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02 Agosto 2022 - 11:15
La libertà è un tema sempre attuale. È importante, infatti, riflettere su questa parola, di derivazione latina, la libertas degli antichi romani, che rappresenta quella condizione per cui ogni uomo può pensare, può agire, può esprimersi ed autodeterminarsi in maniera completamente autonoma. Ha un valore fondamentale anche nel mondo del diritto, tanto è vero che essa rappresenta uno principi più importanti delle costituzioni liberali ottocentesche, e che ritroviamo anche alla base dello Statuto albertino, oltre che delle costituzioni contemporanee. “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”, scriveva Dante nel Purgatorio. Ma questo valore può essere considerato universale e assoluto oppure incontra dei limiti? A questa domanda si può rispondere attraverso la lettura di una nota novella di Giovanni Verga che si intitola proprio Libertà, pubblicata nel 1882, ed inserita nella raccolta Novelle rusticane. Questa novella prende spunto da un fatto storico, ossia dalla ribellione dei contadini del paese di Bronte in Sicilia avvenuta durante l’estate del 1860 e repressa tragicamente dalle truppe inviate da Garibaldi e guidate da Nino Bixio. La novella, quindi, tratta di un tema squisitamente politico, alla cui base vi sono, ovviamente, problematiche legate alla questione meridionale.
Venuti meno gli ideali risorgimentali, per i contadini di Bronte - ma come per tutti i meridionali - l’annessione al Regno d’Italia si palesava come un cambiamento fittizio che aveva cagionato nuove vessazioni e nuova povertà, senza risolvere alcun problema per le classi contadine. Verga descrive con estrema crudezza la rabbia dei contadini esplosa in tutta la sua selvaggia irrazionalità e violenza. Racconta, infatti, i massacri di cui si macchiano costoro in rivolta con un giudizio di chiara condanna, disapprovando il loro comportamento che aveva messo in discussione l’ordine costituito. Per Verga, infatti, i contadini erano stati attratti ingenuamente dalla libertà e, con una sottile ironia, questi ultimi sono descritti come degli incapaci nel battersi per un vero programma di rinnovamento.
L’Autore, infatti, riflette su come le idee rivoluzionarie siano considerate un diabolico inganno, capace, addirittura, di trasformare pacifici contadini in bestie sanguinarie. Terminata la rivolta e placato l’odio che nutrivano da tempo, i contadini, infine, permisero ai garibaldini di farsi arrestare e fucilare, vedendo svanire definitivamente il loro sogno di “libertà”. Ma Verga non condanna solo il comportamento dei popolani, ma anche della classe dirigente, ritenuta incapace e corrotta, che, a causa del suo malgoverno, aveva portato le masse contadine all’esasperazione.
L’Autore descrive il fatto storico dedicando una prima parte alla descrizione delle violenze commesse dai contadini nel giorno della rivolta, in cui, quasi dimenticate le ragioni della ribellione, cercano il sangue per il sangue, per provare semplicemente l’ebbrezza di uccidere. In questo contesto la parola “libertà” è pronunciata dai contadini ed assume il significato di liberazione dalla falsa giustizia borghese. Segue una seconda parte, centrata sullo sbandamento verificatosi tra i contadini durante la domenica seguente, in cui la paura e la diffidenza reciproca prendono il sopravvento e cominciano ad emergere le prime difficoltà del vivere senza “galantuomini”. In questa seconda fase, la parola “libertà” è sempre pronunciata dai contadini ed assume il valore di liberazione dal bisogno ed equa distribuzione della ricchezza. Nella terza parte, infine, Verga descrive le vicende connesse alla repressione, dal lunedì successivo alla conclusione del processo, avutasi dopo tre anni. In questa terza e ultima fase la parola “libertà” è pronunciata dai borghesi membri della giuria popolare ed assume il valore di sovvertimento dell’ordine costituito e delle leggi. Infatti, l’arrivo dei garibaldini prima e dei giudici poi, sancisce il ritorno all’ordine costituito. Tutto ben presto torna alla normalità: tutto è stato inutile, tutto è presto dimenticato e i figli dei signori riprendono le loro piccole e grandi prepotenze. Il processo, lungo e farraginoso, risulta alla fine un’inutile appendice del fatto. Al momento della sentenza i “galantuomini”, un po' annoiati, si compiacciono per il pericolo sventato; gli imputati, condannati a rimanere in prigione, continuano ad invocare quella libertà in nome della quale si erano ribellati. “Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà! ...”. Le parole del carbonaio, poste a chiusura della novella, rappresentano l’incapacità dei contadini di capire la portata degli avvenimenti di cui sono stati protagonisti. È evidente, dunque, che Verga non solo non riconosce a questi ultimi le capacità per poter modificare il corso delle cose, ma li ritiene anche facilmente strumentalizzabili con parole d’ordine ed ideologie estranee alla loro più autentica cultura. Infatti, la novella si chiude con questa immagine del carbonaio che paga per aver recepito a modo proprio un ideale borghese, la libertà, ed aver tentato di realizzarlo a modo proprio.
In definitiva, Giovanni Verga dimostra di essere portatore di una ideologia sostanzialmente borghese e conservatrice in quanto, ritenendo le masse contadine meridionali incapaci di organizzarsi e di realizzare una società più giusta, vede nel socialismo e nel ricorso alla lotta di classe un germe capace di intaccare la naturale bontà degli umili. La vera libertà è data solamente dalla conoscenza, che è un prodotto della curiositas, come dicevano grandi autori latini quali Cicerone e Seneca. Chi è senza cultura è destinato ad essere schiavo. Lo stesso Indro Montanello, un secolo dopo Verga, ha sostenuto che “la servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi”. Ed è proprio così: solo la cultura rende davvero liberi.
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