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l'opinione
17 Marzo 2026 - 08:47
I dati maturati sono una cosa, le stime un’altra. È un fatto che la produzione industriale italiana a gennaio abbia perso un altro 0,6% sia rispetto al mese precedente che su base tendenziale annua. E, se è vero che la produzione industriale europea è calata dell’1,6%, non si può trascurare il fatto che l’impresa manifatturiera nazionale è in flessione da più di due anni. Il problema, dunque, è di competitività del sistema e va oltre il riferimento congiunturale.
I beni di consumo fanno registrare un decremento annuale di ben 4 punti, con picchi di 7 punti per settori come il chimico. L’automotive è uno dei pochissimi comparti in crescita, ma una parziale inversione di tendenza era quasi inevitabile dopo la disastrosa annata precedente.
Ad aggravare la situazione, ovviamente, c’è il panorama internazionale, con il conflitto Usa Iran che tende ad allargarsi. Qui entriamo nel campo sdrucciolevole delle previsioni. Il Cerved stima che una permanenza prolungata del prezzo del greggio al di sopra dei livelli 2025 si tradurrebbe in un mix tormentato, composto da stagnazione dei consumi, inflazione per il caro energia e caduta dell’export di quasi un punto percentuale.
Ma siamo a ipotesi fondate su uno scenario che cambia continuamente e che quindi, al di là delle tragedie umane, sul piano economico e finanziario può peggiorare o mitigare certe criticità.
Di sicuro c’è che la escalation bellica danneggia gli interessi dell’Europa, che sulla pace ha costruito una crescita pluridecennale. L’Italia, come gli altri partner a Bruxelles, ha interesse a che il conflitto si stemperi e i guerreggianti, tornando al tavolo delle trattative, trovino le ragioni di un accordo.
A pagare di più per il nostro Paese è ancora una volta il Mezzogiorno, che di tutto ha bisogno, tranne che di blocchi navali come quelli attuati nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, con conseguente ridimensionamento del traffico nel Mediterraneo e nei principali porti del Sud, da Taranto a Napoli, da Gioia Tauro ad Augusta. Nel Mezzogiorno, per di più, la base produttiva industriale è composta in prevalenza da settori, come l’agroalimentare, più sensibili ai rincari energetici e dunque più vulnerabili rispetto a un aumento esponenziale delle tariffe, con il petrolio sopra i 100 dollari.
In questa condizione, i margini di intervento per governo nazionale e Unione europea sono modesti. L’unica carta da giocare è, in prospettiva, quella di costruire le premesse per una maggiore autonomia militare ed energetica, fondamentale per contare di più nella geopolitica mondiale.
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