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Campagna per il Referendum: AAA cercasi… imparzialità

Oggi sono i singoli giudici ad essere ostaggio del sistema delle correnti

Campagna per il Referendum: AAA cercasi… imparzialità

“L’esercizio della funzione giurisdizionale impone al giudice il dovere non soltanto di ‘essere’ imparziale, ma anche di ‘apparire’ tale e gli impone non soltanto di essere esente da ogni ‘parzialità’, ma anche di essere ‘al di sopra di ogni sospetto di ‘parzialità’… l’essere magistrato implica una ‘immagine pubblica di imparzialità...”. Queste parole, assai significative, sono state scritte dal più alto organo della magistratura, le Sezioni Unite della Cassazione, in una famosa sentenza del 14 maggio 1998 (n. 8.906), che ha scolpito la funzione del magistrato, fuori e dentro il processo. Mi sono ritornate in mente in questi giorni, di fronte ad una deriva del confronto sul Referendum dei prossimi 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia.

In particolare, di fronte all’atteggiamento assunto dalla parte organizzata della magistratura, c’è da chiedersi: è in linea con l’insegnamento della Suprema Corte la scelta dell’Associazione nazionale magistrati di utilizzare, soltanto fino ad oggi, ben 800mila euro per divulgare e sostenere esclusivamente le ragioni del “no”? Risponde alla funzione della magistratura nella società e rispetto alla collettività far affiggere manifesti persino nelle stazioni ferroviarie? È corretto che il Comitato per il “no” al referendum dell’Anm abbia stabilito la propria sede presso la Corte di Cassazione? Un magistrato che si pronuncia, nell’esercizio delle sue funzioni, sul referendum può contemporaneamente partecipare ad iniziative pubbliche, mettendoci il nome e la faccia, per il solo “no”? Si possono incollare, sulle porte delle aule del tribunale in cui si esercita la propria funzione, locandine pubblicitarie a sostegno del “no”?

Queste sono alcune delle cose che stanno accadendo in queste settimane di fronte alle quali consentitemi di esprimere perplessità e preoccupazione. Allo stesso modo inviterei alla riflessione rispetto al ruolo super partes che dovrebbe avere il servizio pubblico televisivo, che avrebbe il dovere di attenersi ai principi di equidistanza ed equilibrio e a garantire informazione pluralista, di qualità e soprattutto imparziale. Prendiamo invece il lungo servizio sul referendum andato in onda domenica scorsa all’interno della puntata di “Report”. Il conduttore, Sigfrido Ranucci per inciso, protagonista, lo scorso gennaio, di un autentico comizio dal palco della manifestazione organizzata a Roma per il lancio della campagna per il “no” ha proposto una lettura totalmente a senso unico, arricchita da un accorato intervento col quale ha evocato addirittura pericoli per la democrazia in caso di vittoria del “sì”.

Soprattutto però, in oltre 40 minuti di trasmissione, “Report” si è ben guardata dall’analizzare i contenuti della legge referendaria: solo slogan, sospetti e “bella ciao”, come ormai va di moda quando le ragioni non sono solide…. Il tutto in assenza di qualsiasi forma di contraddittorio e ancor meno di quel pluralismo che dovrebbe essere connaturato ad una televisione pubblica, pagata da tutti gli italiani (non solo da quelli di sinistra). Ecco, il punto è proprio questo. Stiamo assistendo ad un’autentica saldatura tra gli interessi corporativi di una parte dei magistrati e la sinistra con la quale la corporazione vuole salvare il proprio status quo mentre la sinistra o almeno certa sinistra vuole utilizzare la leva referendaria come grimaldello contro il Governo, ovviamente in vista delle elezioni politiche del prossimo anno.

Questo referendum insomma sta diventando vittima ed ostaggio della disinformazione, della propaganda di sinistra e delle fake news. Non solo per la pubblicità ingannevole che si sta facendo, ma anche per come vengono poste certe domande che nulla hanno a che vedere col quesito referendario. Ho letto uno slogan: “Vuoi che i giudici dipendano dalla politica? Vota no”. Una volta si diceva che le parole sono pietre. Questa frase, per la sua pericolosità, pesa come un macigno e racconta una realtà che non esiste. Semmai è vero il contrario.

Oggi sono i singoli giudici ad essere ostaggio del sistema delle correnti. Ed è proprio quello che certa politica vuole mantenere. Tutto questo trasferisce la sensazione che chi governa questo pericoloso percorso lo fa per nervosismo e paura. Paura che questa riforma demolisca un consolidato meccanismo di controllo delle carriere dei giudici, polverizzi logiche spartitorie, tolga potere ad un sistema autoreferenziale che, insofferente a giudizi e valutazioni, tiene prigionieri i tanti magistrati seri e laboriosi del nostro Paese e distrugge il merito e la credibilità stessa della giustizia. Una scelta pericolosa e, mi permetto di aggiungere, irresponsabile.

Qui non siamo di fronte ad uno scontro fra parti politiche contrapposte, ma alla necessità di un miglior funzionamento di un bene prezioso come l’acqua: la giustizia. Perché e non lo dico certo solo io il sistema giustizia sicuramente ha bisogno di essere radicalmente migliorato. Ed è per questo che rappresenta un dovere spiegarne le ragioni. Proprio come ha scelto di fare Matteo Salvini sin dal primo giorno. Proprio come sta facendo il ministro Valditara che ha scelto di metterci la faccia. Ed è proprio quello che faremo anche nel Nostro Posto, anche con “Lettera 150”, sino al 22 e al 23 marzo. Non per noi, ma per chi non può difendersi.

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