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27 Marzo 2026 - 09:20
Il conflitto in Iran è ad una svolta: l’annuncio dell’eventuale apertura di trattative a Islamabad segue una fase di semisegreti contatti diplomatici e prospetta un impegno fino a pochi giorni fa impensabile perché ai massimi livelli, con il confronto fra il vicepresidente statunitense J. D. Vance da un lato e, dall’altro, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Leader Maga e poco incline a proiezioni internazionali dell’America, Medio Oriente in primis, il cattolico Vance, posto assieme ma dinanzi a Marco Rubio, segretario di Stato che ha pencolato talvolta verso gli evangelici (capaci di piegare alla preghiera Donald Trump alla Casa Bianca) e talaltra verso i Neocon(origini cubane, s’occuperà dell’isola ch’è sul lastrico senza più petrolio venezuelano, con eterne sanzioni Usae una dittatura sclerotizzata e ottusa). Ghalibaf, vecchia volpe del regime, già sindaco di Teheran, un corrotto affarista secondo le beninformate malelingue, ma soprattutto capo attuale dei Pasdaran. Pure lui nel mirino di Israele ma per il momento fatto escludere da Trump per carenza di interlocutori disponibili a negoziare.
Il capo della Casa Bianca avverte: per il regime iraniano “diventeremo il peggiore incubo se respingerà le nostre proposte”. Ma ha pure spiegato le conferme e le smentite provenienti da Teheran sottolineando, non a torto, che i “negoziatori iraniani hanno paura di essere uccisi” dai loro compagni più estremisti. In realtà c’è anche tatticanel comportamento del regime fondamentalista se si considerino tre aspetti: Mojtiba, figlio e successore di Alì Khamenei, ha condiviso, pianificato e realizzato il progetto di “guerra asimmetrica” (elaborato in seguito al bombardamento dei siti nucleari) che oggi l’Iran combatte con profitto tattico e strategico. E contemporaneamente ha organizzato una struttura del potere politico e militare a piani differenziati einterdipendenti, in modo da sopravvivere alle eliminazioni mirate e ai bombardamenti da parte dei nemici. Inoltre, la ‘ragion di Stato’ in lui convive con l’odio verso un nemico che combatte da sempre e che ha distrutto in un sol colpo l’intera sua famiglia.
A facilitare l’incontro non a caso il Pakistan, l’unico Paese a maggioranza musulmana da circa un trentennio potenza nucleare. Ottimi e radicati i suoi rapporti con gli Stati Uniti come dimostrò il ‘regalo’ di Bin Laden, ma senza l’ombra di basi Usa: in quell’area del pianeta bastano le altre, insieme con le portaerei. Buone lerelazioni sia con l’Iran (dei 260 milioni di abitanti un quinto gli sciiti, più di quanti ne conti l’Iraq dove sono maggioranza), sia con i Paesi arabi sunniti (un patto di mutua difesa con l’Arabia Saudita e ‘aperto’ alla Turchia).
Diplomazia che fa capolino. Sì, però… Sono in viaggio verso Hormuz altre navi, altri armamenti e soprattutto forze speciali Usa di terra. E’ l’alternativa al possibile fallimento dello sforzo diplomatico. L’obiettivo della Casa Bianca resta quello di costringere il regime di Teheran a un compromesso che gradualmente ne snaturi il carattere fondamentalista, ponendo in prospettivaaddirittura l’adesione agli Accordi di Abramo. Ma resta pure la consapevolezza della estrema difficoltà nelcominciare a smantellare il consenso di quella dozzina di milioni di iraniani che permettono di controllare ereprimere gli altri ottantatre milioni di concittadini. Sonolegati o collegati con quanti occupano le strutture religiose e politiche, l’apparato statale, l’economia, i ministeri, i Servizi segreti, le milizie (oltre trentamila i giovani massacrati durante le recenti manifestazioni di piazza!). Sono diffusi e presidiano l’architettura e le infrastrutture della corruzione, dei centri caritatevoli dove assistenza e carità costituiscono strumenti di potere, della burocrazia che concede o nega… e via elencando.
Fallisse la diplomazia, l’alternativa sarà affidarsi completamente alla guerra totale cui, per necessità o interesse, finirebbero per partecipare anche alleati arabi ed europei. Il capo della Casa Bianca ha ribaditosegnatamente che l’Iran non dovrà avere la possibilità di dotarsi dell’arma nucleare (scatenerebbe in M.O. una corsa all’atomica), né la capacità di impedire la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. E non dovrà costituire un pericolo per l’esistenza di Israele, néseminare occasioni di conflitto nella regione. Da Teheran controproposte a tono. Vedremo.
I media fanno quasi a gara nel titolare su Trump che non riesce a riemergere dal pantano nel quale è scivolato. Le suppletive in Florida e i sondaggi d’opinione lo confermerebbero. Tuttavia, ha fissato per metà maggio il prossimo incontro a Pechino con Xi Jinping: lo definisce un “evento epocale”. Chissà, per ora c’è l’intenzione. Una speranza. A conflitto con l’Iran concluso, in un modo o nell’altro, Trump vuol procedere sulla via del futuro equilibrio internazionale multipolare. La prima tappa, una intesa con la Cina e con la Russia. Ecco perché vuole voltar pagina sulle guerre in Iran (massima fornitrice di energia alla Cina e massima minaccia per Israele, il Medio Oriente, l’Europa) e in Ucraina (massimo ostacolo a un’intesa con Mosca). ‘Containment’ della Cina. Recupero della Russia, se non già per riunificare l’Occidente euroatlanticoall’Occidente euroasiatico, almeno per allentare i suoi rapporti con Pechino e porla nel ruolo di bilancia tra gli interessi cinesi ed americani. Lo conferma il mònito al regime di Kiev perché rinunci al Donbass, cioè a parte delle storiche regioni russofone, in cambio l’assicurazione della protezione Usa all’indipendenza e alla sicurezza dell’Ucraina. Volodymyr Zelenskyreagisce al ‘ricatto’ sperando nel solito e solidale copione di Bruxelles. L’Ue ancora ostinatamente sorda e cieca, lascia cadere nel vuoto l’invito del presidente americano a rifornirsi d’energia russa per superare la crisi di Hormuz. Il governo laburista di Londra risponde minacciando le petroliere-ombra russe. Se Trump in vista delle elezioni di metà aprile in Ungheria si schiera con Viktor Orbàn, Bruxelles fa il tifo per il suo ex compagno di partito Péter Magyar, il quale dopo aver abbandonato il Fidesz, è divenuto il più forte rivale,puntando sulla naturale stanchezza dell’elettorato verso un premier che occupa il palcoscenico politico nazionale da oltre un quarto di secolo, troppo tempo senza un erede. Ma la differenza tra i rispettivi programmi è soprattutto sull’Ucraina e non, tanto per fare un esempio, sull’immigrazione. Orbàn è fortemente critico nei confronti del regime corrotto di Kiev che ostacola le forniture di gas e petrolio russi all’Ungheria e impedisce una composizione del conflitto originato dall’allargamento della Nato e dal golpe a cavallo del 2014 sostenuto da Barak Obama contro il presidente Viktor Yanukovich. Passa sotto silenzio l’avvertimento del primo ministro belga Bart De Wever: “Dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia e riacquistare l'accesso all'energia a basso costo. È una questione di buon senso. In privato, i leader europei sono d'accordo con me, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Dobbiamo porre fine al conflitto nell’interesse dell'Europa, senza però essere ingenui nei confronti di Putin”.
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