Nel settembre 1130 Ruggero II il Normanno riceveva ad Avellino l’investitura pontificia “regni Siciliae et Calabriae et Apuliae et universae terrae” ereditata dagli avi, diventando il primo sovrano di un Regno che, fino al 1860,  non avrebbe mai più modificato i suoi confini e avrebbe trasmesso ai successori i titoli di una sovranità legittima. Ruggero si vedeva riconosciuto il diritto alla consacrazione, l’unzione sacra che lo costituiva re, elevandolo a suprema autorità nel Regno. L’indipendenza di quella monarchia da qualunque altra autorità terrena (era questo il significato nel Medioevo del termine absolutus) trovò solenne riconoscimento nella cerimonia di incoronazione, che si svolse nella capitale del Regnum Siciliae la notte di Natale del 1130. Ruggero II ricevette nella Cattedrale di Palermo dal delegato papale l’unzione col sacro olio e dal principe di Capua la corona regia. Nel mosaico della chiesa della Martorana, a Palermo, Ruggero II è raffigurato mentre in abito imperiale bizantino riceve la corona regia direttamente da Cristo, il segno della qualità imperiale di una regalità che si pone come punto di equilibrio tra Oriente ed Occidente: il re di Sicilia si eguaglia all’imperatore nel rapporto diretto con Cristo. Dunque, è in nome del Signore, e non già del Papa, che Ruggero ed i suoi successori legittimi eserciteranno la potestà, divenuta suprema, nel Regno.  Da quel momento i sovrani del Regnum Siciliae non si considereranno vassalli del Papa, ma fedeli devoti di Cristo e della Chiesa. All’indipendenza ed ai valori cristiani sui quali la monarchia si fondava, i  Borbone, legittimi eredi del trono di Ruggero il Normanno, non avrebbero mai potuto rinunciare senza tradire l’essenza stessa dello Stato che rappresentavano: lo Stato cristiano era tale in virtù dell’indipendenza da qualunque altro potere terreno. La sovranità era stata concessa loro direttamente da Cristo, non per dominare,  ma per custodire i popoli. Per questo motivo il potere non fu mai inteso dai sovrani borbonici come dominium né le ricchezze considerate mezzi di arricchimento personale, ma strumenti attraverso i quali amministrare la “felicità dei popoli”. Ecco perchè Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie, rifiutò il compromesso di cedere il trono per non perdere le ricchezze. Quel trono non era suo, egli ne era semplice custode ed amministratore, secondo la volontà di Dio ed in virtù della legittima  traditio (trasmissione) dei titoli di sovranità.                  

*Università Federico II