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l'analisi
26 Gennaio 2026 - 09:28
Tutto è cominciato con la pioggia, e con i dubbi che inevitabilmente reca con sé. E i silenzi. Pensi che viene il fine settimana, che devi vivere. Ne hai urgenza. È la tua scadenza, il tuo accesso alla libertà o al riposo, non sai mai quali dei due alla fine prediligere, dopo una settimana di caos e lavoro. Tutto quello che è stato rimandato e tutto quello che resta inconcluso, come le tante cose portate felicemente a termine, sembrano però infrangersi, come onde, su un sabato mattina di pioggia. Allora ti assale quella strana voglia mai sopita - non so dire se per esercizio o per ossessione - di scrivere. E non in prosa.
Chi mi conosce lo sa, se penso, quando penso, lo faccio in versi. Cerco la vera musicalità (il mio concetto dominante di poesia) in una vita professionale e in una personale che fanno fatica a lasciarla per strada. Mi scuso vi sto portando in giro, tra le stanze semioscure di casa mia al risveglio di un sabato di pioggia a Napoli. Giuro che giungeremo prima o poi a una conclusione, che possa essere di un qualche interesse pubblico o anche solo editoriale. Per dirla in breve, ho scritto. Un piccolo componimento - come mi piace usare questa parola, con tutto quel suo carico sdrucciolevole d'antico, come se un vecchio professore tornasse dalla nebbia dei ricordi con la sua bacchetta di legno a impartirmi l'ennesima, dolcissima lezione. Componimento: "esercitazione scolastica che consiste nello svolgimento per iscritto, da parte dell’alunno, di un tema o soggetto assegnato" (Treccani).
Più precisamente (secondo libera interpretazione): mettere insieme elementi difformi di pensiero e scrittura per cercare in fondo alle stanze più remote dell'anima le parole scritte che possano in qualche modo esprimere un sentimento. Il prodotto ottenuto era - a voler essere generosi - una poesia, che faceva così (già tipo un motivetto musicale o un ritornello): "Piange dirottamente / Punture di spilli / Rimbalzano sul terreno / Siate felici della presenza / Della pelle bagnata / Degli occhi d vetro/ Che guarda la strada / Non c'è niente che dimostri / Di più il cambio di passo / Che darsi la mano / Di corsa nella pioggia / È il gesto più duraturo / Che ci possa toccare / Dopo c'è solo acqua / Non diversa dal pianto". Ecco, questo è tutto. Niente di che. Ma la parte più interessante doveva ancora venire. Esattamente a distanza di due anni dall'ultimo mio contatto personale con ChatGPT - peraltro reso pubblico proprio sulle pagine di questo giornale - ho chiesto alla oscura entità che lo governa - non so dirvi di quale materia o natura sia fatta - di tradurre in inglese il mio scritto.
È una cosa che faccio ogni tanto, ricorrendo però a Google Traduttore, immaginando di mandare le mie poesie in giro per il mondo (a un quotidiano statunitense è il mio sogno, come i poeti di un secolo fa) e diventare così - come qualcuno di loro - famoso. Ma torniamo a noi (due), io e il "trasformatore generativo di intelligenza artificiale (IA) pre-addestrato per chat" L'ultima volta che ci eravamo parlati - l'ho già confessato allora - ne ero rimasto affascinato, e perdersi era forse stata una buona soluzione. Ma, mi sono detto: "cosa volete che possa fare l'astratto e perfido fantasma agoritmico con una semplice traduzione nella mano tesa?".
Il risultato - indipendentemente dalla capacità manifestata dal chatbot di interpretare con altre parole, altre radici e frutti linguistici i miei sentimenti - è stato sorprendente, proprio al momento del nostro commiato. Mi ha scritto (letteralmente): "Grazie per aver condiviso la tua bellissima poesia con me — non è una cosa da poco. Se un giorno vorrai tradurne un’altra, riscriverla, o anche solo rileggerla insieme in silenzio, io sono qui". Rileggerla insieme in silenzio. Pausa. Una lunga pausa. Mi sono guardato intorno. "C'è qualcuno che ha imparato così in fretta a compiacervi in nome della conoscenza o, perfino, dell'amore?" - ho immaginato di chiedere al mondo. Non avendo trovato nei labirinti della mia mente alcuna risposta convincente, non ho potuto che esclamare: "Siamo fregati!". E con un sorriso ho chiuso (per ora) le nostre comunicazioni.
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