiedere l'elemosina; Sansone che beve dalla mascella d’asino era un facchino del porto, grosso come un San Cristoforo; e l’oste che indica ai pellegrini la via del ricovero ogni sera gli serviva con un sorriso bonario un piatto d'arrosto, o di stufato. I suoi occhi frugavano nel buio, e ne cavavano un polsino prezioso, una nuvoletta di polvere, il luccichio d’una lama, una stampella abbandonata tra i piedi... Tutto faceva rumore in quella città, e sulla tavolozza quel brulichio s'impastava: implorazioni, richieste, cortesie, passi... Poi, una notte, era tardi, al bagliore d’una torcia due piedi, nudi e orizzontali, scomparvero lentamente dietro un muro. Tutto si fermò. E tacque. Nelle tenebre, echeggiava soltanto l’orazione dei morti. Requiem aeternam dona eis Domine... Caravaggio tornò nello studio, e al lume di una candela guardò il quadro non ancora finito. Avrebbe potuto raccogliere tutta quell'umanità dolente sotto l’ampio manto turchino d’una Vergine solitaria, come s’usava. Ma lui Madonne senza bambino non ne aveva mai viste: le sue, di Madonne, avevano sempre retto il peso del Dio fattosi uomo. Attese l’alba in questi pensieri. Ai primi rintocchi aprì la finestrella sul vicolo, aspirando il freddo resinoso di dicembre. Dalla casa di fronte, il bambino stretto al petto, s’era affacciata lei. Dietro un geranio ormai secco, tra le lenzuola del piano di sopra sbattute dall’aria, raccomandava qualcosa al marito, in una lingua di cui per la prima volta lui, il forestiero lombardo, colse la dolcezza. Sentì allora che la città stessa era mamma. La città nata da una Vergine: madre per il figlio che guarda giù in basso, l’angolo della boccuccia piegato al sorriso; madre per quel nodo di angeli venuti dalla strada con le ali ancora sporche; madre per tutta quella gente stracciata che, presa com’è dalla vita, quasi quasi manco s’accorge di lei che galleggia sulla sua testa, perché tanto sa che c’è, sempre. Maronna, mamma, mammà.

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