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L’anno che ci lascia disegna una Napoli nuova

San Gregorio Armeno si è trasformata in un supermarket della meraviglia

L’anno che ci lascia disegna una Napoli nuova

La geometria delle feste natalizie cambia, muta, si evolve. Dagli anni duemila in poi la mutazione è stata quasi genetica. Un mix di suggestioni, emozioni, evoluzioni che hanno attraversato Napoli consolidando la sua unicità e rendendola oggi l’oscuro oggetto del desiderio per milioni di turisti. Sotto i nostri occhi una nuova pianta topografica sociale, culturale e gastronomica che esalta la fantasia e la creatività, individuando ulteriori, nuovi obbiettivi strategici.

Proviamo a leggere il presente in controluce. Il presepe, ad esempio, sembra appartenere, ormai, all’ aristocrazia dello spirito. Chi lo comprende, chi si lascia avvincere dal suo sfolgorante fascino, si siede vicino ad Eduardo, a Roberto De Simone, a Trilussa, fino a Carlo III di Borbone. La sua scenografia disegna, ormai, l’espressione identitaria di un popolo, una narrazione problematica che unisce fede, arte barocca e artigianato prezioso. Non era così nel Novecento. Soprattutto nel secondo dopoguerra, nelle case napoletane i pastori conquistavano sicuramente la scena, ognuno sviluppava il presepe secondo le sue possibilità, iniziava solo ad intravedersi la concorrenza modernista dell’Albero ma erano celebrazioni intime, senza enfasi, senza riti collettivi, semplicemente per identificare la Nascita e la Speranza. Oggi, San Gregorio Armeno, di fronte ad una richiesta esponenziale, si è trasformata in un supermarket della meraviglia dove accanto ai Re Magi  regnano stabilmente Maradona,  Antonio Conte e i piccoli eroi della cronaca quotidiana.

Ma anche la gastronomia si è evoluta profondamente. Ricordo distintamente che, negli anni ottanta, c’erano solo un paio di ristoranti che proponevano le antiche ricette napoletane. Oggi è un fiorire di riscoperte, di rivisitazioni, di vecchi libri di cucina sottratti allo scaffale dove ognuno muta leggermente il suo spartito per personalizzare ulteriormente quel piatto. Così come la pizza, cibo tradizionalmente povero, ha scalato qualsiasi gerarchia, trasformandosi, ormai, in cibo da gourmet da esportare in tutto il mondo. Così come la pasticceria con la recente esplosione dei sapori e della creatività, con dolci straordinari, panettoni e pandori esaltati da nuovi ripieni e guarnizioni.

Ma c’è, soprattutto, uno spirito nuovo che accompagna la nostra città, la consapevolezza di come oggi, anche guardandosi indietro, si possa costruire unfuturo fatto di nuovi linguaggi emotivi.

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