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lettera al direttore
08 Gennaio 2026 - 09:28
Gentile Direttore, il nuovo anno è giunto con il fragore di due accadimenti tragici, che hanno segnato, anche se in modo diverso, la sensibilità di ognuno di noi. Sto parlando, com’è facile desumere, della tragedia di Crans-Montana, una delle località svizzere più gettonate delle Alpi, dove un incendio devastante ha troncato la vita a 40 giovanissimi ragazzi di nemmeno 18 anni, con 116 feriti, più o meno gravi, sempre tra ragazzi per lo più di 15 e 16 anni. In incidenti di tal genere, la parola “feriti” testimonia solo la presenza in vita di molti ustionati ma, purtroppo, non ci si deve illudere che qualche ragazzo più colpito ce la faccia. Una tragedia quasi “annunciata”, come sembrerebbe dalle immagini registrate dagli stessi ragazzi con i telefonini e testimoniata da esperti accorsi sul luogo o intervistati dalle innumerevoli televisioni, che hanno ripreso le immagini successivamente.
Lo stesso nostro ambasciatore ha parlato con molta chiarezza di colpevole omissione delle regole più elementari di sicurezza, omissioni non solo dei proprietari del locale ma anche delle autorità preposte al controllo ispettivo della struttura. Non mi dilungo più di tanto sugli aspetti tecnici e di salvaguardia da osservare per un locale dove sono assiepati circa 300 ragazzi e ragazze, né viene voglia di fare disquisizioni sull’opportunità di lasciare i propri figli quindicenni in una discoteca, dove si sa che la “bagarre” la fa da padrona, così come il consumo di alcool o altre diavolerie più rischiose e pesanti. Il rispettoso silenzio commosso verso le giovani vittime e i loro parenti, dai genitori ai fratelli e alle sorelle, dovrebbe caratterizzare questi momenti, specie alla luce di quanti ancora sono tra la vita e la morte negli ospedali, a lottare per una “guarigione” che non risanerà completamente né il corpo né la mente di chi ha vissuto quei momenti terribili.
“Il silenzio è la parola più cara alla sofferenza”, dice un antico detto, che molti fanno risalire addirittura a Seneca: esso crea uno spazio di profondità e riflessione in cui l’anima può esprimersi liberamente. Assistiamo, invece, oggi all’assalto dei mass-media ai parenti, genitori soprattutto, che chiedono finanche “come ci si senta” dopo aver partecipato alla più devastante forma di dolore: quella del riconoscimento del proprio figlio, con membra e volto sfigurati da un incendio le cui fiamme superavano i 500 gradi. Le valutazioni sulla società del permissivismo, che abbiamo alimentato nel secolo passato e di cui ora vediamo tante conseguenze nefaste, compresa quella del bullismo e dell’edonismo esibito e trasmesso attraverso i social come una forma di supremazia o addirittura di coraggio, approfondiamole successivamente, dopo che la mente si sarà in parte liberata dall’orrore di questa tragedia.
Certo, faccio un certo sforzo nel rimandare ad altro tempo le osservazioni che il mio compianto papà, fine letterato e filosofo, faceva a proposito del lassismo nell’educazione dei propri figli e del futuro della nostra Società Occidentale, oggi tanto criticata da altre culture oscurantiste. Nel suo libro “La vita davanti a voi: lettera ai giovani”, egli avvertiva già l’incomunicabilità che il Novecento stava consegnando ai giovani. Nulla delle durissime prove dei padri, sofferte nei tragici appuntamenti con dittature, guerre civili e conflitti mondiali, sembra infatti essere passato nel patrimonio morale delle generazioni successive. Anche questa tragedia dovrà offrire spunti di riflessione sul concetto di libertà, che non può trasformarsi in liberismo sfrenato.
Il professor Francesco Paolo Casavola, recentemente scomparso, grande giurista e umanista, amico di mio padre e mio Maestro, nella prefazione al libro del mio genitore scriveva: “Il domani del mondo deriva da una civiltà antica e tuttavia nuova, perché corrisponde alla originaria, e mai compiutamente realizzata, vocazione dell’uomo: la civiltà della libertà ma anche della ragione”. Si rifletta, dunque, sul concetto di libertà, che non può prescindere dalla ragione, né concedere libertà assoluta anche a chi non ha ancora la maturità di comprenderne il significato. E vengo al secondo argomento, esploso sempre a cavallo del vecchio e del nuovo anno: l’invasione del Venezuela da parte del Presidente Trump per catturare il dittatore Maduro e sua moglie.
Le ragioni addotte per l’operazione speciale, come ha fatto Putin quando ha invaso l’Ucraina, sono difficilmente condivisibili dal punto di vista delle leggi internazionali ma, volendo operare un paragone tra quanto compiuto da Putin e quanto da Trump, le due vicende hanno pochi punti in comune. Con Putin si è trattato dell’invasione di un’intera Nazione; con Trump di un arresto, seppur irrituale, di un dittatore sanguinario in territorio straniero. Mi viene a mente l’arresto avvenuto a Buenos Aires, l’11 maggio 1960, del criminale nazista Eichmann, prelevato da agenti israeliani del Mossad. Come scrisse nel suo magistrale libro la giornalista inviata del “The New Yorker” per assistere al processo a Gerusalemme su Eichmann, il processo e la sentenza si basarono soprattutto sul presupposto che il condannato aveva commesso crimini razziali sulla base della negazione del diritto di qualunque essere umano ad esistere ed essere diverso dall’altro.
Per un dittatore come Maduro, che ha contestato l’opposizione al suo regime con migliaia di arresti, uccisioni, torture e violenze, come certificato dalle maggiori Organizzazioni Mondiali per la tutela dei diritti umani, fino a sfociare nell’accusa più grave, certificata da una Commissione dell’Onu del 2020, di crimini contro l’umanità, si sono già scomodati i nostri soliti professionisti delle piazze, che hanno prontamente sostituito le bandiere “pro Pal” con quelle venezuelane per protestare contro gli Stati Uniti e, naturalmente, contro il Governo Meloni, che non ci azzecca niente con la vicenda ma fa sempre effetto nominarla!
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