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l'opinione
16 Dicembre 2025 - 09:38
Maurizio Landini
Il Segretario generale della Cgil continua a proclamare scioperi generali contro il Governo, spesso sostenendo tesi smentite da fonti autorevolissime. È il caso della presunta penalizzazione dei lavoratori dipendenti per effetto del fiscal drag, quel meccanismo per cui l’inflazione fa sì che il prelievo fiscale aumenti, pur in assenza di un incremento del reddito reale. Sia la Banca d’Italia che la Banca centrale europea lo hanno sconfessato, evidenziando come il taglio delle aliquote Irpef e la decontribuzione abbiano più che compensato quanto perduto in termini di potere d’acquisto a causa del caro prezzi, ma Maurizio Landini non se ne è dato per inteso e ha proseguito sulla sua strada, contestando i numeri, senza essere in grado ovviamente di confutare i più qualificati centri studi d’Italia e d’Europa.
La questione dei bassi salari italiani non è peraltro una invenzione di Landini. In Italia da decenni l’andamento delle retribuzioni si discosta in peggio da quello degli altri partner continentali, ed è un tema che va affrontato con politiche adeguate. Ma partendo dalla realtà e non vivendo nel mondo dei sogni. In tal senso, i dati dell’Istat sulla produttività del lavoro nazionale sono illuminanti. Nel 2024 è calata dell’1,9%, nel 2023 la diminuzione è stata ancora più marcata: 2,7%. E il fenomeno, purtroppo, costituisce una delle criticità nazionali. Se si guarda a un periodo molto più ampio, 1995-2024, si riscontra infatti come in Italia vi sia stato un incremento medio annuo dello 0,3%, contro lo 0,5% della Spagna, l’1% della Francia, l’1,2% della Germania. Se ci si limita al decennio 2014-2024, l’aumento italiano resta mediamente dello 0,3%, con la sola differenza che la Francia ha fatto peggio di noi (+0,1%).
I dati sulla produttività del lavoro, prima cresciuta poco e nell’ultimo biennio in forte calo, non significano naturalmente che gli addetti delle varie attività produttive della Penisola battano la fiacca. È originata da un modello di sviluppo che sembra privilegiare settori a minore valore aggiunto, mentre va in crisi l’industria manifatturiera, più innovativa e caratterizzata da salari mediamente più elevati. Non a caso, da circa due anni la produzione industriale italiana è in calo.
È quindi fondamentale che si ponga in atto una politica industriale che, puntando decisamente su ricerca e tecnologia, faccia recuperare posizioni al nostro sistema produttivo nei settori più avanzati. Con benefici, diretti e indiretti, anche per i redditi e le dinamiche della domanda interna.
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