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LA RIFLESSIONE
09 Gennaio 2026 - 09:20
È paradossale che, in Italia, come di sovente avviene nei Paesi che pretendono essere depositari di un modello di governo liberaldemocratico, si assiste, con sempre maggiore frequenza, all’invocazione di emergenze per giustificare un’interruzione, a tempo più o meno determinato, dell’ordinaria dialettica politica e degli ordinari processi di produzione legislativa in favore di soluzioni commissariali: le decisioni vengono così sottratte al reale confronto delle rappresentanze che si raccolgono nelle assemblee elettive cui è costituzionalmente affidata l’emanazione della legge.
La decisione assunta sull’onda emergenziale viene affidata ad un commissariamento tecnico, ad organismi nazionali o sovranazionali, indicati come depositari delle uniche politiche autorizzate sul tema. L’invocazione delle emergenze, a prescindere dalle questione agitate, rappresenta già di per sé una clamorosa contraddizione con lo spirito e la storia del costituzionalismo, secondo cui non esistono motivazioni valide per decretare eccezioni alle limitazioni di potere ed ai meccanismi costituzionali di produzione legislativa.
Attualmente sono numerose le emergenze, affermate per tali in forum come Davos o Cernobbio, dove periodicamente si riuniscono politici, economisti, industriali e operatori della finanza per stabilire, e sottrarre al reale confronto democratico, le decisioni che vengono trasferite, senza possibili reali alternative, alle assemblee elettive a cui non resta che ratificare i processi di transizione digitale, energetica, industriale, alimentare etc. altrove affermati come inevitabili.
Vi è un’emergenza reale, atavica che invece non viene nemmeno riconosciuta per tale. E che alle anime belle che si riuniscono a Davos o a Cernobbio non interessa affatto. Assai eloquente, oltre che significativo, il titolo “L’emergenza negata” che Gianni Alemanno - ex sindaco di Roma ed ex ministro della Repubblica - e Fabio Falbo, attualmente entrambi reclusi nel carcere di Rebibbia, hanno dato al libro denunzia dai medesimi recentemente pubblicato.
Il sottotitolo dato al testo è ancora più emblematico: “Il collasso delle carceri italiane”, un sistema che, ancora nel 2025, fa registrare il drammatico record di 80 suicidi tra i reclusi, nella ancora più tragica e diffusa indifferenza del ceto politico e della pubblica opinione.
La condizione in cui versa l’universo penitenziario italiano è il frutto di una stratificazione di questioni, come si tende bene ad evidenziare nel testo denunzia, come la diffusione delle droghe e l’immigrazione di massa che hanno sovrapposto problemi nuovi a problemi preesistenti.
Lo studio dei dati, pubblicati sul sito del ministero, offre infatti spunti densi di significato per decifrare le reali dinamiche sottese al fenomeno del sovraffollamento carcerario. Non può essere trascurato che a comporre la popolazione carceraria, concorrono oltre che 20.000 stranieri (di cui ben due terzi in espiazione pena), 15.000 persone con dipendenze da alcol o stupefacenti, in aggiunta a 15.000 persone in attesa di giudizio.
Sono questi elementi che tendono ad evidenziare tutte le inadeguatezze delle politiche degli ultimi decenni, dalla gestione dell’immigrazione alla disinvolta se non inesistente prevenzione delle dipendenze, fino all’eccessivo ricorso alla custodia cautelare come improprio strumento di politica securitaria. Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti di pena italiani erano 63.868, a fronte dei poco più di 51.000 posti disponibili.
La linea scelta dal governo, escludendo aprioristicamente ogni possibile ricorso a provvedimenti di clemenza, è stata anche stavolta la scorciatoia del commissariamento, con la nomina di un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, dotato di poteri speciali per realizzare oltre 4.600 posti detentivi entro il 2027.
Tuttavia è lo stesso documento commissariale che, con un tasso di sovraffollamento del 120%, ammette una carenza complessiva che difficilmente potrà essere risanata dalle misure di edilizia penitenziaria, stabilite e finanziate con circa 300 milioni di euro.
L’analisi tecnica rivela che i calcoli governativi fondano sulla capienza regolamentare teorica: vero è che i 51.300 posti disponibili compaiono nelle statistiche ministeriali.
Nella stessa relazione commissariale, invece, viene riconosciuto che la capacità realmente disponibile è ben inferiore, attestandosi a 46.826 unità. Il sovraffollamento in esubero pertanto va oltre i 15.000 posti, e non i diecimila programmati, sicché i 4.600 posti previsti dai programmi edilizia penitenziaria, allorquando realizzati, non riusciranno in alcun modo a contenere la polveriera carceraria, sempre più prossima al punto di implosione non contenibile.
Con il rischio concreto che l’italia sia esposta di nuovo a al giudizio di infrazione degli organaismi sovranazionali, come già accaduto nel 2012 con la sentenza Torregiani.
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